L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml



2012

di Nicola Zitara

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Siderno, 17 Marzo 2006

2012 è assonante con “1812”, che  è poi il titolo (o nome) dato da Ciaikovski a una celebre ouverture in cui celebra la vittoria dell’esercito contadino sulla “Grand armé” napoleonica che aveva invaso la Russia. L’ ”Ouverture 1812” è l’apoteosi della Terra Natale, della Patria,  sull’arroganza del  generalume imperale che sfruttò cinicamente gli slogan Liberté Egalité Fraternité  per modellare un lifting servile  sul volto dei popoli aggrediti e saccheggiati. 


A quella sciagurata impresa parteciparono il buffonesco Gioacchino Murat, al  momento  re di Napoli, e purtroppo decine di migliaia di soldati napoletani, una gran parte dei quali lasciò le sue ossa nelle gelide steppe al di là della Vistola e del  Dnepr. I fanti francesi avevano il privilegio di correre più veloci e ai poveri napoletani spettò il compito esiziale di proteggerne la fuga.


Questa particolare beccheria viene considerata un fatto nobile dai patrioti mazzin-cavourristi, i quali non spiegano perché i saccheggi napoleonici fossero pregni di nobiltà,  mentre poi considerano ignobile  la macelleria del 1942, in cui persero la vita decine di migliaia di giovani soldati italiani, portati, con l’identico cinismo e l’identica buffoneria e servilismo di Murat, a indossare l’abito del saccheggiatore da Benito Mussolini e dal “maggior” suo, Adolfo Hitler.


Ma Napoleone era veramente più bello di Hitler? Comunque sia, l’augurio mio è che l’assonanza tra 12 e 12 porti bene al popolo italico e duosiciliano vittima, sin dal tempo delle Crociate, di ricorrenti invasioni francesi e dei suoi fratelli provenzali (o se preferite giorgiobocchini) che abitano da questa parte del Monte Bianco e del Moncenisio.


Circola  con parecchia insistenza la voce che un importante centro di studi strategici e militari degli Stati Uniti dà per certa la separazione dello Stato italiano entro il 2012. A quel punto ci sarebbero tre diversi Stati: Roma e le terre di San Pietro verrebbero restituite alla Santa Sede, la Toscopadana sarebbe l’erede d’Italia-una e indivisibile, e il Sud tornerebbe alla data della sua fine, cioè al 1860.

Il fatto è che nel 1860 il Sud era il più importante Stato della penisola italiana e il meglio proiettato verso un avvenire moderno, mentre oggi è un catorcio lasciato in mano a gente che, quando non è sciocca e vanesia quanto un capotribù, è sicuramente cinica e ingorda. 


Chi riceverà in eredità il nostro povero paese? Probabilmente la mafia delle varie regioni, che, pur nella sua variegata nomenclatura, è unitariamente il miglior alleato e il più fedele missus dominicus della banca e del capitalismo padano. Ma la mafia non possiede gli abiti  necessari per stare sulla scena interna e internazionale. Va coperta da qualcuno con il frac.


Abbiamo visto e vediamo in Russia quanto sono puliti e democratici i frac dei postcomunisti. E ciò aiuta a supporre che, a Roma, sia pronta a mettere il frac gente di alto rango di estrazione meridionale (grandi medici, grandi avvocati, grandi costruttori, magistrati di cassazione, direttori ministeriali, gran massoni, grandi operatori per conto di Dio, etc.).


Sin dal tempo degli eroici e patriottici eredi di Cavour e di Mazzini, a Roma operano circoli di grandi personalità che  si applicano a tessere le fila della politica e dell’affarismo nei loro meridionali paesini di origine. Solo la mafia non dà segni di aver capito ciò che bolle in pentola, con scadenza 2012. Ma forse siamo noi a non aver capito che essa ha capito. I voti che, alle prossime votazioni, andranno alle liste autonomiste del Sud, specialmente a Catania,  forniranno una risposta. 


Non riavremo il fascismo, ma qualcosa di peggio. A chi ha qualche lettura, viene in mente Silvio Spaventa, ma anche peggio, la Congiura dei baroni. Solo a pensarlo, questo futuro fa venire la voglia di sedersi a un tavolo con Bossi, per dire “Io do questo, ma tu che mi dai?”  Ma Bossi è un uomo di paglia.


A Milano esistono le fotocopie dei circoli romani. Sono frequentati da gente  non così cinica come a Roma. E’ gente molto più ricca, la quale conta sulle proprie risorse, e allo Stato non chiede soldi e favori spiccioli, ma leggi favorevoli e interventi regionali. In gergo parlamentare si chiamano lobby, e non circoli. Sono più belli, pubblicano giornali, ma la sostanza è quella.


I signori o cummenda che li ispirano hanno  incassato ormai tutto quel si poteva incassare dallo sfascio liberalista di Ciampi e consorti (per convincersi basta scorrere le quotazioni in Borsa, le quali sono salite  vertiginosamente,  mentre il Paese reale continua ad andare vertiginosamente indietro). Così paventano persino l’idea di dover piangere i loro euro sulle rovine del Mezzogiorno. 


Il Nord si protegge le natiche con la separazione, effettiva prima che legislativa (importazione di manodopera a basso costo). In effetti il Sud è già separato sin  dal tempo della Bassanini e della privatizzazione bancaria. Le leggi costituzionali e quelle ordinarie di tipo amministrativo introdotte negli ultimi quindici anni non ricevono l’omaggio dei commentatori televisivi, ma i nostri avvocati potrebbero pure spiegarle  al popolo esterrefatto. Esse fissano delle precise scadenze separatiste, fra cui quella del 2012  è destinata a essere l’ultima e la conclusiva. Dopo di che il diluvio.


E’ ridicolo dibattere se la separazione sia un bene o un male. E’ una scadenza, di cui stiamo versando gli anticipi. L’unica cosa seria da fare è lavorare per uscire dalla trappola. Ricostruire il nostro grande paese. Non crediamo che, per farlo, ci sia un percorso diverso da quello indicato nel programma del Partito Separatista degli Italici, che è stato reso pubblico. Ma siamo ben consapevoli che la coscienza garibaldina e padan-dipendente della gente non possa essere modificata da un centinaio di frasi e qualche migliaio di parole.     


Il partito dovremo costruirlo giorno per giorno, nei pochi anni utili che restano prima della catastrofe, e costruirlo come fatto patriottico e popolare, in opposizione a un partito clientelare che non si vede, ma già esiste, già opera e già si accorda con i poteri forti che guidano la Padana e che tutelano l’egemonia dei circoli roman-merdionali (leggere i nomi e guardare i simboli delle liste elettorali). 


Una legge di iniziativa popolare, per risarcire le regioni di emigrazione delle spese sostenute dalle famiglie e dalla collettività per allevare i giovani che, una volta in età lavorativa, hanno espresso la loro attività lavorativa a favore della collettività di immigrazione, è il primo passo per raggiungere l’aggregazione politica.


La tematica in questione è maturata fuori d’Italia, fra i demografi francesi e americani circa cento anni fa. Riguardo al Sud è stata proposta da Paolo Cinanni nel 1968, in un libro (Emigrazione e imperialismo) che ognuno dovrebbe aver letto o leggere. La problematica - di permanente attualità nel Sud - non è ignota ai politici di prima fila. Allorché Agazio Loiero, ministro per gli affari regionali, prese ad agitarsi vistosamente per il destino della spesa pubblica al Sud, molto ingenuamente immaginai che saremmo arrivati a una proposta di legge sul risarcimento. Ma di risarciti c’è stato soltanto il nostro Agazio. 


Ecco la tesi. L’uomo è un essere che impiega dai sedici ai diciotto anni per raggiungere l’età lavorativa. Parecchio di più, se prima di intraprendere un lavoro, deve percorrere una fase di studi universitari. Dal momento della nascita e fino al primo guadagno, il giovane viene mantenuto dalla famiglia, dallo Stato nazionale, dalla collettività appartenenza (Comune, Provincia, Regione), attraverso i servizi pubblici.


La collettività di immigrazione risparmia questi costi e riceve gratis una persona che è dotata della piena capacità di produrre ricchezza nei vari settori. A dirla in termini semplici, l’immigrazione è un regalo che i paesi poveri fanno ai paesi ricchi. Nel diritto civile, un fenomeno non molto diverso, anzi sostanzialmente simile, viene considerato una lesione patrimoniale, che è chiamata “arricchimento senza causa”.  

 

Considerato che lo Stato italiano era unitario - e ancora in parte lo è per scuola e sanità - i costi statali dell’allevamento e della formazione del giovane si ritengono compensati tra Sud e Nord (luogo d’emigrazione e luogo d’immigrazione). Non così i costi familiari e quelli sostenuti dagli enti locali. L’osservazione, secondo cui sarà il giovane lavoratore, una volta occupato e pagato, a rifarsi dei costi sostenuti dalla sua famiglia e dalla collettività di origine, costituisce un luogo comune completamente falso.


Se a pagare è Ciccio e a incassare è Mico, i conti di Ciccio non tornano. La formazione di un giovane è un costo secco e originario. La cosa è tanto vera che oggi la natalità meridionale – tradizionalmente molto elevata - è scesa sotto lo zero, in quanto il costo d’allevamento dei figli supera le possibilità dei genitori potenziali e dell’aggregato economico Sud.


In effetti, l’emigrazione senza ritorni economici, qual è quella verso il Centrosettentrione, equivale a una castrazione economica. I giovani se ne sono andati e quindi non hanno riprodotto il ciclo. Cosicché società di partenza è passata dalla riproduzione allargata alla stagnazione sistemica. 


In pratica le famiglie e gli enti locali, dopo aver anticipato le risorse occorrenti dare muscoli e formazione tecnologica al giovane, non hanno recuperato in termini di produzione generale (Pil locale) né in termini fiscali i costi anticipati.


La proposta di legge che il Partito porterà avanti consiste nella restituzione di questi costi. Per i particolari, ci rivedremo sulle piazze.


Nicola Zitara



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