L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
  Eleaml


Partito separatista degli Italici

Direzione nazionale

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18 settembre 2005

Il fascioleghismo bossista ha convocato per il  24 settembre p. v. a Reggio Calabria i futuri manutengoli meridionali del suo ricatto elettoralistico.


Stronzobossi, Berlusconi, Fini e quant’altri vengono a portare doni, convinti come sono di essere i Re Magi. Ovviamente doni per deputati, presidenti, senatori, consiglieri; insomma per  gli ascari del colonialismo padanista nel Sud, dal quale sperano voti per le elezioni politiche del 2006.


Facciano pure! Basta una piccola mazzetta perché la nostrana piccola borghesia si cali le brache!


La nostra classe politica è quella che è. E non da oggi ma dal febbraio 1860, allorché Francesco Crispi ed altri cappucci  prezzolarono la mafia siciliana, che niente sapeva d’Italia e di costituzionalismo, affinché accogliesse e spalleggiasse la subdola impresa di Garibaldi.   


Ultimamente le mazzette toscopadane hanno commosso anche i mafiosi.


Tanto peggio, tanto meglio! La gente comune può così toccare con mano  quanto sia  ammorbata la farina con cui è impastato lo stato nazionale italiano.


Non sappiamo che farcene di un federalismo che federalizza la sanità, i trasporti, la scuola, ma non federalizza le fabbriche, le banche, la storia, le identità. I  costi sono separati, mentre le roccaforti  della selvaggia accumulazione capitalistica rimangono centralizzati.


Il problema storico dell’Italia Sud è la disoccupazione endemica. Questo male, più grave della peste, è sorto con l’unità. Ma lo stato nazionale non si è mai piegato a un atto di contrizione e a pagare le sue colpe.


Il Meridione d’Italia è un grande paese, il popolo meridionale una grande nazione, con 20 milioni di residenti e 30 milioni di emigrati. Che il Sud e il Nord d’Italia non sono una sola nazione, oggi,  è un fatto evidente a tutti. Però si vuol far credere che lo furono in altri momenti della storia.


Ciò è falso. Sud e Nord non furono un solo popolo neppure al tempo dell’Impero romano: dalle Marche  allo Stretto, gli Italici; nella Pianura padana, i coloni romani; Etruschi, Veneti e Liguri per conto loro; la Sicilia e la Sardegna trattate peggio di come gli Inglesi  trattavano le loro colonie asiatiche e africane prima di perderle.


Usciamo dalla dominazione padana, dei suoi industriali parassiti, dei suoi banchieri intrallazzisti, dei suoi partiti nazionali solo a parole, in effetti municipalisti, spocchiosi e tangentisti.


Rifondiamo la nostra indipendenza politica partendo dal momento e dalla forma giuridica interrotta. Prima della conquista toscopadana eravamo lo Stato meglio amministrato in tutta la Penisola; il più coerentemente proteso verso le modernità industriali. Uno Stato amato dal popolo e difeso dai   patrioti contadini, che pagarono con centinaia di migliaia di morti e di deportati nei lager piemontesi la resistenza all’invasore.


Soltanto uno Stato indipendente potrà affrontare i problemi dell’occupazione e  della produzione che mancano, del degrado urbano che ci avvilisce, dell’ambiente naturale appestato in conto terzi.


W la vera Italia, che è questa: quella degli Italici, i fieri nemici di Roma.



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