L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Banche padane? Fora! Fora! Fora!

di Nicola Zitara

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Siderno, 10 Aprile 2004

Se ne debbono solo andare. Hanno ridotto il Sud allo stato di un catorcio che non sai come far camminare. Una maledizione in voga nel mio vecchio paese, rivolta all'indirizzo della persona nociva che andava via: "Acqua davanti e ventu d'arretu" (dietro, a spingere).

Circa le banche italiane nel Sud, di tanto in tanto viene fuori qualche dato. Ogni cinque o sei anni un'analisi più circostanziata.

Nell'occasione, un qualche aurelato economista bancario ci cosparge di pelo. Poi tutto torna come prima. Berlusconi afferma di voler fare il ponte sullo Stretto. Ma è una cosa che serve a chi fabbrica camion a Torino e non certo ai disoccupati siciliani.

Lui, da persona che si fa i conti, lo sa meglio di chiunque.

Come sa che la prima opera pubblica da fare in Sicilia è la liberazione dalla servitù bancaria milanese.

Ovviamente Berlusconi se ne fotte della Sicilia e dei siciliani, tranne che per il voto plebiscitario e l'orrenda faccia di gente come Schifani.

La Camera di Commercio di Palermo ha commissionato all'Istituto Tagliacarne un'indagine sul credito in Sicilia.

Quel che è venuto fuori comporterebbe l'obbligo che l'Italia si dimettesse da Stato e che il suo nome giuridico scomparisse dalla storia e dalla geografia politica. Persino Il Sole 24 ore (mercoledì, 7 aprile 2004) deve mostrare sorpresa

Con il 9 per cento della popolazione nazionale, la Sicilia ottiene appena il 3 per cento di tutto il credito bancario italiano. Meno dei depositi, che rappresentano il 4 per cento.

E lo ottiene a un tasso di sconto dell'8 per cento, rispetto al 6 per cento di Milano. Peraltro i due dati sono largamente falsificati da unitarie ipocrisie.

A Milano, il 6 per cento lo paga l'impiegato che si fa impiantare la dentiera, mentre in Sicilia l'8 per cento rappresenta il minimo riservato a qualche azienda di dimensioni nazionali.

Negli scorsi anni - quelli della privatizzazione bancaria voluta dal governo sedicente di sinistra - il fottisterio padano è stato simile a quello del primo quindicennio unitario, ancora circonfuso da patriottiche, garibaldine e bersaglieresche apoteosi, allorché la Banca Nazionale (ligure-piemontese-lombarda) aprì succursali in tutto il Napoletano e in Sicilia per fottersi l'argento del deprecato e tirannico Borbone.

Ma allora le Due Sicilie erano ancora un paese ricco e ancora capace di reagire economicamente. Se l'impero padano non le avesse piegate con le imposte smodate e la precipitosa vendita dei beni demaniali, sarebbero tornate quelle dell'età preunitaria. Invece per il Sud di oggi ogni peso è fatica.

Il paese è stremato da 144 anni di vampireschi saccheggi. Per rinascere avrebbe bisogno di impegnare tutte le sue risorse di un intero decennio. Ma il suo amor di patria padana non ha limiti.

Dal 1992 ad oggi le banche padane, giocando prima al rialzo e poi al ribasso dei titoli, hanno impoverito chiunque avesse un capitaluccio in banca. In paese che va avanti, la perdita viene assorbita - se no provvede l'erario, come per Fiat e Parmalat - ma in un paese che regredisce no. La banca moderna è banca solo se rischia, altrimenti non è altro che usura e saccheggio.

Dopo la mala unità, Napoli ebbe la vanità di opporre una sua banca alla Banca padana. Era una situazione bancaria tipicamente italiana. Il Banco di Napoli era un ente di diritto pubblico, i cui dirigenti erano nominati dal governo. La banca di emissione - la Banca Nazionale - era invece privata. Il conseguente casino è storia patria ("il carnevale bancario").

Il Banco di Napoli, patriotticamente guidato, rastrellava moneta metallica al Sud e l'andava a investire da Firenze in su.

La Banca Nazionale si fotteva la moneta metallica e dava in cambio i suoi biglietti, subordinando a sé il Banco. Poi, quando non ci fu più oro da saccheggiare, la Nazionale si mise l'abito di vergine e martire, divenendo Banca d'Italia proprio nel momento in cui presero ad affluire in Italia le rimesse della prima grande migrazione (1880-1914).

La valuta estera incassata consentì la nascita dell'industria padana.

Il Banco di Napoli fece la sua parte, ma con maggior prudenza della Banca d'Italia. Da una parte la formica, dall'altra la cicala. Ma l'Italia era una indivisibile, così il grande Benito, nel 1926, si beccò la valuta conservata a Napoli e se la portò a Roma, sui colli imperiali. Da dove la fece defluire ancora una volta nelle tasche di Agnelli e compari.

Historia est magistra vitae. Che propriamente bisogna tradurre: "La conoscenza del passato ti aiuta (ti dovrebbe aiutare) a non commettere errori" (altri errori).

Se proprio non avete partecipato allo sbarco di Marsala con i mille di Garibaldi, e se non avete bevuto l'omonimo vino, vi sarà facile trarre la conclusione che il nostro inglorioso passato di dabbenaggine suggerisce.




Buona Pasqua ai lettori del sito.

Nella circostanza, Fora ricorda loro l'importanza della morale cristiana. Tutti gli uomini collaborano inconsapevolmente tra loro per realizzare la produzione globale e si dividono poi, consapevolmente, a proposito della divisione del prodotto. Va però ricordato che entrambi i processi sono possibili perché la vita sociale ha elaborato delle regole, le quali si presentano in tre forme diverse, che però s'influenzano fra loro: la religione, la morale, l'ordinamento giuridico. Oggi, la morale cristiana è spesso contestata in nome del realismo pratico. Ma il suo abbandono sta riportando gli uomini allo stato selvaggio. La fede cristiana, sia essa quella in Dio sia anche quella nella storica fraternità universale, è necessario che torni a essere la bussola degli atti sociali. 

Nicola Zitara










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