L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Sindacalista cercasi
La democrazia dei paglietta

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Locride, 9 ottobre 2006

Nelle elezioni suppletive di Siderno, la Sinistra è stata battuta, aggiungo io, giustamente, in quanto non ha offerto né un rigurgito di ‘legge e ordine’, né indicato una larga prospettiva occupazionale. Lo status quo va bene ai settori dinamici del paese, l’affarismo e l’imboscamento fiscale, né, per altro, la promessa partitocratica di un domani migliore non è stata accompagnata da un solo segno che la rendesse credibile. Un’alta percentuale delle famiglie è afflitta dalla disoccupazione e dai bassi salari. La disoccupazione che, se non può, per limiti d’età, raggiungere i nonni, raggiunge sicuramente i loro figli e nipoti.


Le larghe famiglie di questi nonni, beneficiari di una pensione, la vedono evaporare. Non basta: anche il salario o lo stipendio dei figli, ormai capifamiglia, si affloscia un giorno dietro l’altro. Con i pomodori a 3000 ex lire al chilo, le alici a 14.000 ex lire al chilo e la carne a 40.000 ex lire al chilo, raramente le mense sono rallegrate dall’abbondanza.


Viviamo in una nazione altamente sviluppata ma – colpa dell’Europa anglofona, colpa del privatismo in economia – il pane s’è fatto tosto, la disoccupazione imperversa, il padronato si comporta con i dipendenti come un tempo quei contadini che, il giorno della vendemmia, pigiavano l’uva nel palmento. L’Italia delle banche, ossia dell’usura, trionfa, infiorata da ministri banchieri e fanfarizzata da cori francofortesi.


Dei nipoti ancora giovanetti è poi meglio non parlare. Una laurea, nelle migliore delle ipotesi, costa dai quaranta ai sessanta milioni di ex lire l’anno. In tre anni, l’uscita ascende a non meno di 120 milioni di ex lire. Dato, però, che gli anni di università sono in effetti quattro, cinque, sei, sette, il nonno e il padre finiscono di fronte al volto sorridente e benevolo del bancario o del finanziario.


Il prezzo della laurea raddoppia, se non peggio. In paese diciamo: si paga il sottomano. A laurea conseguita, poi, e con l’alloro sul capo, a meno che non resti a Bologna o a Torino, il ragazzo si mette in fila per vent’anni, in attesa che l’Asl lo assuma, o che i clienti arrivino numerosi nel suo studio d’avvocato, di cui il nonno paga l’affitto.


Può andar meglio all’ingegnere, sempre che suo padre sia ammanicato in politica. Nel qual caso, il sindaco pro tempore gli affida il progetto per chiudere un tombino e gli assegna 50.000 euro di parcella. Incassati i quali, il neolaureato si mette egli stesso in politica e i progetti li ottieni senza l’intervento del padre.


Nelle ultime settimane, su questo periodico, ho tentato (ribadisco, tentato) di descrivere la situazione sidernese in connessione con due fenomeni:


1. il blocco della base produttiva su tre sole attività, il commercio, l’edilizia e le riparazioni;


2. la diffusa disoccupazione, con il blocco dei salari e il lavoro in nero.


Nonostante il triplo blocco e il calo dell’occupazione, Siderno è un paese la cui economia cresce. O meglio crescono i profitti e cresce l’egemonia circondariale delle ditte attive in paese. Però, delle tre fonti di crescita, l’edilizia potrebbe esaurirsi, perché la crescita si fonda sul finanziamento bancario. Se ci fosse un’inversione di tendenza, il lavoro continuerebbe a crescere, ma purtroppo nella sezione fallimentare del tribunale.


Quanto al commercio, se crescerà l’attuale tendenza alla concentrazione (europeizzazione) dei distributori centrali, la frazione del profitto che essi lasciano al distributore paesano si affloscerà.


Stando così le cose, il commercio sidernese può consolidare le posizioni acquisite soltanto in un caso: che la curva salariale s’innalzi facendo crescere il livello dei consumi (come, per altro, in tutte le economie capitalistiche e privatistiche; percorso un tempo detto fordismo, ora non si sa). Dal lavoro in nero si dovrebbe passare a rapporti corretti e trasparenti; a una contrattazione valida come legge fra le parti. L’alternativa è la polverina. Tertium non datur.


Neanche la prosperità dell’artigianato delle riparazioni è senza minacce. Con l’attuale tasso di disoccupazione e con tutte le demotivazioni insorte contro l’emigrazione, principalmente il livello padano degli affitti, potrebbe venir fuori una situazione prebellica, con una bottega di barbiere ogni venti metri, una bottega di meccanico ogni cinquanta, e una bottega di elettricista ogni sessanta. E siccome Giacomo Mancini è morto, nessuno ci darà un secondo ospedale. Né sono da riporre molte speranze nel turismo, almeno fino a quando l’Est europeo non sarà meno povero e le Romagne non avranno fatto il supe-pieno.


Anche nel caso dell’artigianato moderno, il passaggio - dal falso apprendistato in nero - al rispetto dei contratti nazionali potrebbe frenare la prevedibile moltiplicazione delle botteghe e impedire che resusciti l’artigiano morto di fame di sessant’anni fa.


La transizione berlingueriana, da una politica di sinistra, centrata sulla domanda d’occupazione – il famoso slogan “pane e lavoro” - a una politica di sinistra centrata sull’antimafia, è stato un duro colpo per i lavoratori meridionali. L’antimafia in primo piano ha spostato l’attenzione politica dal proletariato alla piccola borghesia. Ma da sempre il ceto dei paglietta è incapace di percepire e razionalizzare il dramma del mondo contadino. “La grande disgregazione sociale”, a cui accenna Gramsci, ne è la figlia naturale.


Con l’antimafia in primo piano, il sindacato ha rinunziato alla difesa del lavoro manuale e dei salariati (la calata di Lama e dei diecimila metalmeccanici liguri-piemontesi a Reggio, per intimare alla città fascista la sottomissione alla civiltà padana) ed ha concentrato le sue forze (antimafiose) nella difesa dei pubblici impiegati. Si è ottenuto il bel risultato che l’organico sindacale di estrazione proletaria è scomparso, lasciando il posto a un sindacalista in giacca, cravatta e griffe d’autore.


Siderno sta pagando questa involuzione. C’è un solo modo che il vecchio paese democratico e socialista dei decenni postbellici torni a essere sé stesso. Questo modo è che riemerga il volto del vero sindacalista, di una persona con le toppe ai culo e senza cravatta.


Per come è congegnato oggi l’istituto comunale e per quello che è stato il risultato elettorale, è lecito temere, in paese, una dittatura culturale di gente che idoleggia il “mordi e fuggi”, che ha un’idea schiavistica del lavoro dipendente e un’idea neo-mefistofelica della politica, che all’uomo non solo impone la fatica, ma chiede anche l’anima. In una sola frase: l’unica, possibile, vera opposizione al processo d’imbarbarimento è la riorganizzazione politica delle classi del lavoro manuale. C’è un però molto serio, decisivo.


L’antimafia gestatoria, comiziale, giornalistica, va abbandonata. Se vogliamo andare avanti è necessario cogliere il senso profondo dell’inoccupazione e dell’improduzione della classe ex contadina. Finirla con la beffa elettoralistica che ne fanno (e ne hanno fatto) i partiti nazionali.


Il concetto di antimafia è becero, un vile inganno. Il potere finanziario è alleato con le mafie. Lo Stato vede nella loro efficienza, un modo per tenere buoni i meridionali, caricando su loro le proprie responsabilità. Peggio ancora lo è la professione comiziale dell’antimafioso, con retrostante commercio del voto contradaiolo.


Il problema del Sud contadino è vecchio – era già in atto al tempo di Tommaso Campanella - ed è costantemente rimandato per colpa delle idee liberali (rivoluzione napoletana, unità d’Italia, mercato comune europeo). Oggi si ripropone in forma terribile di mafia. Non è questione di destra o di sinistra.


Il Sud deve rientrare in sé: nel solco riformatore tracciato da Antonio Genovesi, Bernardino Tanucci, Gaetano Filangieri; deve rimeditare l’azione politica di Ferdinando II. Bisogna abbandonare concezioni lontane ed estranee alle nostre problematiche – filosofie ambivalenti arrivate dall’Inghilterra, dalla Francia, dal Piemonte, attraverso l’obbedienza massonica e il (peraltro falsificato) verbo liberale.


Nell’Ottocento, i Gesuiti da una parte e Marx dalla parte diametralmente opposta profetizzarono che il liberalismo avrebbe distrutto l’umano che è nell’uomo. A distanza di centocinquant’anni appare chiaro che non si sbagliavano.

Nicola Zitara







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