L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


C’era una volta la questione meridionale.

La parabola di “ Cronache Meridionali”

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Locride, 9 ottobre 2006

Sul suo sito https://www.eleamil.org/ il prof. Nicola Zitara, del quale non si può che continuare ad ammirare l’acume e la lungimiranza analitica, ha cominciato a pubblicare le copertine e gli Indici di una vecchia, gloriosa e semisconosciuta rivista meridionale e meridionalista della Sinistra, edita a Napoli tra il 1954 ed il 1964. “Cronache Meridionali”, diretta da Giorgio Amendola, Francesco De Martino e Mario Alicata, rivista mensile, vede la luce il 1° gennaio del 1954 e cesserà le pubblicazioni con il numero 7 del settembre del giugno del 1964.


Tra i primissimi redattori vi erano Gerardo Chiaromonte, Giorgio Napolitano e Rosario Villari, mentre direttore responsabile era Nino Sansone, che, dall’aprile del 1957, lascerà, però, il posto a Gerardo Chiaromonte.


Conservo tra le cose più care alcuni numeri di questa Rivista, tra cui il numero dieci del 1954, l’intera annata del 1957 e altri numeri sparsi. Dirò tra poco come ne sono venuto in possesso.


Per dieci anni essa rappresentò il punto di riferimento centrale per tutti gli intellettuali meridionali che si riconoscevano nella Sinistra, come si diceva allora, social-comunista. Strano destino quello di questa Rivista ben presto dimenticata ed accantonata sia dal Partito Comunista che dal Partito Socialista, tanto che già a partire dalla fine del decennio degli anni ’60 non veniva né citata né nominata. Proprio in quegli anni cominciai ad avvicinarmi al P.C.I. e le rarissime volte che, anche distrattamente, capitava a qualche compagno di nominarla, la citazione veniva lasciata cadere nella più assoluta indifferenza.


Se poi chiedevi informazioni neppure ti rispondevano, la qual cosa, ovviamente, acuiva la curiosità dei più giovani. Cosicché, molti anni dopo, mi capitò di scovare a Roma nel negozietto di un rigattiere, i numeri sopra menzionati e per un prezzo stracciatissimo – il negoziante non vedeva l’ora di liberarsene – li ho acquistati.


Questi, vedendomi molto interessato, promise che mi avrebbe procurato l’intera collezione, ma quando, dopo qualche mese, tornai gli avevano bruciato il negozio ed aveva cambiato attività. Sarebbe interessante sapere, biblioteche escluse, quanti altri possiedono copie di questa Rivista. Certo, ad onor del vero, essa era in buona compagnia, dato che nasceva in una fase in cui con la realtà meridionale bisognava necessariamente fare i conti.


In effetti, quasi contemporaneamente, sul versante liberal-democratico nasceva, fondata da Mario Pannunzio e da Francesco Compagna, unitamente a Giuseppe Galasso e De Caprariis, sempre a Napoli, “Nord e Sud”, che già dalla testata indicava, senza mezzi termini, quale fosse l’area d’interesse della rivista.


Sempre a Napoli, ma gia da dieci anni prima, un’ala del movimento anarchico pubblicava “Volontà”, fondata e diretta Giovanna Berneri e da Cesare Zaccaria; rivista che pur non volendo fare del Meridione l’unico centro di attenzione, riservava alla “questione meridionale” in ogni numero almeno un articolo o un saggio.


Inoltre non va dimenticato che a questa rivista collaboravano attivamente gli anarchici calabresi Nino Malara ed Alessandro Bagnato ed i siciliani Gino Cerrito e Nino Pino. Infine non si può fare a meno di menzionare la fiorentina “Società”, fondata da Bianchi-Bandinelli, Bilenchi e Leporini e “Il Contemporaneo”, rivista fondata, sempre nell’ambito dell’area social-comunista, da Carlo Salinari ed Antonello Trombadori, che poneva “il Mezzogiorno”, com’era di moda dire, al centro della propria analisi nella società italiana dell’immediato dopoguerra.


Nell’editoriale di presentazione, non firmato, ma presumibilmente scritto da Amendola, si afferma che la rivista nasce dall’esigenza di sviluppare “…il dibattito sulle questioni meridionali secondo gli orientamenti delle forze operaie e democratiche suscitatrici del Movimento per la Rinascita del Mezzogiorno”:


Più avanti si sostiene che la Rivista “…essenzialmente si propone …di compiere un’opera di documentazione critica sui principali aspetti della vita del Mezzogiorno e sulla lotta popolare per il suo rinnovamento… Essere lo specchio di questa lotta e, nello stesso tempo, contribuire, insieme alle grandi riviste e ai grandi giornali di cui oggi dispone il movimento operaio…ad orientarla: questo è dunque il programma di Cronache Meridionali e di qui anche il suo titolo…”


Salta subito agli occhi un’affermazione nuova e, per certi versi, innovativa e propulsiva e cioè l’uso del termine “questioni meridionali” al plurale e con evidente riferimento non solo alla situazione italiana, bensì ad un più vasto contesto europeo ed internazionale. E questo potrebbe sembrare un semplice ed ossequioso omaggio all’ortodossia marxista-leninista nella sua versione, mi si perdoni la pessima, ma insostituibile, espressione, “tardo terzinternazionalista” oppure, formulando un’ipotesi un po’più maligna, un modo di mettersi al sicuro da eventuali attacchi da parte del rigido apparato di partito, che, diciamolo subito e chiaramente, Togliatti in testa, questa “nuova” Rivista proprio non la voleva.


La vera novità, che emerge fin dai primi numeri, è rappresentata dall’attenta analisi delle singole realtà meridionali, per comodità ripartite, secondo la divisione istituzionale, in regioni. Pur continuando, sulla scia del tradizionale insegnamento gramsciano, con qualche leggera contaminazione di Salvemini e di Nitti, a considerare il Meridione come un’area unica ed omogenea, “Cronache Meridionali” ne intravede già la scomposizione che conduce, inevitabilmente, ad un diverso percorso di crescita e di sviluppo, le singole aree.


Tanto per semplificare, Napoli è una metropoli, resta ancora la capitale del Sud e non presenta certo gli stessi problemi delle aree interne; la Sicilia è sempre stata una realtà a se stante; la Calabria ha problemi completamente diversi dalla Puglia o dall’Abruzzo.


Se vogliamo capire il Meridione, dicono i redattori di questa Rivista, dobbiamo coglierne l’unitarietà attraverso la frammentazione; il che non vuol dire che bisogna ricomporre un puzzle, che tale, in ogni caso, resta, bensì ricostruire il tessuto culturale, economico e sociale dell’intera area.


“Il meridionalismo, afferma qualche mese dopo Francesco De Martino, non si può neanche esaurire nell’analisi e nella storia delle forme di miseria e di oppressione economica, sociale e politica, né basta allargare la prospettiva conoscitiva sì da includere lo studio della tradizione intellettuale del Mezzogiorno nella sua forma più alta, secondo la indicazione di Gramsci.”


L’insigne professore lascia quasi a metà la sua considerazione, ma è chiaro che occorre andare oltre Gramsci e perciò oltre il Lenin della “questione agraria” e ricollegarsi agli scritti di Marx sulla “Comune di Parigi”, sulle lotte di classe in Francia nel 1848 (“Il 18 brumaio”) e sulla “questione irlandese” e non è semplice perché a Napoli, e in tutto il Sud, è ancora forte ed influente la presenza del vecchio ed autorevole ing. Amadeo Bordiga, “vero” fondatore del Partito Comunista, il quale, non a caso, continua, “leninisticamente”, a parlare di “cosiddetta questione meridionale”.


L’idea di mettere insieme, nel 1954, socialisti e comunisti in una rivista meridionale risulta, per gli “amendoliani” ed il gruppo dei comunisti meridionali, una mossa azzeccata dal momento che il Partito Comunista rischia l’isolamento poiché i socialisti stanno per sganciarsi dall’alleanza frontista ed intendono ricollegarsi con i fratelli separati di Saragat.


La manovra inizia già nel 1953 con una serie di articoli di Nenni su l’Avanti e su Mondo Operaio nei quali parla di “alternativa socialista” e con un famoso discorso alla Camera (luglio 1953) con il quale propone una collaborazione “…volta a permettere l’inserimento delle masse operaie nello Stato democratico” e si conclude nell’estate del 1956 con l’incontro di Pralognan, primo passo verso la riunificazione socialista e la formazione dei governi di Centro-Sinistra.


Il fatto che, nonostante tutto ed a prescindere dalla politica nazionale ed internazionale (per tutti: la rivolta di Ungheria) comunisti e socialisti trovassero un punto di intesa ed un momento d’incontro all’interno di una rivista comune, rappresentava, di per se, una particolarità degna della massima considerazione.


Se poi si aggiunge che, in tal modo, “la questione meridionale” veniva non solo ri-proposta come questione nazionale, ma veniva posta come snodo fondamentale per la costruzione del nuovo e moderno Stato repubblicano, portava a concludere che l’intesa frontista tra socialisti e comunisti avrebbe potuto reggere e continuare a condizione che venisse inscritta dentro un orizzonte democratico-parlamentare e non nella prospettiva di una rivoluzione impossibile. Dal che il Meridione avrebbe avuto tutto da guadagnare. Scommessa destinata ad essere, per entrambi, persa in partenza e tuttavia questa collaborazione, protrattasi fino al 1964, cioè fino a quando il Centro-Sinistra era ormai una realtà e si consumava la seconda scissione socialista con la nascita del PSIUP, non diventerà mai una coabitazione forzata come quella nel Sindacato o nella cooperazione.


In altri termini la questione meridionale grazie a Cronache Meridionali, non s’identifica più e solo con la questione contadina, con la riforma agraria e con la lotta per moderni contratti agrari nelle campagne meridionali. O meglio, si parte dalla riforma agraria, si attraversa la neo-nata Cassa per il Mezzogiorno e si approda ad una visione d’insieme della realtà economica e sociale dell’Italia degli anni della ricostruzione e del boom economico.


Si coglie, a partire dai numeri pubblicati verso la fine degli anni cinquanta, che i nuovi flussi migratori interni, quelli diretti verso il triangolo industriale (Torino – Genova – Milano) finiranno per creare, all’interno della classe operaia industriale, un nucleo, abbastanza consistente, di lavoratori con caratteristiche proprie e che sarà portatore di bisogni nuovi.


Questo operaio viene dalle città e dai paesi del Sud e se è vero che con la sua partenza si spopolano le campagne, è altresì vero che, di rimbalzo, la sua nuova collocazione avrà sicuramente riflessi e nella realtà meridionale e nelle città industriali del Nord. Ne coglie un primo aspetto, palesandone le stridenti contraddizioni, Silvestro Amore con un documentato articolo del 1958, zeppo di tabelle, sulla sperequazione salariale tra Nord e Sud nel decennio della Ricostruzione. Al quale, di rimando, da un altro versante, risponde quel geniale militante socialista, che era Raniero Panzieri (1921 – 1964), che, nello stesso anno, su Mondo Operaio, quasi facendo eco a quanto andava elaborando Cronache Meridionali, scrive:


“Se la storia del nostro paese è dominata dal conflitto tra Nord e Sud…è di eccezionale rilievo che il progresso tecnico, il neo-capitalismo, non ne abbiamo ridotto i termini, anzi li abbiano accentuati. Sostituendo alla vecchia alleanza tra industriali del Nord e blocco agrario meridionale la diretta egemonia dei monopoli, la politica della borghesia è diventata persino più antimeridionalista che nel passato. Le teorie neocapitalistiche sulle aree depresse e sugli strumenti (che sarebbero lì pronti, basta saperli usare) per risanarle, mostrano la corda e dietro di esse riappare il vecchio tragico volto della questione meridionale”.


I due piani della questione meridionale, le contraddizioni che si possono sintetizzare nei due binomi arretratezza/dipendenza e modernizzazione/industrializzazione settoriale, s’incrociavano con il fallimento della riforma agraria, con la nuova ondata migratoria, con i finanziamenti della CASMEZ e con le rapide trasformazioni della società civile.


La Rivista ospitava così un saggio iper-specialistico del prof. Marrano che illustrava lo stato delle attrezzature e della ricerca di fisica nucleare nelle Università di Palermo e di Catania nonché un’intervista (nel 1955!) al prof. Ippoliti sull’impiego dell’energia atomica per usi civili (all’epoca si diceva. “pacifici”, ma eravamo nel pieno della “Guerra fredda”) ed ancora trovava spazio uno scritto di Pasquale Caruso sulla Montecatini di Crotone accanto ad altri che parlavano di patti agrari, di bonifica, dell’ultima alluvione in Calabria o delle inadempienze degli agrari nella Capitanata.


Si segnalano, però, anche interventi che trattano le vecchie questioni, come il lavoro agricolo, da un’altra angolazione, così, per esempio, un giovane medico – Emilio Argiroffi – solleva, nel 1956, il problema della tutela della salute delle raccoglitrici d’olive afflitte da patologie professionali molto serie.


Questi due estremi – la tradizione e l’innovazione - i meridionalisti comunisti (i socialisti se ne distaccheranno dopo la chiusura della Rivista) non riusciranno mai a ricomporli, nonostante esistano tutte le condizioni per frenare l’incipiente disgregazione del Meridione che i governi centristi hanno avviato.


La verità è che il P.C.I. – torno ad insistere, il P.S.I. meriterebbe una trattazione a parte – non crede nel Mezzogiorno, nonostante Gramsci o, forse, proprio grazie a Gramsci. Togliatti, che non nasconde la sua ostilità nei riguardi di questa Rivista, non manca dalle colonne di Rinascita di punzecchiare i meridionalisti.


“…a causa della disorganizzazione sociale del Sud, scrive nel 1957, abbiamo bisogno di un’organizzazione di natura eminentemente larga e popolare, più di quanto sia necessario nei grandi centri industriali: la necessità di lavorare per la costruzione di alleanze è qui più importante che nel resto del Paese”.


In precedenza, qualche anno prima, saltando a piè pari i classici interlocutori dei comunisti meridionali, i contadini ed i braccianti, si era rivolto direttamente alla borghesia meridionale, quasi per rassicurarla:


“ Quando la terra…non è più uno sterile latifondo…allora il vostro commercio può fiorire ed anche gli intellettuali delle vostre città avranno maggiori possibilità di educazione e tutti voi avreste un ruolo più progressivo da svolgere nella vita pubblica.”


Questa ambivalenza, questo mostrarsi, da un lato, sostenitori tenaci della riforma agraria e dall’altro oppositori intransigenti dell’intervento statale per mezzo della Cassa per il Mezzogiorno; questo favorire (quanto meno non ostacolare) l’emigrazione e lo spopolamento e, al contempo, rivendicare l’applicazione delle leggi di riforma fondiaria, che legano il contadino alla terra; il continuare a sostenere che il Sud è tutt’ora arretrato ed immobile e che necessità di una modernizzazione rapida senza riuscire, al tempo stesso, a valorizzare le poche aree d’eccellenza che pure esistono, ebbene tutto questo crea nei comunisti meridionali sbandamento e confusione e solo il mito dell’ideologia e la rigida e ferrea disciplina riescono a mantenere sotto controllo la struttura del partito.


Cronache Meridionali nelle intenzioni dei suoi redattori avrebbe dovuto costituire un laboratorio di ricerca al fine di individuare nuovi strumenti di analisi, di interpretazione e di intervento nella società meridionale.


Gli strumenti tradizionali si rivelano armi spuntate, ma l’ideologia non permette di trovarne di nuove. Così la Rivista diventa il testimone di una fase politica, riflette le tensioni ed i cambiamenti che si verificano dentro la società meridionale, tutt’altro che immobile, e registra, in maniera puntuale, l’evoluzione, la disgregazione e la riorganizzazione su basi del tutto diverse delle singole realtà regionali.


Si può dire sia stata una rivista eccentrica ed irregolare, unitaria e radicale, una delle poche voci autentiche ed originali. Oggi, quei fascicoli sobri rappresentano uno dei più importanti documenti per poter ricostruire la storia più recente del nostro Meridione senza le fumisterie dell’ideologia e senza i travisamenti della politica.


Antonio Orlando




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