L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Lo stato evapora nel business

di Nicola Zitara

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Siderno, 20 agosto 2006

I progetti per rimettere i paesini della nostra zona, la prostrata Calabria e il Meridione, si sprecano. Niente da ridire sulle idee e sul fatto. Sono cose che si pensano e si fanno, allo stesso modo che comprare un pacchetto di sigarette o sedersi al bar per una Coca-cola. Ma nessuno immagina che sorbendo un caffè risolvano i problemi del mondo, e neanche i problemi relativamente minori, come la condizione della nostra gente nel sistema nazionale italiano. Si può aggiungere che gente che impegna tempo e passione a scrivere di tali cose non si è mai illusa di incidere sulla realtà politica e sociale, la quale è organizzata  e diretta da settori istituzionali e da settori non istituzionali, ispirati e controllati dal sistema capitalistico mondiale.


Questo sistema e il sottostante sistema nazionale operano secondo una loro logica, e attraverso i mass-media risucchiano il consenso generale dei viventi, in modo che la loro logica si elevi a fatto “naturale”, a comune sentire dei popoli.


La logica in questione osserva una norma fondamentale, che permea tutte le altre norme: trarre profitto dalla vita altrui. Ma forse la parola profitto è inappropriata. Il termine è estensivo: va da sottoterra al cielo infinito di Modugno. Il profitto che il  produttore di olio realizza corrisponde alla differenza aritmetica tra il costo di lavorazione delle olive e il prezzo ricavato dalla vendita del prodotto finito. Con detta differenza questi si paga: remunera sé stesso, la professionalità attraverso anni di fatica, il suo lavoro. Inoltre, sul mercato si presentano, e operano in concorrenza con lui, milioni di altri produttori d’olio. Pertanto il suo profitto sta nella giusta misura del costo del lavoro e della remunerazione del capitale valorizzato, vigente presso la collettività regionale d’appartenenza.

Altra cosa è il profitto delle aziende globali.


Anche queste si fanno concorrenza fra loro, per esempio la Fiat fa concorrenza alla VolksWagen e alla Citroen. Ma questa concorrenza non è la stessa cosa di quella esemplificata prima. Non mira a remunerare il lavoro, il capitale, l’ingegno. L’obiettivo delle aziende di grandissima dimensione è il potere sulla gente, il dominio politico sul popolo dei consumatori, il quale assicura loro il privilegio degli sbocchi di mercato e una rendita di posizione (cosa assolutamente diversa dal profitto). Ciò si vede confusamente, perché le aziende di questo tipo nascondono il loro obiettivo (la rendita) con la maschera del profitto che - secondo quello che si vuol far credere - sarebbe la remunerazione dell’azionista. Il cosiddetto dividendo. Ma, da sempre, la condizione dell’azionista non è molto diversa da quella di chi compra un buono fruttifero postale.


L’anonimo azionista lucra ogni anno una percentuale del valore commerciale del titolo azionario più o meno della stessa misura del portatore del buono fruttifero.


Appartiene al sistema dei grandi monopoli anche la banca. Questa ha il potere d’inventare il danaro. I produttori dell’industria monopolistica e gli speculatori sul danaro fittizio governano tutto il mondo, a eccezione della Cina. Negli Stati Uniti, la potenza militare imperiale nel mondo, il vero governo sta nelle mani della Banca Federale, mentre il Presidente e il Congresso sono i comunicatori e i mass-media delle segrete volontà dei finanzieri e dei monopolisti. Figuratevi nei paesi sottostanti!


Attraverso la moneta inventata, i tentacoli del capitalismo monopolistico sono divenuti invasivi, globalizzanti, totali. Adesso cercano nuovi spazi in cui investire danaro (inventato) per ottenere potere. Automobili, petrolio, computer, cantieri navali, edilizia abitativa, telefoni, elettricità e un finimondo di altre cose mettono già l’uomo qualunque a confronto con il mostro economico, saltando la mediazione politica. Adesso puntano all’acqua, alle terre coltivabili, ai ghiaxxi dei poli, all’organizzazione militare, alla gestione dei cimiteri e via dicendo.


L’invadenza ha giù  raggiunto gli spazi che lo stato riservava a sé. In Italia, banche, autostrade, telefoni, industrie di base sono transitati inavvertitamente dal potere statale e politico alle sedie di consiglieri d’amministrazione non politici, sottratti al giudizio dell’elettore e controllati soltanto da Dio. Tra non molto faranno lo stesso viaggio le poste, le ferrovie, la sanità, la scuola, l’acqua potabile, il mare, le spiagge, gli scarichi fognari, e pesino i letti coniugali. Altro che Santa Inquisizione!


In linea generale, lo sviluppo dell’industria ha comportato una specializzazione delle produzioni, impensabile anche trent’anni fa. E di conseguenza al declassamento della versatilità umana (mani, cervello, occhi, esperienza tradizionale etc.) in monopraxia. Per esempio la bicicletta. Settant’anni fa non c’era pedalatore che non sapesse riparare una bucatura, registrare i freni, oliare la catena. Le normali biciclette, dietro il sellino, avevano una borsetta con i ferri, lo stick, le forbicette e un pezzo di vecchia camera d’aria. Oggi si va dal meccanico persino per farsi alzare o abbassare il sellino. Oggi sono pochissimi coloro che sanno incannare una pianta di pomodori. I pomodori si comprano. E così pure il basilico, che un tempo le nonne tenevano sul davanzale della finestra per profumare l’abitazione. 


La classe che chiamavamo il proletariato, perché era costretta a vendere la giornata di lavoro, oggi socialmente e politicamente  si è invertita in una classe di consumatori.

E qui ricompaiono la Calabria, il Sud - paese degli Italoi o Italici – e i nostri paesini,  abitati dai loro discendenti, di cui continuiamo a chiedere il progresso, come se il proletariato avesse ancora una qualche forza e significanza politica. Il progresso auspicato non ci sarà mai, almeno finché il Sud resterà nello stato italiano. Il mercato è fatto. Infatti il Centronord italiano e l’Europa producono tanto e poi tanto che il Sud non avrà mai modo di anticiparli o di inserirsi. Per altro, data la stupidità imperante, è molto difficile che i meridionali riconquistino la libertà, l’indipendenza, il potere di organizzarsi, di  progettare, di mettere in essere i progetti. Così stando le cose ( e il recente referendum attesta che stanno così), non ci resta che difenderci su un terreno non ancora perduto a livello politico e rappresentativo: i pubblici servizi, quelli conservati al settore statale e quelli già regalati ai privati monopolisti. Difendiamo il popolo che paga.


Le ferrovie costano, ma non funzionano, la sanità riceve miliardi, arricchisce le case farmaceutiche, i farmacisti, i medici e gli infermieri  e il resto lo butta dalla finestra; le banche trafficano con il danaro sporco fift fift, e poi ce lo fornisce a tassi usurari; la magistratura pretende d’imporre le sue logiche al parlamento, ma poi  è placcata dal politico locale, dalla sua stessa inefficienza, dall’avversione e dalla strumentazione dei politici, dallo smodato garantismo delle leggi; la nettezza urbana è affidata a una ciurma di sporcaccioni, il mare è una fogna, le fogne sono fetide cloache, il letto dei fiumi è costituito da uno solido strato di rifiuti, le strade sono un corso di lordure, gli amministratori amministrano sapientemente il fottisterio del pubblico danaro. I politici che operano seriamente a favore della collettività sono facilmente battuti, perché da sempre la moneta cattiva scaccia la buona.


Invertiamo la piattaforma di lotta perché, in materia di occupazione e produzione (ad esempio, l’auspicato, costoso e improduttivo turismo) tutto quello che si fa finisce come è finito in questi giorni a Cosenza: un gioco per fregarsi i fondi pubblici. Imponiamo allo stato di non dissolversi nel business.


O anche noi diventeremo Amerika.

Nicola Zitara
(testo corretto dall'autore- NdR, 20 agosto 2006)



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