L'unitā d'Italia č una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Una nuova Internazionale dei lavoratori

di Nicola Zitara

(scarica l'articolo in formato RTF o in formato PDF)


Siderno, 22 Ottobre 2003

La vecchia sinistra data la nascita dell'internazionalismo proletario con il Manifesto di Marx, pubblicato nel 1848, anno di rivoluzione. In effetti, l'idea di un proletariato senza bandiere e senza frontiere era già nata, e veniva propagandata dai primi agitatori socialisti. Marx si assunse il compito di irrobustirla con un documento forte, appunto un manifesto destinato a un proletariato immaginato senza frontiere. Il fatto, poi, che il Manifesto del partito comunista costituisca una delle più penetranti e avvincenti spiegazioni della vicenda sociale è da ascrivere soltanto alla genialità e all'eccezionale cultura di Marx.

La rivoluzione del 1848 fu un evento ambiguo. La nuova borghesia degli affari - industriale, bancaria, agraria, commerciale - trascinò con sé il popolo in piazza. Il suo progetto era di soppiantare, nella gestione del potere, i ceti delle rendita fondiaria e urbana, con cui i monarchi d'Europa si erano già alleati o andavano alleandosi.

E' importante ricordare, sia pure per inciso, che il capitalismo non succedette direttamente al feudalesimo, se non in poche realtà, come la Russia e il Giappone. Altrove, in Europa ma anche negli Usa (Guerra di Secessione), lo scontro si svolse tra il vecchio padronato, che aveva la sua forza nella rendita fondiaria - ed era il detentore del capitale potenziale costituito dalla moneta aurea - e gli affaristi, che intendevano incamerare il profitto senza nulla cedere alla rendita e neppure all'oro, che andavano sostituendo con simboli cartacei.

Da quando era nata la proprietà privata della terra, dovunque il popolo contadino lottava contro la fame. Ancora peggiore era la condizione proletaria in Gran Bretagna, dove il lavoro nelle fabbriche s'era diffuso più velocemente. Qui imperavano la disoccupazione, lo sradicamento, l'incatenamento alle macchine, il lavoro dei fanciulli, la giornata lavorativa che andava dall'alba al tramonto, i salari miserrimi. Il distacco del lavoratore dall'orto e in genere dalla terra - che nel regime feudale delle terre comuni (demanio feudale e demanio comunale) permetteva al contadino il pascolo dei suoi pochi animali, di far legna e di effettuare delle colture transitorie - fu durissimo dovunque.

Nel nuovo sistema capitalistico il potere non sta nel possesso della terra, se non marginalmente. Sta principalmente nel danaro, che consente, a chi lo ha, di comandare il lavoro di chi non lo ha. All'inizio della nuova epoca, il proletario incontrò più fame, più freddo, più sporcizia di quel che già conosceva. Si ritrovò solo, e con le mani alzate, di fronte al capitalista.

Nel '48, sospinto dalla propaganda capitalistica, il popolo inondò le piazze e alzò le barricate. Credette che quella fosse la sua rivoluzione, ma si sbagliava di grosso. Essa non gli portò il pane, né altri benefici. Anzi, con la crescita della produzione industriale, la povertà si andò diffondendo su ogni latitudine e longitudine. Fu a partire dal fallimento della rivoluzione del '48 che alcuni intellettuali di sinistra fondarono l'Internazionale socialista. Essi non avevano, però, l'identica concezione teorica e neppure una pratica politica convergente, sicché l'Internazionale entrò presto in crisi e fu sostituita in appresso dalla Seconda internazionale.

L'Internazionale ha avuto contenuti diversi a secondo delle stagioni della storia. La Seconda Internazionale prosperò fino agli anni della Prima Guerra Mondiale e della Rivoluzione russa. Sotto l'egemonia culturale e politica dei socialdemocratici tedeschi, essa ispirò i partiti socialdemocratici dell'Europa industriale o in via d'industrializzazione.

Si ritiene che la democrazia parlamentare sia il quadro necessario per l'esistenza dei partiti socialdemocratici. Ciò è storicamente esatto. Ma se si guarda soltanto al contenuto - cioè alla sostanza, come dire al Welfare - bisogna ammettere che anche il fascismo e il nazismo non si distaccarono dal corso storico prevalente in Europa, caratterizzato da un'intesa tacita (e nazionalitaria) tra il padronato capitalistico e la classe operaia (preciso: un'effettiva collaborazione dei soggetti sociali, anche in mancanza o contrarietà delle formazioni politiche e sindacali rappresentative).

Il dettato socialdemocratico non ispirò gran fedeltà fuori dell'Europa modernizzara. Dove il capitalismo industriale era ancora un desiderio, come in Russia, il processo di modernizzazione, nascosto fra le pieghe del comunismo, fu assunto direttamente dal popolo. Il comunismo è uguale al potere delle commissioni operaie più l'industrializzazione, proclamò Lenin. Difatti non solo in Russia, ma anche in altri paesi in cui il padronato nazionale non era stato capace di avviare l'industrializzazione, lo scontro di classe assunse la portata tragica della guerra civile e dello sviluppo forzato. Identico il teatro, con le guerre di liberazione, in parecchi paesi colonizzati.

La Rivoluzione russa valse a inaugurare la Terza internazionale. Questa, a guida comunista e sovietica, adottò in pieno il concetto marxiano e leninista di lotta di classe rivoluzionaria.

Esiste ancora una Quarta internazionale voluta da Trotzkij e avversa sia allo stalinismo sia alla socialdemocrazia, che in vita del suo fondatore non ebbe gran seguito fra le masse, al tempo grandemente affascinate da Stalin. La Terza internazionale si esaurì invece negli anni della Seconda Guerra Mondiale.

L'handicap delle varie internazionali, la causa prima del loro secolare ondeggiamento politico fu la fortissima diversità della remunerazione del lavoro subalterno nei vari paesi. In effetti l'idea degli economisti classici, accolta da Marx e dalle prime due Internazionali, secondo cui il capitalismo di fabbrica si sarebbe diffuso dovunque, non si è avverata. Di conseguenza neppure la classe operaia è nata in ogni luogo della terra. Al contrario, per più di 150 anni gli stabilimenti produttivi si sono concentrati nel perimetro dell'Occidente. Ne è scaturita una forte contraddizione: la crescita del mercato su un perimetro mondiale, mentre la riproduzione allargata si è avuta soltanto in luoghi determinati. Ciò ha portato con sé la crescita dei salari e un forte miglioramento della condizione operaia nelle regioni industrializzate, ammorbidendo, in tali luoghi, la caratura dell'antagonismo classista. Per l'altro verso, la crescita esponenziale della produzione industriale e la conseguente esigenza di allargare gli sbocchi delle merci capitalistiche, hanno distrutto dovunque la produzione artigianale e messo in crisi la produzione agricola di sussistenza (il lavoro remunerato esclusivamente da ciò che si è prodotto). Nel secolo che si è chiuso da poco, povertà e ricchezza non si sono divise per classi sociali, ma per paesi, regioni, continenti.

Oggi, la fame non corrisponde allo spossessamento degli antichi diritti promiscui sulla terra, ma alla mancanza di produzione industriale. Che il capitalismo avrebbe vinto e sottomesso tutti i popoli, bombardandoli con i suoi bassi prezzi, l'aveva visto e previsto Marx nel '48. Ci sono voluti quasi cento anni perché si arrivasse a parlare anche di sottosviluppo capitalistico e a spiegare che i partiti operai e i sindacati avevano potuto conquistare una fetta di torta a favore degli operai perché la torta c'era già e andava comunque ripartita.

*

Poi, a partire dal momento in cui l'industria giapponese, animata dai bassi salari e sospinta dallo stesso capitale americano, prese ad invadere gli Stati Uniti, per l'universo proletario è cominciato un nuovo corso. La potente industria americana, volendo non farsi battere da un concorrente reso forte dei bassi costi di produzione, prese a insediare impianti a Formosa e in altri luoghi in cui il costo della vita era elementare e minimi i salari. Le tigri del Sudest asiatic non sono nate per opera dello Spirito Santo, hanno invece padri e madri terrene. Da allora non sono solo gli oligopoli a farsi concorrenza fra loro, c'è anche la frazione povera dei diseredati mondiali che minaccia e intacca la curva dei salari occidentali.

Di fronte al risveglio produttivo del Sudest asiatico la reazione europea è stata più lenta di quella americana. Francia, Gran Bretagna, Germania, che già importavano popolazione lavoratrice dall'Europa restante, e la Padania che la importava dal Meridione italiano hanno aperto le porte ai cosidetti extracomunitari. Poco dopo anche il capitalismo europeo ha preso a spostare le fabbriche all'esterno dell'area tradizionale. A fronte di una domanda di lavoro calante, i salari, in precedenza appena calmierati dai flussi migratori, hanno preso a discendere, a non tenere il passo con l'inflazione programmata dai capitalisti. La condizione operaia va regredendo a un ritmo insistente e crescente, e va trascinando con sé le burocrazie statali, storicamente garantite.

La pax sindacale tra capitale e lavoro è entrata in crisi. Il tacito patto aziendal-nazionale tra capitalisti e aristocrazie operaie, nonostante la resistenza dei sindacati e dei partiti socialdemocratici, volge al tramonto. Il lavoro degli immigrati riesce a tenere ancora alti i Pil aziendal-nazionali dei paesi industralizzati. Ma se ciò può risultare vantaggioso agli occhi dei sindacalisti, organi di un ente che ha vita propria, non incide sicuramente sul salario dei lavoratori e men che mai sulle speranze di lavoro dei disoccupati.

Da una parte la crescita dell'occupazione nei luoghi dell'immigrazione industriale e nei paesi di recente industrializzazione forzata, principalmente in Cina, in Pakistan, in India, in Iran, in Iraq, dove la manodopera ha costi bassi, e dall'altra il progressivo abbassamento della curva dei salari in Occidente sono due fatti che convergono verso un terzo fatto: la classe operaia propriamente detta va assumendo dimensioni globali. Nel volgere di pochi decenni la condizione esistenziale delle masse subalterne si avvicinerà. Ci sarà anche un avvicinamento politico?

Il fatto di aver compagni al duol non prelude necessariamente a un ritorno alla Prima Internazionale, all'antico slogan "lavoratori di tutto il mondo, unitevi!". L'esperienza storica suggerisce che il timore di perdere un privilegio o l'ambizione di conquistarlo possono diventare un pessimo consigliere, come nel caso d'Israele, partita dal collettivismo dei kibbuz e arrivata a una guerra di conquista dissimulata (ma poi non tanto, e con ampie promesse di trasformarla in genocidio).

Se ci sarà una nuova internazionale, e se essa vorrà lavorare realisticamente a favore della pace fra i lavoratori, il presupposto metodologico deve essere il riconoscimento dell'ineguale sviluppo delle nazioni; il suo prioritario progetto politico quello di combattere i dislivelli tecnologici, ciò anche a costo di togliere vigore alla concorrenza e alla crescita produttiva.

Nicola Zitara




A New Workers'International

by Nicola Zitara (traduzione dall’italiano di Maria Annunziata Cordiano)

(scarica l'articolo in formato RTF o in formato PDF)


Siderno, 22 Ottobre 2003

According to the old Left, the birth of the proletarian internationalism dates back to Marx’s manifesto which was published in 1848, a revolutionary year. Actually the idea of a no-flag and no-border proletariat had already arisen and advertised by the first socialist rioters. Marx undertook the task to make it greater with an important document, namely a manifesto to be destined to an imaginary no-border working class. The fact, then, that the Communist Party Manifesto is one of the most fascinating and piercing explanations of the social event is to be due only to Marx’s genius and extraordinary culture.

The 1848 revolution was an ambiguous event. The new business middle class – industrial, banking, agricultural, commercial – drugged the people to the riot after it. It planned to displace, in the running of the power, the landowners and the urban classes, whom European sovereigns had already formed – or were about to form - an alliance with.

It is important to remember, even incidentally, that capitalism did not succeed directly to feudalism, except in a few realities such as Russia and Japan. Elsewhere in Europe or in the USA (War of Secession) there was a struggle between the old landownership – who possessed the potential capital being made up of golden money – and the businessmen who wanted to make profit without giving anything to the return or the gold, which they were going to replace with paper money.

Since private landownership had been established, everywhere farmers fought against starvation. The proletariat condition in Great Britain was much worse, as factory work had spread faster. Here, unemployment, moving, machine dependence, child labour, all-day working, very low wages were really ruling. The moving of the peasant from his garden and land – which under the feudal system of the common land (feudal property and town property) let the farmer pasture his little flock, gather firewood and carry out transitory cultivation – was very hard everywhere.

In the new capitalistic system, the power is not given by the landownership, but marginally. It is given by money which permits its owners to give work to people who do not possess it. At the beginning of the new age, the working class was more starving, colder and dirtier than they had been before. They found themselves alone and surrenderer against the capitalist.

In 1848, being driven by the capitalistic advertising, the people crowded the squares and lifted the barricades. They believed it was their revolution but they were really wrong. It brought neither bread nor advantages to them. On the contrary, when the industrial production increased, poverty was spreading everywhere. After the failure of the 1848 revolution, some left-wing intellectuals founded the Socialist International. They did not share, however, the same theoretical conception or converging policy; therefore the International failed soon and was later replaced by the Second International.

The International had different contents according to the ages of history. The second International was prosperous until the years of the First World War and the Russian Revolution. Under the cultural and political leadership of German Social Democrats, it inspired the Social Democratic Parties of industrial – or going-to-be industrial – Europe.

The Parliamentary Democracy is regarded as the necessary context for the social democratic parties to exist. That is the right case from a history point of view. However, if you look at the content only – namely at the substance or, say, the Welfare – you must admit that even Fascism or Nazism were not far from the prevailing historic course in Europe which was characterized by a tacit ( and nationalistic) agreement between the capitalistic leadership and the working class (I mean an actual cooperation of the social subjects, also lacking of, or contrasting against, the most representative political and trade-union groups).

The social democratic dictate did not inspire great faithfulness out of modernized Europe. Where industrial capitalism was still a desire, as in Russia, the process of modernization, hidden by communism was brought on directly by the people. Communism, as Lenin stated, equals the power of the workers'committees plus the industrialization. Not only in Russia, actually, but also in other countries where the national leadership had not been able to start industrialization, the class struggle became as tragic as the civil war and forced development. The setting was the same, with the wars of liberation, as in several colonized countries.

The Russian Revolution determined the opening of the Third International. This was guided by a Communist and Soviet leadership, and adopted the Marxist and Leninist concept of revolutionary class struggle.

There is also a Fourth International by Trotzkji which opposed both to Stalinism and Social Democracy. While his founder was still living, it was not very successful with the masses who were greatly fascinated by Stalin. The Third international ended, on the contrary, in the years of the Second World War.

The problem with the various Internationals, the cause of their age-long waving was the very big difference in remuneration of subordinate employment in the various countries. As a matter of fact, the prediction of the classical economists, shared by Marx and the first two Internationals, according to whom the factory capitalism would spread everywhere, did not come true. Consequently, not even was the working class born everywhere in the world. On the contrary, for over 150 years production establishments were concentrated in the West. A big contradiction arose: the market increased all over the world while there was enlarged reproduction only in determined areas. This brought about pay rise and a big improvement of the working class condition in the industrialized regions, thus softening, in such areas, the hardness of the class struggle. On the other side, the exponential growth of the industrial production and the consequent demand of enlarging the outlets of capitalistic goods, destroyed everywhere the craft production and depressed the agricultural subsistence production (work being rewarded only by what is produced). Recently passed century, poverty and wealth were not divided among social classes, but among countries, regions and continents. All the unindustrialized countries and regions became colonies, without any military occupation.

Today starvation is not due to the dispossession of the old mixed rights on the land, but to the lack of industrial production. Marx had predicted in ’48 that capitalism would win and submit all the people, firing them with low prices. It took nearly a hundred years to start talking about capitalistic underdevelopment and explaining that the working class parties and trade unions had succeeded in conquering a piece of cake for workers, as a cake was already available and had to be divided as well.

Afterwards, when the Japanese industry, being enlivened by low wages and sustained by American capital, started invading the U.S.A., a new course began for the proletarian universe. The powerful American industry, unwilling to be defeated by an adversary who was made strong by the low costs of production, started to establish settlements in Formosa and other places where the cost of living was elementary and the wages very low. The Asian tigers of the south-east were not generated by the Holy Spirit, they have earthly parents. Since then not only have the oligopolists been competing, but there has been the poor side of the underprivileged world menacing and damaging the curve of the western wages as well.

To the productive awakening of south-eastern Asia Europe reacted more slowly than America did. France, Great Britain, Germany, which already imported working people from the rest of Europe, and Padania which imported from southern Italy opened to workers from countries outside European Community.

Shortly afterwards also European capitalism started moving factories outside the traditional area. While diminishing the employment demand, wages, first being subjected to price control as a consequence of the migratory flow, started to be cut, not keeping pace with the inflation as planned by capitalists. Workers'condition is getting worse at an incessant and increasing rhythm and is drugging the historically guaranteed state bureaucracy after it.

The trade-union pax between capital and labour is having problems. The tacit business national agreement between capitalists and workers' aristocracy, in spite of trade-union and social democratic party resistance, is going to die. Immigrant labour succeeds in keeping high the business national GDP of the industrialized countries. However, if that can be profitable to the trade-unionists'point of view, organs of a body which has its own life, certainly it does not draw on workers'wages and even less on the hope of unemployed to get a job.

On the one hand the increasing occupation in those regions where there is industrial immigration and in the countries of recent forced industrialization, mainly in China, Pakistan, India, Iraq, Iran where labour is cheap and , on the other hand, the progressive decreasing of the wage curve in the west, these are facts converging towards a third one: the working class, as properly named, is taking global dimensions. In a few decades, life condition of the subaltern masses will move closer. Will there be a political approach as well?

The fact of having companions in misfortune does not prelude a return to the First International, to the ancient slogan: "Workers all over the world, be united!".

The historical experience suggests that the fear of losing a privilege, or the ambition of conquering it, could become the worst counsellor, as in Israel where kibbuz collectivism brought about a concealed conquest war (even if ill-concealed, and largely announcing to be transformed in genocide).

If there is a new International, and it is willing to work in a realistic way in favour of the peace among workers, the methodological assumption will have to be the recognition of the unequal development of nations; furthermore, its priority political project will have to be removing the technological gap, even at the cost of weakening competition and productive increase.

Nicola Zitara







Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilitā del materiale e del [email protected].