L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
  Eleaml


Che fare?

di Nicola Zitara

Siderno, 12 Dicembre 2007

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Quest'anno, il Rapporto Censis - sicuramente l'analisi più approfondita fra quelle che  vengono condotte annualmente sulle condizioni degli italiani, e per giunta  l'unica che ancora considera il Meridione una parte d'Italia  - è un lacrimatoio. Il paese è disfatto: una mucillagine.  Sono nato in un tempo in cui sui muri esterni della casa paterna erano infissi degli anelli, perché vi si potesse legare l'asino. 

Oggi, chi attraversa lo stesso luogo è tenuto a fare lo slalom attraverso le auto parcheggiate.  Non è che quella Siderno degli asini legati contro un muro fosse molto più arretrata di altri posti. Nel 1936, mio padre mi condusse con sé a Torino: la "città dei reali carabinieri ", secondo Gino Costa, mio compagno di banco. 

Prendemmo una stanza nel miglior albergo della città, ma dovemmo subito lasciarla perché, lì, i cessi erano ancora alla turca. Nessun confronto tra gli alberghi di Torino  e gli splendidi hotel di Reggio o di Messina. 

Nei settanta anni che ci dividono dal 1936, data della proclamazione del mussoliniano Impero, il Sud è andato avanti nella civiltà materiale ma è indietreggiato fortemente quanto a peso nell'ambito del sistema nazionale. E' dal 1860 che il Sud indietreggia andando avanti, coinvolto in un sistema che non è il suo, in vicende che non lo riguardano, in una serie interminabile di crisi che non possono essere padroneggiate dall'interno del Sud, ma solo dall'esterno. 

Da sessant'anni si blatera contro il fascismo, ma siamo al punto che mafia e politica esprimono la stessa realtà. Il Sud è come l'asino d'un padrone pazzo che, dopo averlo legato alla mangiatoia,  ha messo fuoco alla stalla. Io ho visto gli orfani di Caporetto, le vedove di Trento e Trieste, i mutilati dell'Amba Alagi, ho tremato sotto i bombardamenti, ho pianto gli amici morti in un sommergibile, ho visto tornare i superstiti del Don come se fossero la radiografia di colui che era partito, sono stato al funerale di chi è morto dieci anni dopo, per un morbo tropicale sconosciuto. 

La retorica televisiva sui campi di Mauthasen ci perseguita dallo schermo, per insegnarci che il solo valore positivo, la sola idealità  per  l'operare politico di oggi e di domani è il rispetto del mondo ebraico; per inculcarci che noi non abbiamo avuto altre sofferenze  che i lager e i forni crematori. E infatti i nostri lutti sono dimenticati. Attraverso lo schermo conosciamo quasi uno a uno, i superstiti dei campi di sterminio,  i drammi da loro vissuti. Ma i figli e i nipoti di coloro, il cui nome è inciso sulla base dl monumento ai caduti nella Grande Guerra,  non vanno mai in televisione. E neppure ci vanno i figli e i nipoti di coloro il cui nome è commemorato su una modesta lapide, accanto alla porta del Municipio di Siderno.  

Manca del tutto una lapide che ricordi  i sidernesi periti nella resistenza all'esercito piemontese invasore. Non sappiamo neanche quanti furono,  sicuramente decine e decine. Sarebbe divertente credere che il teatrino della politica si limiti alle stravaganze  di   Berlusconi e ai precettosi ricatti del 2 per cento  di Mastella. Ma l'attualità nostra si legge meglio attraverso il ricordo o la dimenticanza o la damnazione dei morti, attraverso l'onore e il disonore che i  morti ricevono. Le persone e i fatti commemorati indicano chi è che comanda. Garibaldi, Cavour, i Martiri di Gerace…Ci hanno convinto che siamo attori nel loro  teatrino. Ma  i nostri morti sono la cartina di tornasole del non essere "italiani". Da loro sappiamo che in questo teatro non  siamo attori, ma  mal pagati servi di scena. 

Della Grande Trasformazione avvenuta nel dopoguerra, qui sono arrivate le briciole, il lavoro è rimasto altrove. I nostri emigrati hanno pagato le sofferenze che chi chiede qualcosa agli altri deve pagare. Soffrendo si sono conquistati considerazione e amicizia. 

Gli appartenenti alla seconda o terza generazione, qualche volta soffrono ancora per il loro cognome terrone. Qualche volta dicono: "ma io sono nato a Milano". Ma è sofferenza sopportabile. Per fortuna non è più il dramma di cinquanta anni fa. D'altra parte lo spaccio di droga, i soldi della droga, i palazzi, i centri residenziali e commerciali, che sono stati costruiti dappertutto nell'area centrosettentrionale con i soldi della droga, hanno conferito rispettabilità agli emigrati più recenti, mafiosi e non mafiosi.

Il paese egemone - la Padana -  contemporaneamente bellicoso e pacifista, fascista e antifascista, sabaudo e repubblicano,  colonialista e democratico, costruito nel corso di centocinquant'anni di saccheggi e di sopraffazioni, è stato portato al coma irreversibile dalle liberalizzazioni bancarie. Forse qualcuno che aveva studiato la storia dell'Italia unita, ricordava quel che significò per il paese l'aver allentato le briglie ai privati nel corso della Prima Guerra Mondiale, e il fascismo e le inevitabili nazionalizzazioni. Ma, poi,  affinché l'Italia potesse accedere alle modernità europee, bisognava privatizzare. 

Quanto, poi, fosse  moderna questa benedetta Europa lo si è visto in una cosa di poco conto: i coni dell'euro. Cuma e Taranto battevano moneta seicento anni prima che Augusto arrivasse al potere, seicento anni prima che sotto Tiberio  nascesse Cristo. Il tarì siciliano e quello di Amalfi  fecero da moneta internazionale  per più di mezzo millennio, dal tempo di Carlo Magno (800 d.C.) alla conquista turca di Costantinopoli (1453 d.C.). 

Tutti i coni italiani, a partire dall'età fascista, furono  più che belli, ma  nonostante questo primato sono stati adottati coni tedeschi, con il bel risultato che  ti devi portare dietro una lente d'ingrandimento per distinguere l'euro dai due euro, il venti centesimi dal cinquanta centesimi,  i due centesimi dai cinque centesimi. 

Passando alle cose di maggior conto, la Comunità economica europea ha immaginato di ripetere il miracolo avvenuto in Germania, tra il 1830 e il 1870, con lo Zollverein, una zona di libero scambio, protetta verso il resto del mondo. E fin qui tutto  andò bene. Il disastro è cominciato quando si è creato l'euro senza che si volesse  un Kaiser come nel 1870, un ordinamento giuridico, una testa pensante e una volontà unica nel governo dell'Unione. 

L'emancipazione dal dollaro, che negli scambi mondiali è divenuto la cambiale  di un debitore che intende pagare soltanto una parte del debito, è cosa sacrosanta, ma  arrivare all'arroganza di fare della Banca di Francoforte il  governo di 25 paesi membri, ha portato a un'Europa senza governo, al blocco della dinamica tecnoproduttiva, alla caduta delle esportazioni, a uno Stato che genera sottoproletariato, e lo lascia allo sbando. Insomma siamo rimasti indietro rispetto a Bismark e a Lassalle. Cina, India, Brasile, Usa, che hanno monete deboli, hanno allargato i loro  sbocchi, l'Europa, ricca di una moneta forte, punisce i suoi lavoratori con la disoccupazione. E siccome non mi pare che i proletari traffichino petrolio con i Paesi arabi e la Russia, non si capisce che cosa l'Europa guadagni dalla moneta forte, tranne l'importanza e il sussiego dei banchieri.

Il sistema bancario italiano venne costruito con il saccheggio delle monete duosiciliane, con la sottomissione della banca centrale meridionale  a quella padana, con l'inconvertibilità dei biglietti della Banca Nazionale di Genova e Torino, con la sterilizzazione del Sud. Fu l'Italia del "carnevale bancario", fin quando non emerse un  Triangolo Genova-Torino-Milano e non si raggiunse un equilibrato rapporto tra banca e industria. La banca non venne sottomessa all'industria, ma fu messa in condizione di distribuire sulla nazione (attraverso l'incessante svalutazione) i  rischi a cui nessuna impresa, neppure quella monopolistica,  è sottratta.

E' dal 1995 che la Padana va giù. Le banche, liberate dal servizio alle imprese "nazionali", hanno fatto e fanno soldi a palate con la speculazione sul fumo di valori reali. Rubando alla gente e infischiandosene di tutto il resto, hanno portato la Padana, un paese fino a dieci anni fa ricchissimo, imperiale, sull'orlo del totale fallimento. Solo in un caso i pronubi di questo cambiamento, i partiti della sedicente sinistra e i loro dirigenti torinesi, sono riusciti a mettere una temporanea pezza a favore della loro città, imponendo alle predette di rifinanziare la Fiat.  Ma quanto durerà?

Non ho ricette per l'Italia, nessuno le ha. Peraltro, quand'anche personalmente le avessi, non le tirerei fuori. Sono per il tanto peggio, tanto meglio. Se l'Italia si sfascia, il Sud torna libero e indipendente. Sarà doloroso ricominciare da dove si è lasciato 150 anni fa, allorché Francia e Inghilterra temevano che la nostra indipendenza fosse un ostacolo ai loro commerci imperiali. Ma prima o poi bisogna disfarsi del padrone padano che, con il suo equivoco signoraggio, ci ha ridotti a ludibrio delle genti. 

La separazione tra Toscopadana e Ytalìa, tra Etruschi e Mediterranei non dipende comunque dalle mie predilizioni. Essa si prefigura come un evento inevitabile, tale sia oggettivamente, perché qui il Nord non ha più niente da saccheggiare, sia soggettivamente, perché i Veneti e gran parte dei Lombardi, dei Piemontesi, degli Emiliani, dei Romagnoli, dei Toscani, dei Marchigiani sono stanchi di convivere con popolazioni che non stanno alle regole. 

Forse ci sarebbe stato da capire che queste popolazioni, dopo essere state depredate, dovevano arrabattarsi per campare. Totò lo ha spiegato mille volte nei suoi film, ma lo ha fatto ridendo e così si è potuto immaginare che fossimo nati per divertire il mondo.  

Allora, che fare?

Il ritorno all'indipendenza non scioglierà la saldatura tra la politica corrotta e la mafia, l'unico settore della società economica meridionale allacciato al mercato  globale. In sostanza l'Italia sarebbe formalmente divisa, ma il Sud resterebbe ugualmente al servizio del Nord, come Stato fantoccio. Il che fare consiste precisamente nel tentare di introdurre un nuovo concetto della politica, una diversa cultura. 

Diversa e nuova,  ma soltanto se soggiaciamo all'amnesia  unitaria, che ha voluto cancellare il nostro passato per irretirci. E invece antica. Quella di coloro che seppero battere i francesi di Napoleone in campo aperto e i piemontesi di Cavour con le roncole e le accette, lasciando sul campo centinaia di migliaia di morti. 

Dietro di noi non c'è Roma - ferun vincitorem - non c'è Garibaldi,  ma Persefone, gli Osci, i Sanniti, Pitagora, Archimede, Federico II, Manfredi,  Masaniello, Fabrizio Ruffo,  Giambattista Vico, Gaetano Filangieri,  Ferdinando II, suo figlio Francesco, il Volturno e Gaeta; ci sono l'onore, la famiglia, la solidarietà  cristiana, il rispetto, la schiena dritta, la capacità di soffrire, la giustizia, l'ospitalità disinteressata, l'amore per il  lavoro e per il sapere, il governo giusto, la libertà. Quella autentica e non quel surrogato meccanicistico e pubblicitario che ci viene suggerito dallo squallido servitorame che popola il parlamento, le università, i giornali, la televisione.    

La nazione barbarica, di cui il Regno d'Italia fu una copia arrivata fuori stagione, è una struttura che sopravvive al suo tempo. Il mondo va verso il governo universale, verso un ordinamento statuale articolato su formazioni sociali piccole, omogenee e coese. Siamo stati per due volte all'avanguardia del mondo civile. Né Bossi, né Prodi, né Berlusconi, né la Scala di Milano, né la Bocconi hanno qualcosa da insegnarci. E' venuto il tempo di ripeterci. Bisogna che si torni a rispettare noi stessi.





 

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