L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Il Sud è un peso per l'Italia

di Nicola Zitara

Siderno, 21 Settembre 2007

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Secondo il giudizio del governatore della Banca d'Italia, il Sud va considerato un peso per l'Italia. Ovviamente i banchieri vedono le cose dal loro punto di vista, come per altro ciascuno di noi. Il fatto d'avere un punto di vista professionale e limitato non coinvolge soltanto il presente, ma anche il passato, cioè la storia, e specialmente il futuro, cioè le proposte e le scelte politiche.

Quanto al passato, è opinione corrente (quindi non soltanto mia) che l'unità italiana ha risorgimentato la Toscopadana e ha disastrato il Sud. Il Sud ha pagato l'indebito e non è stato mai risarcito del capitale, degli interessi e del danno. Anzi è considerato in debito. Fra i mille indebiti pagamenti che si potrebbero ricordare, ne cito soltanto tre. 

Primo: la valuta in dollari rimessa degli emigrati in America, per buona parte meridionali, tra il 1885 e il 1914 fu una manna per Genova, Torino e Milano. Con quell'inaspettata risorsa il Nord poté passare dall'agricoltura all'industria. 

Secondo: a partire dal 1948, il governo del celebrato De Gasperi dette decine di migliaia di operai meridionali al Belgio e alla Germania, perché lavorassero (con bassi salari) nelle miniere di carbone, in cambio di una parte del carbone estratto. Superfluo aggiungere che il carbone serviva alle industrie siderurgiche e meccaniche del predetto Triangolo. 

Terzo: il successo dell'industria padana negli anni Cinquanta (miracolo economico italiano) fu costruito sui bassi salari dei cinque milioni di contadini emigrati dal Sud. Ma l'emorragia migratoria distrusse l'agricoltura e completò il disastro meridionale, già ben avviato dal signor Cavour - un disastro che è inutile descrivere perché ciascuno di noi lo vive nella carne e nello spirito, assieme ai suoi cari.

Per il Meridione, l'industria padana è economicamente un danno e non un beneficio. Lo sviluppo del Nord, infatti, innalza i salari anche qui, ma poi impedisce che qui si formi un assetto produttivo sufficientemente forte per pagare quei salari.

Venendo al tema, il governatore della Banca d'Italia saprà molto meglio di me che il miglior cliente dei prodotti dell'industria, dell'agricoltura e dei servizi toscopadani non è, come sento dire, la Repubblica Federale Tedesca, ma il Sud italiano. La Toscopadana colloca al Sud una parte rilevante della sua produzione complessiva. 

Il Sud paga quel che riceve con il lavoro occorrente nella distribuzione, che è una frazione minore (il cosiddetto ricarico) del valore del prodotto. Non si guadagna nulla a produrre un automobile, se non si vende. Chi si occupa della vendita viene remunerato. Fa il suo giusto guadagno. Questo guadagno lo spende dove vive. 

Lo mette in circolazione. Paga i dipendenti, mantiene la famiglia, paga le tasse, fa la carità. Il dipendente di un supermercato, il cui salario viene pagato con il profitto commerciale realizzato vendendo merci milanesi, mette in circolazione la paga mensile e alimenta il lavoro di altri commercianti che vendono anch'essi merci padane e vivono con i margini che l'industria gli lascia. Il Sud va avanti con questa e con altre poche altre cose. 

Noi possiamo ingenuamente credere che il medico che ci cura venga pagato con i tributi che il Nord versa allo Stato, ma non è così. Lo paghiamo noi. E siamo noi a pagare tutti i pubblici impiegati che lavorano qui. In termini di vera e onesta economia politica, il Sud dà più di quanto riceve. Infatti paga le merci che consuma a un produttore localizzato in un ambiente in cui il tenore di vita è più alto. E' come se pagasse una sussidio a chi sta meglio. 

Se il Sud fosse uno Stato indipendente, la stessa merce verrebbe prodotta qui e costerebbe meno, in quanto i salari si adeguerebbero al nostro tenore medio di vita. L'esempio cinese può egregiamente chiarire l'affermazione.

Quando il governatore della Banca d'Italia afferma che il Sud è un peso per l'economia italiana vuole in sostanza significare che il Sud contribuisce alla formazione del Prodotto Interno Lordo soltanto con lo smercio e le riparazioni, mentre non contribuisce a produrre beni nuovi e servizi vendibili. Cioè la media italiana viene abbassata dal Sud. 

Tecnicamente, il singolo lavoratore meridionale (quando ha un lavoro), pur lavorando più e meglio di altri, non si guadagna il salario che riceve, a causa della bassa produttività imperante nel complessivo assetto meridionale. Cioè, non solo il complessivo lavoro effettivo è un quantità minore di quello potenziale, ma è esplicato in imprese a tecnologia matura, quelle imprese, cioè, che non realizzano un alto valore aggiunto. 

Con il magna magna che ci fu in Irpinia per la ricostruzione post terremoto, ci si rese conto che a ogni occasione di intervento speciale si ripeteva quel che era avvenuto prima con la Cassa per Mezzogiorno: i soldi andavano al Nord. Per dare lavoro al Sud sarebbe stato necessario delocalizzare l'industria padana. 

Forse la cosa si sarebbe realizzata se non fossero arrivate le privatizzazioni decise a livello europeo. A questo punto sono sopravvenute due novità. Prima, l'intervento pubblico è stato cancellato. Seconda, le banche commerciali battono moneta come se fossero delle banche centrali.

Il governatore della Banca d'Italia ha mille ragioni a dire che il Sud non contribuisce fattivamente alla formazione del Prodotto interno. Ma il Sud ne ha diecimila di ragioni sia contro la Banca d'Italia sia contro il Triangolo industriale sia contro chi ha governato lo Stato italiano dal 1860 ad oggi. L'inoccupazione, la mancanza di una possibilità di lavoro, sta al centro del disastro meridionale. Su cento persone in età di lavoro, al Sud hanno un lavoro meno di 40, mentre al Nord vige la piena occupazione. 

Anzi il lavoro è tanto che viene aperto ogni pertugio perché arrivi in Italia gente disperata, in cerca di pezzo di pane. In sostanza tutti i paesi europei si danno da fare per copiare gli Stati Uniti che, aprendo la valvola dell'immigrazione, tengono calmi i salariati. Il passaggio dalla piena occupazione borbonica alla stabile inoccupazione italiana ha la sua fonte innaturale nella centralizzazione del rischio bancario a favore delle regioni del Triangolo. 

Il Sud borbonico disponeva di una banca d'emissione parecchie volte più forte della somma di tutte le banche esistenti nella penisola. Questa banca finanziava l'industria pubblica e privata, e lo sviluppo della marina mercantile anticipando soldi allo Stato. Il sistema era onesto, in quanto lo Stato restituiva l'oro che la banca gli aveva prestato. Con l'unità d'Italia si è passati dall'oro alla carta, e siccome la carta si stampa, la banca centrale assunse rischi ben maggiori che in passato e anticipò soldi prodotti in tipografia.

Il rischio bancario è la stessa cosa che il credito bancario a favore di imprese che presentano un elevato margine di pericolosità - una cosa assolutamente normale in un paese industriale. Nell'Italia unita queste operazioni sono state coperte dalla banca di emissione (che prestava carta alle banche commerciali), cioè dalla Banca d'Italia, con una specie di privilegio regionale. Si pensi alla Fiat, salvata dieci volte dalle banche, a Telecom, alla Parmalat. 

In passato, senza l'esplicito o il tacito assenso del banchiere centrale, nessuna impresa bancaria si sarebbe ingolfata di titoli obbligazionari e azionari. Infatti è il banchiere centrale che prefinanzia i nuovi investimenti aggiungendo altra carta a quella che è già in circolazione, in pratica generando inflazione (dal 1860 al 2001 la lira si è svalutata diecimila volte), oppure intervenendo a cose fatte, per coprire imprudenze bancarie già commesse, come sta avvenendo in questi giorni in America, e non solo lì.

Queste procedure sotterranee hanno avuto decine di migliaia di applicazioni al Nord e solo qualcuna al Sud. Oggi la Banca d'Italia non ha più potere d'emissione. A emettere moneta fittizia sono le stesse banche commerciali, le quali imbrogliano il pubblico, i loro azionisti, la Banca centrale europea e persino se stesse (il capitale di maggioranza). 

Si tratta di procedure illecite. Eppure senza questi giochi non si fa capitalismo, cioè non si creano e non si lanciano sul mercato imprese di medie e grandi dimensioni. Tutti lo sanno, tutti lasciano fare, ma nessuno lo ammette.

La convivenza con questa Toscopadana, chiusa sui suoi interessi e sorda agli interessi generali, è risultata perdente per il Sud sin dal giorno che Garibaldi mise piede in Sicilia e i fautori dell'unità sollevarono la peggiore feccia del Meridione per consegnarlo, mani e piedi legati, ai maneggi degli affaristi di Genova e Firenze. E oggi perdenti sono, altresì, tanto l'idea di un capitalismo meridionale, quanto l'idea di portare il capitalismo padano all'uso corretto del libero mercato. 

L'appassionata perorazione di Beppe Grillo contro i politici e contro gli intrallazzi del sistema confindustriale che, dopo aver scannato il Sud, ha messo mano a scannare anche il Nord, se pure avesse qualche successo, non modificherebbe certamente la condizione d'inoccupazione di cui soffre il Sud. 

D'altra parte il capitalismo ha fatto il suo tempo. In presenza dei problemi ambientali, che emergono a cascata un giorno dopo l'altro, l'iniziativa del privato capitalista, che in teoria, facendo il proprio tornaconto, farebbe l'interesse di tutti, è archiviata per sempre, allo stesso modo che è archiviata per sempre l'usanza di partorire nella propria casa e nel proprio letto, con la semplice assistenza dell'ostetrica condotta. Il Sud, se proprio vuole partecipare alla produzione, al fine di uscire dall'inoccupazione secolare, è necessario che prima torni a essere libero e indipendente.





L'articolo è stato pubblicato anche sul settimanale sidernese
La Riviera, pag 2 - n. 39 del 23 Settembre 2007
riviera zitara





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