L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
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112 miliardi di euro per il Sud (prossimo venturo)

I vitellini di Fanfani

Una vasta operazione europea per confezionare le giubbe nuove  ai politici, ai loro figli, nipoti, parenti, consanguinei, amici, parrocchiani e procacciatori di voti

di Nicola Zitara

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Siderno, 17 Dicembre 2008

Ironia delle parole! Il 5 dicembre u.s. una foto formato tessera del commissario europeo per gli affari regionali, la polacca Danita Hubner, è stata riprodotta su un giornale - tra parentesi il nome del fotografo, il quale si chiama Sapone.  Acqua e sapone, il viso della commissaria, Mangiasapò - ho pensato -  gli altri figuranti  riprodotti in foto. I vecchi sono sospettosi (in dialetto si dice malopensanti).  Un tal Agazio, che in attesa d'essere archiviato e sostituito da una garbata e squisita persona, che giustamente tutti definiscono Gentile, si chiama già Lo Iero ( che in italiano del XXI secolo si dice "lo ieri"). In altri tempi, Lo Iero sarebbe  stato ripescato e, a sua scelta, rifatto ministro o Presidente dell'Autority preposta a investigare sui Furti Con Destrezza (che non vuol dire di Destra), in cui pare che abbia acquisito una grande esperienza sorvegliando "i mordi e fuggi  velocemente"  degli assessori della Regione Calabria. Oggi, con questo Cialtroni che non sa a che palo appendersi, chissà!

Considerato che fra qualche tempo dovrà cedere gentilmente il posto, prima   d'andarsene Lo Iero ha preparato un gran banchetto, a cui ha invitato un sacco di gente, anzitutto i suoi colleghi  del malfamato Sud. Li ho visti in Tv3 (il sex appeal di Cosenza) allineati dietro un tavolo e ho ricevuto l'impressione che l'unica a non aver appetito fosse la signora Hubner. "Questa non mangia, e di conseguenza... ". Le virtù polacche le conosco sin da quando ero un ragazzo. Fu per merito de "la Domenica del Corriere", che nel 1939 fece la prima pagina illustrata, rappresentando i carri armati tedeschi che invadevano la Polonia e la cavalleria polacca che, lancia in resta, correva verso la sicura strage (di uomini e cavalli) in difesa della propria terra.   

Siccome ero un ignorantello, guidato ai giudizi politici dallo storico latino Cornelio Nepote di cui mi era imposto di tradurre le frasi (considerato anche che la Democrazia Cristina e don Guido Candida non erano ancora venuti alla ribalta), invece di gustarmi la potenza tedesca, mi esaltai per l'eroismo polacco. Travolto da tale epos, lessi tutti i romanzi che trovai in casa del loro massimo narratore (di cui non trascrivo il nome dalla complicatissima grafia per tema di sbagliarla, un premio Nobel), a partire dal "Quo Vadis?", passando per "Col ferro e col fuoco", per finire a uno che si svolge in Africa, di cui non ricordo il titolo. Raramente ho incontrato una lettura più fotografica: una lettura che ti fa vedere ciò che è soltanto descritto. Ma passiamo avanti. Sei anni dopo, a guerra finita, studente a Napoli, ho visto di persona questi benedetti polacchi, o come li chiamava la mia nonna napoletana, i polonesi. Erano una cinquantina di collaborazionisti fatti prigionieri dagli Alleati e custoditi da uno steccato e da una leggera rete da pollaio proprio al centro di Napoli, in piazza Garibaldi. Fossero stati italiani, avrebbero rimosso lo steccato e sarebbero scappati da tutte le parti. Loro invece se ne stavano lì, quieti e pensosi, in divise fornite loro dai vincitori. Siccome abitavo meno di cento metri distante, feci la conoscenza (maledette sigarette!) con parecchi di loro, che sapevano l'italiano meglio di me. Gente d'un pezzo!

Questo lontanissimo ricordo mi è tornato in mente, con l'immediatezza di un lampo, vedendo in televisione la signora Hubner. Sapeva dov'era e fra chi era seduta, poteva spostare un palo dello steccato e andar via, invece è rimasta lì, a fare il suo dovere istituzionale a tutti i costi.

Cosa saprà la signora Hubner degli italiani? Sicuramente le vacche di Fanfani. In questa storia della vacche, Fanfani non è il colpevole, ma la vittima. Era il presidente del consiglio dei ministri e, morto De Gasperi, l'uomo più odiato a sinistra. Venne in Calabria per reclamizzare i portentosi risultati della Cassa per il Mezzogiorno. L'illustre nostro corregionale, Gennaro Cassiani (tema "Cass", desinenza "iani": si chiamava così anche prima che svaligiasse la Cassa con altri illustri cosentini e catanzaresi), Ministro per il Mezzogiorno, dovendo mostrarli gli incredibili risultati ottenuti in termine di vacche (necessarie a far somigliare la Calabria alla Bassa Lombarda), e non avendone comprate che poche decine, prese a far spostare la piccola mandria da una stalla dei Casali Cosentini, a una della Sila, da una stalla della Sila, a una stalla del Poro, da una stalla del Poro a una di Catona, dove per giunta il clima e il pascolo particolari sono confacenti più all'allevamento del  pescespada che alla stabulazione delle vacche.    

Il povero Fanfani ne uscì distrutto. Per questi suoi meriti Cassiani aspetta il giusto monumento, uno proprio di bronzo, di bronzo la faccia e di bronzo tutto il resto, che contraddica gli accorati versi del povero Franco Costabile ("La rosa nel bicchiere").

Cento-dodici miliardi di euro tradotti in lire fanno duecentoventi-mila-miliardi di ex lire. La metà di quel che venne speso sotto il nome di Cassa per il Mezzogiorno, la quale poi fu una mera etichetta per abbagliare, in sostituzione della normale spesa in opere pubbliche. Infatti i 400 mila miliardi di lire investiti nella Cassa sono pari a meno dell'1 per cento di quanto il Nord era costato al Sud nei precedenti novanta anni di unità garibaldinista, sabaudista, mussoliniana  e resistenziale, una cifra persino difficile da scrivere, diciamo una ventina di vagoni ferroviari colmi di 15 tonnellate d'oro ciascuno. Oro risucchiato internamente in cento modi, più venticinque milioni di lire oro, moltiplicati per 35 anni di fila, spediti dagli emigrati in America prima della Guerra del 1915.             

112 miliardi di euro vanno spalmati su sei regioni: Sicilia, Campania, Molise, Puglia, Basilicata e Calabria.  A quel che so, la quota calabrese potrebbe raggiungere i 12 miliardi in cinque anni, 2,5 miliardi l'anno, ogni anno meno del 6 per cento di quanto arraffa la 'ndrangheta. Una metà la mette l'Europa e una metà la Repubblica Italiana. Ora, Tremonti quei soldi, assegnati (Bilancio di competenza) ma non li ha ancora erogati a favore del Sud (Bilancio di cassa), ma li ha già in parte spesi, ed è ben difficile che tornino all'ovile (conti del Tesori). Ma mettiamo pure...

Comunque, caso mai arriveranno, a stare alla mia stanca immaginazione di vecchio vaccaro, saranno spessi a infoltire gli organici di Rai3 (Cosenza), che passeranno da qualche centinaio di giornalisti a qualche decina di migliaia. Infatti la Tv è oggi lo strumento migliore per far viaggiare le vacche e i vitelli.

Mi rendo conto d'aver divagato, la politica è una cosa seria. Basta guardare  la faccia di Berlusconi e gli occhiali di Di Pietro. Perciò enuncio il mio progetto, breve, sintetico, lapidario. 

Se fossi io il futuro capo della "cabina di regia", di cui parla il sindacalista Bonanni, di quei 2,5 miliardi annui, darei metà ai porto di Gioia e di Corigliano (le autostrade mediterranee ci emancipano dalla perifericità padanista), e l'altra metà alle aziende agricole (a vocazione biologica), ma solo a quelle che occupano più di cento operai, e sono quindi ben visibili e controllabili circa l'eventuale fottisterio (infermieri docunt). Niente a don Ciotti, niente alla cultura e alla formazione dei giovani, su cui punterebbe la signora Hubner. I "formati" partono e gli "sformati" restano qui, al seguito di questo prete redentore delle vituperevoli anime calabresi ("Se la fatica era una cosa buona, l'ordinava il medico").

Ma poi, ripensando al mio progetto, lo trovo troppo fantastico e letterario, proprio da "uomo della provvidenza". In funzione della rinascita calabrese, dico che è meglio che i miliardi  se li godano loro, tra palazzo Campanella, palazzo Europa, e Rai3. Anche loro hanno famiglia. E se proprio vogliono pensare al futuro, a Vibo e a Crotone c'è gente che aspetta.










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