L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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La funzione dell’intellettuale meridionale

di Nicola Zitara

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Siderno, 20 Agosto 2007

Da quando l’Ytalìa (il cosiddetto meridione) svolge il ruolo e la funzione di colonia o retroterra di altre popolazioni non produce intellettuali. Da Empedocle e Archimede bisogna saltare mille anni di storia romana per arrivare a Cassiodoro. Dal tempo di Federico II al tempo di Telesio e Campanella passano quattrocento anni. 

Al Sud una cultura autonoma, piegata sui problemi del paese, riemerge nel ‘700, allorché gli spagnoli lasciano l’Italia. Una parte del secolo XVIII racchiude l’inizio e la fine dell’autonomia culturale napoletana. 

Al principio ci sono Giambattista Vico e Pietro Giannone, alla chiusura c’è Vincenzo Cuoco. Nel Saggio storico del Cuoco, la Rivoluzione Napoletana del 1799 viene giudicata una Rivoluzione Passiva, in quanto stimolata da idee che venivano da fuori e nient’affatto legata ai problemi del paese meridionale, su cui il Secolo precedente, quello di Giannone, Genovesi, Galiani, Filangieri, aveva fatto luce.

Fatti salvi - forse - i trenta anni del regno di Ferdinando II (1830 – 1859), allorché l’area meridionale si pose alla testa del rinnovamento economico italiano, e tolta forse l’originalità della canzone popolare, il Sud, sin dal lontano 1799 accetta passivamente le idee, i costumi, i valori, i modelli operativi, l’estetica, la retorica, persino la fede e le sacralità, che vengono dalla Toscopadana. Il risultato è sotto i nostri occhi, nell’animo nostro, nelle nostre tasche, nelle nostre speranze, nella nostra quotidianità. 

E’ il disastro! 

Chi sa un po’ di storia, può tranquillamente affermare che i centocinquant’anni di unità italiana sono stati peggiori degli anni seguenti la conquista romana delle città magnogreche, italiche e siciliane. Allora gli Italici si dettero schiavi ai Romani per vivere, oggi per vivere ci si erge a mafiosi, si uccide con la dinamite, s’infilano donne e giovanetti in una buca, si nega ogni forma di lealtà e virtù umana. Nessun sapere, nessun amore, unico dio il danaro. Ci si adatta a essere servi.

Anche il Meridione partecipa alla produzione di intellettuali. Gli intellettuali meridionali sono di due tipi, anzi di due geografie: quelli che stanno sui gradini più alti sono stati elevati a ciò dall’Italia civile, che ne ha decretato i meriti. 

Quelli che non hanno siffatto riconoscimento vanno ulteriormente suddivisi. Coloro che pascolano intorno ai muri di un consiglio regionale o di un palazzo di città ricevono lustro dal muro su cui si appoggiano. Coloro che, invece, non hanno muri a cui appoggiarsi, esercitano il pascolo brado e spesso si alimentano con erbe diuretiche e purgative.

Le specie dominanti sono le prime due. Sono riconosciute e remunerate. L’ essere servi di un sistema e di un mondo altrui è un merito. Poco importa, poi, che ci si separi dalla realtà, che si chiudano gli occhi alla verità, che si disprezzi il popolo al quale si appartiene. L’intellettuale al servizio dell’Italia dominante, quando s’impegna in una rivoluzione, lo fa passivamente, attacca con lo sputo l’idea straniera sul Sud, come si fa con il francobollo su una busta. Più si è passivi, più si è belli.

Non esistono terre chiuse. Le idee, le tecniche, i saperi, il gusto, le mode etc. hanno sempre viaggiato. I coloni inglesi, partendo per l’America, si portavano dietro i polli, i cani, i gatti, le falci e i rasoi da barba. Le culture, le colture, le specie animali si diffondono, si possono persino trapiantare facendo tabula rasa, genocidio, di chi e delle cose prima esistenti. C’è però da annotare che qui da noi la rivoluzione italiana, in quanto rivoluzione passiva è fallita.

L’intellettuale meridionale deve rivalutare e studiare finalmente la lezione del Riformismo napoletano del ‘700, per porsi come mediatore di modelli degni di imitazione a favore della collettività di appartenenza. 

Di segno completamente opposto sono le inclinazioni degli intellettuali passivi che forniscono il personale della nostra classe politica. Faccio un solo esempio, sperando nell’intelligenza di chi legge: la festa di un tempo e la festa di oggi. Nel 1938, sul palco musicale in Piazza Portosalvo a Siderno, ogni giovedì si esibiva la banda “Città di Siderno”, i cui componenti erano tutti del paese o di paesi vicini. Imparando a suonare il trombone, i nostri compaesani del tempo imparavano anche a interpretare attivamente la musica di Bellini e quella di Verdi. Anche oggi il ragazzo di paese sa distinguere tra una composizione di Eros Ramazzotti e di Ligabue, ma non li sa interpretare, la consuma e basta.

Meno apparenze e più sostanza. Più libri, più scuola, più maestri di musica e meno altoparlanti, amici amministratori, meno grandi nomi che facciano cartellone, in modo da essere citati da Pino Nano su Rai Cosenza. Vigiliamo su come si fa scuola, su quanto s’impara e su quanto non s’impara. Creiamo quelle strutture esterne che aiutano il giovane a crescere. 

Non dico che le piscine non servano, ma dico che è più importante sapere i Principi di Archimede. L’Ytalìa e l’Italia sono in procinto di separasi. Bisogna formare saperi non passivi.





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