L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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L'IVA federalista

di Nicola Zitara
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Siderno, 14 Agosto 2008

Buon Ferragosto a tutti i lettori di Fora, in particolare ai compatrioti che, con serietà, coraggio, informazione adeguata, determinazione, lottano per l'indipendenza del paese italiota dal colonizzatore, fratello a parole e sanguisuga nei fatti.

Liberare l'Ytalìa da Roma e da Milano

Liberare l'Ytalìa dagli ascari e dai corrotti che servono i cavourristi.


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L'IVA federalista

Milano + Torino + Roma sono federaliste con i soldi nostri.


Nonostante il nome, l'Imposta sul Valore Aggiunto è un'imposta sui consumi, come il vecchio dazio regio. Non lo dico io, è scritto sui testi di Scienza delle finanze. Chiunque può controllare l'affermazione.

In Italia l'IVA ha sostituito l'IGE (Imposta generale sulle entrate) da una quarantina d'anni, in virtù d'un accordo comunitario europeo. Essendo l'Europa la Vestale della concorrenza (salvo che non si tratti delle sacre banche, che hanno libertà di fottisterio), si è preferito il meccanismo vigente, che rende più difficile il protezionismo.

Vediamo come funziona. Il produttore Primo (per esempio il contadino) che fattura il bene venduto 100 euro è tenuto a incassare il 20 % di IVA. I venti euro in più vanno versati al fisco. Il produttore Secondo, che ha pagato 120, adesso fattura per esempio 140 + euro 28 di IVA = 128 e versa al fisco la maggiore IVA di 8 euro (28 meno 20 già versate) . Il produttore Terzo paga 168 euro. Rivende per 180 euro + 36 di IVA. Versa al fisco 8 euro (36 meno 20, meno 8 = 8). Siamo al consumatore finale. Questi paga 216 euro (180 quale valore della merce passata per tre mani e 36 come imposta). Insomma i 36 euro vengono interamente pagati dal consumatore.

Transeat, le tasse si pagano. Le entrate fiscali a volte corrispondono a servizi che lo Stato rende, a volte alla classe politica dirigente per comprare la ghianda destinata all'ingrasso dei politici dei politiici di provincia in servizio attivo della democrazia, del parlamento, del consiglio, comunque delle attività nobilmente politiche, anche se spesso i rappresentanti del popolo sovrano non capiscono un ... in materia.

La particolarità in arrivo (a completamento di quanto già in parte in atto) è che, in virtù del federalismo fiscale, il gettito dell'IVA non va allo Stato e neppure alle regione di chi paga, ma alla regione di chi anticipa l'IVA nella veste di esattore dello Stato (dire esattore non è sbagliato, infatti l'appalto esattoriale non prevede soltanto l'incasso ma anche il pagamento dell'eventuale insoluto del contribuente). Tanto per dirne una, la gloriosa Lombardia, che dopo aver prodotto Antonio Sciesa (tiremm 'nanz) le "Cinque giornate di Milano", nonché Brescia "leonessa d'Italia" e anche "La piccola vedetta Lombarda", ci fa la grazia di non andar via dall'Italia. Ma vuole avere remunerata la fedeltà. Così si prevede che incasserà 15 miliardi ogni anno. Al Lazio andrà meno bene, ma sempre bene. Il Piemonte è terzo. L'Emilia pure. Le restanti regioni canteranno l'INNO DI MAMELI, insieme ai giocatori della Nazionale calcio e agli Incantati della Stella che passano la vita a tifare per chi li fotte.


Un liceale sa tutto di Roma e di Firenze. E la Calabria? Solo se la vede

Ferragosto, una motocicletta

Negli anni Cinquanta, la gente ionia, il giorno di ferragosto disertava le spiagge della Locride e partiva a bordo di vecchi camion, di Vespe e di Lambrette, di carrozzini, delle prime auto utilitarie, dirigendosi verso i Piani delle Serre, per godersi un giorno di frescura fra i boschi di abeti, di faggi, di pini, di castagni che la Forestale andava ri-impiantando nell'intento di porre riparo al saccheggio bellico di legname. I vacanzieri salivano da Croceferrata e, di solito, raggiunta la Fabrizia, invece che proseguire per Serra San Bruno, riscendevano per un tratto la strada che porta a Stilo. Si accampavano nei pressi della borbonica Ferdinandea, per dissetarsi alla famosa fonte di Mangiatorella (cioè che permetteva di digerire rapidamente e quindi di ricominciare a mangiare). Per i marinoti del versante opposto, i Nicoteresi, i Tropeani, i Vibonesi, i Pizzitani, la meta ferragostana era più variegata; si distribuiva sui pianori a scalinata tra Serra San Bruno, San Nicola da Crissa, Vallelonga, Monserrato, Torre Ruggero, Chiaravalle. Da quelle parti, joni e tirreni facevano una breve conoscenza.

A sud della Stretta di Catanzaro, la penisola si allarga per un breve tratto, forse una decina di chilometri, merito del promontorio di Capo Vaticano o pseudo penisola del Poro, che si protende tra il golfo di Sant'Eufemia e quello di Gioia. Di fronte lo spettacolo delle Eolie, le cui sagome si stagliano a intercettare e spruzzare d'intorno i bagliori del sole al tramonto. L'area complessiva è un'antologia di ambienti climatici chiusi tra due sponde, il Jonio e il Tirreno, e gode da secoli di un sistema di comunicazioni viarie eccezionalmente sviluppato, benché i tracciati si snodino in un continuum di curve, in alcuni tratti estremamente pericolose. In età borbonica, allorché la Calabria era meno difficilmente raggiungibile via mare che via terra, la testa di ponte dell'area verso il mondo esterno era il porto di Pizzo, sul Tirreno. L'interesse del governo napolitano era polarizzato sulle Officine di Mongiana e sugli altiforni che le rifornivano del ferro occorrente, quello della stessa Mongiana e quello della Ferdinandea. Il sistema industriale ricadeva sul versante jonico delle Serre, cosicché la via che lo allacciava al porto di Pizzo, dove il prodotto veniva imbarcato, valicava la dorsale appenninica sfiorando il pianoro più alto. su cui giace Serra San Bruno, e scendeva, attraverso tornati meno affannosi, lungo il corso dell'Angitola.

Quest'opzione stradale è stata a lungo la più moderna fra le molte altre di cui la storia ha lasciato i segni. I voraci disboscatori romani facevano convergere il bottino nello stesso luogo, ma raggiungendolo per la valle del Mesima. Questa stessa via, con qualche deviazione, fu probabilmente usata dai Normanni per il trasporto dei tronchi in riva al mare, dove le maestranze tropeane costruivano la flotta con cui i biondi predoni avrebbero raggiunto la Sicilia, ancora in mano araba. Non a caso Roberto il Guiscardo pose la sua capitale a Mileto, meno alta di Vibo rispetto al corso del Mesima. E' ipotizzabile che i Bizantini, per raggiungere i borghi delle Serre, preferissero, invece, sbarcare (e imbarcare) a Squillace, sul versante jonico, pochi chilometri a sud di Catanzaro.

L'ingegneria moderna ha consentito l'apertura di due nuove strade di accesso alle Serre. Il Copro forestale dello Stato ha aperto un'agevole via per il trasporto dei tronchi, la quale da Fabrizia scende a valle nella Piana di Rosarno e raggiunge la linea ferroviaria Reggio-Napoli. A sua volta l'Anas ha aperto la nota e trafficata bretella autostradale, che parte da Marina di Gioiosa e raggiunge l'autostrada a Rosarno. Questa strada valica la dorsale appenninica sul Passo della Limina, da dove è anche facile deviare per Fabrizia e per Serra San Bruno.

Come è noto, Serra San Bruno è nata e cresciuta accanto alla celebre Certosa. Durante i secoli della dominazione spagnola e, poi ancora, durante il regno dei Borbone, fu la città capitale di tutto il vasto pianoro, e anche una centrale di maestri scalpellini così valenti che persino il Vanvitelli volle impiagare una squadra nella costruzione della reggia di Caserta . Nel corso dell'Ottocento, questi bravissimi e originali artigiani prestarono la loro opera nella costruzione di palazzi e palazzine gentilizie nelle rinascenti città costiere di entrambe le sponde. Splendide le scalinate e i colonnati negli androni di alcune vecchie dimore gentilizie che si possono ancora vedere nel circondario. Oggi Serra, con le sue belle chiese, dalla facciata in pietra lavorata, è appena il ricordo di un passato importante nella vita regionale, e soltanto per gli eruditi. Solo a Natale la gente che abita il Pianoro, ricco di antichi borghi, se ne sovviene per merito del gustoso torrone di cui i dolcieri del luogo si tramandano la ricetta. Ancora nei decenni precedenti la guerra, Serra era meta accogliente per la villeggiatura estiva di famiglie facoltose. Lo testimoniano le villette stile belle époque che sopravvivono, non sempre come ruderi, sul viale che porta dal cento urbano alla Cerosa. Ma oggi viaggiare e facile, le risorse economiche sono maggiori, per cui si scelgono posti acclamati, sebbene lontani, di villeggiatura in montagna.

Per la storia del popolamento, l'area di cui trattiamo è un quadrilatero che ha i suoi apici a Nordovest nella foce dell'Angitola e a Sudovest nella rada di Nicotera, sul Tirreno, e tra Soverato (Nordest) e Marina di Gioiosa (Sudest), sul Jonio. Il fatto che nel corso di quattromila anni, i calabresi abbiano risalito e ridisceso i monti, per chiudersi o all'opposto aprirsi al mare, ha prodotto una incredibile varietà di testimonianze architettoniche: dal teatro greco di Kaulon, alle mura di Hipponion, dalla cattolica di Stilo, ai palazzi spagnoli di Tropea, alla Torre Galea di Gioiosa, ai centri urbani delle stessa Gioiosa e di Mammola, non ancora scoperti dagli studiosi. Olio, seta, vino, legname d'opera, zucchero, e poi ferro, pietra, damaschi, laterizi, dolciumi, poi ancora arance, limoni, mandarini, gelsomino. In ultimo 'ndrangheta e delinquenza politica e sanitaria. "Noi eravamo", narra un romanzo non più letto, ma sbagliava: noi fummo.

Dal bivio della Ferdinandea a Pazzano, una curva dentro l'altra. A Stilo, il Jonio abbaglia gli occhi con i riverberi del sole calante. Un vecchio rivoluzionario impreca dal duro marmo contro le viltà umane. Ti fermi, lo guardi, se gli credi, lo saluti. Sulla discesa verso la marina di Monasterace, le stoppie inondano d'oro le colline. La S.S. 106, vergine d'asfalto, corre tra i calanchi e i resti della macchia mediterranea. Sulla spiaggia, i pescatori preparano la barca per una notte in mare.









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