L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
  Eleaml


Partito nazionale = truffa meridionale

di Nicola Zitara

Siderno, 19 Gennaio 2008

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Alcune situazioni, per esempio la spazzatura e la camorra napoletane, il caso Mastella, la mafiosità diffusa fra gli operatori commerciali, agricoli e industriali meridionali, il lavoro in nero e mal pagato, la sudditanza delle amministrazioni comunali, provinciali e regionali, della sanità e persino degli uffici decentrati dell'amministrazione centrale romana alla mafia e alla tamarria, la disoccupazione dilagante fra le giovani generazioni di laureati, il fallimento del sindacato, il degrado della scuola, l'individualismo dei magistrati, le mani legate alle forze dell'ordine, la sfacciata dipendenza dei mass-media, specialmente della televisive, che arriva alla farsa nel Tg3 Calabria, la piovra bancaria, che s'innalza a usura metodologica nelle finanziarie, e di un'infinità di altre cose, non viaggiano ciascuna per suo conto, ma si collegano e possono essere riportate a una causa unica, il partito nazionale.

Qualunque partito ha un suo preciso risvolto nel consenso. Al tempo in cui il suffragio elettorale non esisteva, il consenso aleggiava nell'aria e veniva soltanto percepito da chi governava. Da più di un secolo il consenso viene espresso mediante il voto. E come tutti sanno, il voto si vende e si compra. Questo commercio è fortemente redarguito dagli stessi compratori, cioè dai partiti nazionali. Ma non è proprio una vera causa di falsi risultati elettorali. Come è regola per i grandi fenomeni statistici, un eventuale commercio a favore di un partito di sinistra nella regione A, viene compensato da un eventuale commercio a favore della destra nella regione B. La somma finale dà lo stesso risultato di quello che si avrebbe se il commercio non ci fosse. Insomma il commercio è ininfluente (o scarsamente influente) in relazione al totale nazionale.

Non così l'azione politica dei grandi partiti di governo e d'opposizione il governo.

In Italia, la falsificazione che i partiti operano si collega al fatto che la nazione è una sola e una sola la legge. Per esempio la libertà bancaria, uguale per tutte le banche, ha gonfiato enormemente le banche toscopadane e contemporaneamente portato alla chiusura le piccole banche locali, che servivano con triplicate difficoltà di bilancio la clientela minuta. Ciò non è capitato a caso. E' stato voluto affinché le grandi banche figliassero la consorteria delle finanziarie toscopadane, che svolgono la funzione di orientare i consumi e che per tale disonesto fine sono remunerate con utili favolosi. Altro esempio, i giornali. Una legge finanzia la stampa quotidiana. I grandi giornali hanno figliato una miriade di piccoli giornali provinciali, che danno spazio alle cose locali, come se fossero giornali del luogo. In realtà queste pubblicazioni ripetono i messaggi che promanano del grande giornale milanese o romano che ne è il vero padrone. Libertà di commercio. I consumatori di Milano o di Reggio sono quasi indifferenti se mangiare arance siciliane o spagnole, ci spiega la televisione. Però la televisione omette metodologicamente di spiegare che gli agricoltori siciliani sono fortemente motivati contro l'importazione di arance spagnole, mentre gli agricoltori lombardi risultano completamente disinteressati di fronte allo stesso fatto.

Si tratta di un esempio banale di diversità, ma ogni lettore troverà nella sua esperienza mille altri. Ciò che si intende dire è che lo Stato nazionale DEVE disciplinare con la stessa legge situazioni diverse. La maggior parte delle leggi e degli atti governativi riguardano una situazione e anche la situazione diametralmente opposta. O più chiaramente dovrebbero governare due paesi diversi.

Il risultato pratico di tale pasticcio è che una parte del paese ha il suo governo e l'altra parte del paese ha propriamente uno sgoverno. A realizzare questa assurdità politica provvedono i partiti, i quali sono riusciti ad appiattire la classe politica meridionale nella funzione di sottogoverno.

Il generale è sempre la somma di dati particolari. Vediamo un particolare molto generale. Con l'unità politica, nel 1861, si ebbe la prima elezione su base nazionale della la camera dei deputati. Alla camera dei deputati, che allora era l'unica camera elettiva, essendo il senato di nomina regia, si formarono due grandi gruppi politici, la Destra e la Sinistra. Entrambi ereditavano le idee risorgimentali: la Destra quelle di Cavour e dei moderati, la Sinistra, alquanto eterogenea, raccoglieva i seguaci di Mazzini, di Cattaneo, di Garibaldi, di altri meno famosi.

In sostanza si hanno due grandi formazioni politiche nazionali. Entrambe rivendicano il compito storico di governare l'intera Italia, la quale non è un paese unitario per cultura, lingua, economia, tradizioni millenarie, base etnica. L'equivoco originario dell'unitarietà del partito, il partito nazionale, si è prolungata fino ai nostri giorni. Nel corso di 150 anni, ci sono state soltanto due rotture della regola: il Partito sardo d'azione, sorto nel 1919 fra i reduci dei massacri sul fronte alpino, che elettoralmente non produsse mai "risultati" nazionali, e l'attuale Lega lombarda, che sicuramente non ha un seguito nazionale e che tuttavia ha pesato sul sistema nazionale fino a scassare gli equilibri solidificatosi nel dopoguerra e solennizzati nella Costituzione repubblicana.

La Destra storica, che nacque nelle regioni che vollero l'unità - Piemonte, Toscana, Liguria, Lombardia - ebbe una visione della nazione-una ricavata dalla attese di dette regioni. I cosiddetti patrioti della altre regioni poterono soltanto aderire, accettando la concezione di governo connessa e quelle attese.

La Sinistra storica andò al governo a partire dal 1874, dopo aver abbandonato alle ortiche Mazzini, Cattaneo, Garibaldi, l'idea di repubblica e abbracciato appassionatamente il re e l'augusta corte. Il suo successo elettorale va ascritto a una sollevazione del notabilato meridionale, alquanto sacrificato dai governi della Destra. Il piemontese Depretis, che fu il leader di questa sedicente sinistra, inaugurò una forma generalizzata di corruzione dei deputati meridionali, fatta non tanto con soldi come adesso, ma con favori per il collegio elettorale del singolo sostenitore. Piccole cose, come la nomina di un capoguardia, lo spostamento di una pretura da un paesino al paesino del deputato vittorioso, la fermata d'un accelerato nella stazione del villaggio fedele, il trasferimento di un prefetto rompiscatole o di un capitano dei carabiniere zelante, o anche la erezione di una frazione a comune, e frattaglie del genere. Questo corso finì con il governo Crispi. C'erano voluti 28 anni affinché un meridionale arrivasse a premier. In parlamento non ci sono più i grandi partiti del 1861, ma (come adesso) una moltitudine di notabili locali e provinciali all'arrembaggio del potere. Crispi favorì un ribaltamento delle alleanze internazionali, in particolare un cambio della protezione francese con quella tedesca, cosa che aiutò la fondazione in Italia di una banca moderna e di un'industria pesante.

Questo passaggio strutturale dello Stato nazionale comportò l' abbandono del Sud al suo destino di retrovia nazionale, di appendice fastidiosa, che altra positività non era tenuta ad esprimere che le tasse e le rimesse degli emigrati in dollari - una manna caduta dal cielo, che risollevò le sorti della lira cadute molto in basso.

L'assetto inaugurato da Crispi e applicato anche in appresso da Giovanni Giolitti battezzò un gruppo di potere extraparlamentare (i poteri forti: Banca d'Italia, industrie elettriche, siderurgiche, meccaniche, chimiche) capace d'indirizzare le scelte del governo e del parlamento, nonché d'influenzare l'opinione pubblica attraverso un loro giornale, 'il Correiere della sera'.

In Meridione la classe politica continuò a svolgere il suo ruolo di servizio di retrovia attraverso l'accattonaggio del voto. Questa sublime funzione politica era in atto già prima a Palermo e a Napoli, mercé i buoni uffici della mafia e della camorra. Un famoso sindaco di Napoli, Nicola Amore, stante il suo bel cognome, era fortemente innamorato della camorra. E la camorra di lui. Il secondo presidente meridionale del consiglio dei ministri, il marchese di Rudinì, era il papa della mafia, e così anche l'insigne giurista Vittorio Emanuele Orlando, presidente del consiglio sul finire della Guerra Mondiale. Si tratta di tre capi di governo, che molti meriti ebbero nei confronti della Toscopadana, e che di meridionale ebbero soltanto l'accento e forse l'avversione per la polenta. Un altro presidente del consiglio meridionale, apparso come una stella senza orbita, fu Antonio Salandra, a cui si deve l'evento più antimeridionale della storia dell'Italia unita, la dichiarazione di guerra all'Austria, il 24 maggi del 1915. Nei cento anni fino al 1961 ci furono ancora due presidenti del consiglio meridionali, Francesco Saverio Nitti, lucano, nel 1919, e Antonio Scelba, siciliano, nel dopoguerra. Nessuno dei sei uomini politici citati ha influito sull'assetto sbilanciato dello Stato italiano nato con l'unità, neppure Nitti, famoso meridionalista. La stessa cosa può essere tranquillamente detta per i democristiani Aldo Moro, Emilio Colombo e Giovanni Leone, presidenti meridionali del consiglio dei ministri più vicini a noi nel tempo.

Oggi gli anni di unità sono arrivati a 147. In un secolo e mezzo, nessuna delle correnti politiche che hanno orientato il paese - il liberal-liberismo di Cavour, il liberal-protezionismo di Crispi e di Giolitti, il socialismo, il comunismo, il fascismo, la socialdemocrazia, il berlusconismo, il leghismo, il ciampismo - sono sorti nel Meridione. Farebbe eccezione il partito cattolico, creato da don Sturzo, siciliano di Caltagirone, ma si può tranquillamente dire che da una testa non settentrionale è venuto fuori quanto di più toscopadano si può immaginare, l'abbindolante Democrazia Cristiana e in seguito il leghismo e il venetismo.

Un Sud governato da idee non coerenti con i suoi bisogni, direi di più governato contro i suoi interessi, non può esprimere una vera classe politica. Intanto la selezione dei quadri politici ed elettorali include soltanto le persone che stanno genuflesse ed esclude rigorosamente le persone dotate di spina dorsale. Ma questo è il meno. Alla fine pure i genuflessi, tipo Minniti, una loro idea la esprimerebbero. Il più è che a ciascuno di loro, il partito nazionale chiede soltanto una cosa: voti, per portare avanti una politica capace di cogliere e rappresentare interessi toscopadani. Personalmente di tali incongruenze me ne sono capitate tre o quattro come militante della sinistra. Ne racconto una. Siamo intorno al 1955. Ero un giovane fervente, attivo, ma alquanto ingenuo. Le federazioni socialista e comunista mi spediscono a fare il capolista nelle elezioni comunali di un paese non lontano dal mio. Mi viene spiegato che sarei andato lì in nome della lotta alla mafia, che candidava un suo esponente a sindaco del paese. Al primo incontro con i compagni del luogo, mi fu chiesto di far visita a un latitante, che era il vero avversario del non latitante candidato democristiano.

Il 'mio' latitante era un uomo saggio, avveduto, uno che amava il popolo e che il popolo rispettava, ma non certamente un nemico della mafia, il quale disponendo di un certo numero di voti mafiosi abbisognava di un'etichetta politica per coprirli. La cosa divenne chiara a me solo in quel momento, ma chi mi aveva spedito alla ventura la sapeva già da molto prima.

 Esiste la destra ed esiste anche la sinistra. Ma non stanno di casa qui. Qui c'è soltanto il malaffare, frutto di un'assurdità che va sanata anche a costo di misure energiche.










 

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