L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Sentimenti e realismo politico

di Nicola Zitara

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Siderno, 24 Agosto 2003

Non c'è che da applaudire agli articoli di stampa, sempre più numerosi ed espliciti, e a tutte le iniziative rivolte a riabilitare il passato del Sud borbonico e la dinastia dei Borbone-Farnese fortemente impegnata a fare del Napoletano e della Sicilia un paese moderno.

Guardando attentamente alla nostra storia è facile capire che l'attivismo borbonico non nacque sul vuoto o dalla sola buona volontà dei dinasti. Sul finire del Seicento e specialmente nel Settecento, il paese napoletano e la Sicilia furono i protagonisti di un movimento politico-culturale profondo e vasto, che per i posteri va sotto il nome passivamente scopiazzato di "Illuminismo napoletano".

Non credo che la definizione sia esatta. Infatti trascura in primo luogo la Sicilia, il cui apporto culturale non fu secondario rispetto al moto napoletano. In secondo luogo sottace le differenze abissali con l'Illuminismo francese e specialmente con l'utilitarismo inglese. Per gli "italiani" la lettura più nota sull'argomento è il volume di Franco Venturi pubblicato da Einaudi circa trent'anni fa. Venturi dà una visione esotica dell'Illuminismo napoletano, che è quella che piace agli storici unitari e, sebbene si tratti di un libro brillante, l'idea che ne dà è depistante. Più coerenti con la nostra storia sociale sono due libri di cui non esiste la traduzione italiana: quello di Ruggiero Romano sul Commercio napoletano nel secolo XVIII, edito in Francia nel 1951, e quello di Patrick Chorley su Olio, Seta e Illuminismo, edito a Napoli nel 1965, ma in lingua inglese.

Ricordo anche un saggio di Natalino Sapegno su Pietro Giannone che è posto a mo' d'introduzione alla sua monografia su Alessandro Manzoni (Universale Laterza, libro è facile da trovare).
Non so se sbaglio, ma la mia idea è che il moto, più politico che culturale, cominci del tutto tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento, allorché il peso del forte indebitamento dei re spagnoli con gli usurai genovesi ricadde quasi interamente sul Viceregno napoletano. Il prezzo maggiore fu pagato dall'arte della seta, di cui il Sud, specialmente la Calabria, era la centrale europea. Gli artigiani meridionali fuggirono in massa approdando in Francia, nel Veneto, in Inghilterra, in Svezia, in Danimarca. La crisi fu, per così dire, l'occasione per il primo libro in cui il commercio internazionale è trattato in modo "liberista".

Non a caso esso fu scritto dal cosentino Antonio Serra, attivo non si sa bene se come mercante di seta o come banchiere o come dipendente di un banchiere legato alle fortune dell'esportazione serica. Comunque sia, nel corso del Settecento, Napoli conosce i due italiani più innovativi del secolo: Pietro Giannone e Gianbattista Vico. Giannone è un giurista, il primo storico moderno d'Europa e un lottatore politico. Finì i suoi giorni in Piemonte, dove i Savoia l'incarcerarono e fecero uccidere per ubbidire al Papa. Uno dei suoi poderosi lavori, "Historia civile del Reame di Napoli", rivendica l'autonomia del paese dal Papa e dai feudatari.

La storia di Giannone è "civile" perché investe i rapporti sociali di produzione - e in sostanza la società - invece che i dinasti, come gli storici avevano fatto per tutto il Medioevo.
Gianbattista Vico, prima di Hegel - e secondo me meglio di Hegel - tratta la dinamica storica dall'angolo visuale dell'antropologia culturale. E' la storia dell'umanità ricostruita in relazione a quel che l'uomo fa. Le idee nascono ed evolvono in connessione al prodotto.

La civiltà altro non è che la stessa storia. L'uomo conosce a partire dalla società in cui è nato e produce. Tra il pensiero avanzato dei due scrittori e l'organizzazione della società duosiciliana c'è, però, un fossato, il feudalesimo.

L'Illuminismo napoletano è un pensiero attivo e pratico volto a colmare il fossato. Non a caso il padre dell'Illuminismo napoletano è Antonio Genovesi, un economista, anzi il titolare della prima cattedra di economia politica inaugurata al mondo. A conferirgli la cattedra è Carlo III di Borbone, giovane re di Napoli, il primo re di questa dinastia.

In effetti i Borbone adottano ciò che noi chiamiamo Illuminismo napoletano come filosofia economica e politica della loro attività di governo. I loro ministri, da Bernardino Tanucci a Ferdinando Galiani, a Giuseppe M. Galanti, provengono dal gruppo degli innovatori.

Il cosiddetto Illuminismo napoletano ha come obiettivo primario di trasformare il feudo in piccola proprietà contadina. Un fine non secondario sono le trasformazioni agrarie e la bonifica delle terre. Gli ingegneri idraulici napoletani sono i più bravi del mondo, degli autentici rivoluzionari nel loro settore. Senza di loro né la

Campania né la Calabria sarebbero quelle che noi conosciamo.
Purtroppo ai Borbone non fu concesso di portare a termine i progetti concepiti. Né lo Stato italiano li ha mai seriamente e impegnativamente ripresi. Per questo motivo penso e dico che l'opera di informazione sulla nostra identità di popolo e sulle nostre radici politiche (politiche è il termine giusto, perché di questo si tratta) non basta. Salvo che non ci contentiamo di qualche condiscendente pacca sulla spalla, un riconoscimento da parte dei toscopadani della storia meridionale equivarrebbe alla negazione del loro cosiddetto Risorgimento, della loro cosiddetta Unità italiana e del loro proclamato Stato italiano.

Procediamo con il ragionamento e in termini non sentimentali. Partiamo dal dopo, cioè dall'unità fatta. Per il Sud, il compimento dell'unità, in termini militari, significò la resistenza contadina (il brigantaggio), in termini liberali e italiani significò immediatamente l'insorgere della Questione meridionale.

Ora, questa cosiddetta Questione meridionale non significa altro che, se noi meridionali ci troviamo male in Italia, la colpa è nostra. "Siete arrivati nella patriottica Italia come dei disgraziati. Eravate rozzi, primitivi, male amministrati. C'erano nientedimeno che i borboni… Adesso, però, messi nel mazzo della civile Italia, vi civilizzerete anche voi, sarete ben amministrati e, da ultimo, anche portati nella civilissima Europa. 

Sì, la patria non ha capito per tempo in quale stato deplorevole versavate, ma adesso provvederemo noi…".

Ma non hanno provveduto. E non hanno provveduto, sapete perché?

Perché era (ed è) impossibile farlo nell'ambito dello Stato unitario. Stato unitario e Questione meridionale sono la stessa cosa.

Lo Stato italiano non solo non poteva nascere senza far pagare il conto al Sud, ma non potrebbe esistere senza che i meridionali si tolgano il pane di bocca per ingrandire Milano, Torino, Roma e quant'altro.

L'espressione "Questione meridionale" è solo un alibi per rovesciare su di noi la (loro) colpa del disastro meridionale, la stessa scusa pretestuosa della nostra supposta barbarie, allo stesso modo dei Borbone supposti "negatori di Dio", allo stesso modo della nostra supposta inettitudine a vivere civilmente la modernità.

Oltre a darci una pacca sulla spalla, cosa faranno i toscopadani quando converranno con noi che i Borbone non erano quelli che loro hanno descritto e insistono a descrivere?

Quando ammetteranno che noi non eravamo rozzi e barbari, poveri e mostruosi? Che avevamo più navi, più industrie di loro? Che l'Università di Napoli aveva, al momento dell'unità, ottomila studenti e tutta l'Italia restante non arrivava a quattromila? Che a Napoli, ogni sera, erano aperti più teatri che in tutta l'Italia restante? Che la provincia ne manteneva 45 o 46? Che nella sola Napoli, nell'anno 1855, si stampava il 55 per cento di tutti i libri stampati in Italia? Che faranno, smonteranno Milano?

Nel 1859, Milano aveva meno di un terzo della popolazione di Napoli e un decimo dei suoi commerci. Che faranno, porteranno i due terzi degli abitanti di Milano a Napoli? Nello stesso 1859, Roma aveva meno della metà degli abitanti di Napoli. Che faranno? Porteranno a Napoli due milioni di romani, con in testa Veltroni, Ciampi e D'Alema?

Due banche a confronto. Nel decennio che precedette l'unità, il Banco delle Due Sicilie effettuava annualmente operazioni di credito per circa 25 milioni di ducati (un ducato 4,25 lire, una lira 1861 = 8000 lire del 2000) sulla base di 100 milioni di ducati di depositi (che mediante l'uso della fede di credito restavano in circolazione), mentre la Banca Nazionale del Regno di Sardegna (poi Banca d'Italia) operava credito per una cinquantina di milioni del tempo, sulla base di una riserva di circa 30 milioni d'oro (imbussolati in una cassaforte).

Che faranno, porteranno la Banca d'Italia, la Commerciale, il Credito Italiano, il Banco di Roma (o come si chiamano attualmente), la Banca Nazionale del Lavoro, da Milano e da Roma a Napoli, e con i loro depositi rifaranno il vecchio Banco?

Chiuderanno i porti di Genova e di Trieste, e riattiveranno il porto di Napoli?

Chiuderanno i cantieri di Monfalcone e li sposteranno a Castellammare?

Se non si passerà alla politica in senso pieno, qualunque cosa possa comportare, la rievocazione del passato rimarrà folclore e i meridionali continueranno a spiegare che un tempo erano un grande popolo, che questo popolo viveva in uno stato importante, il più importante nell'Italia del tempo, che avevano regie, palazzi, chiese e certose. Ciò mentre continueranno a contendersi in mille modi un posto di lavoro, a emigrare per trovarlo, ad avere Comuni indebitati e impotenti, idem quanto a Regioni, a tenersi la mafia che porta i soldi a Milano ma scassa qui il comportamento sociale, ad arruolarsi nelle polizie e nell'esercito nazionali per una paga.

Personalmente non credo che dai toscopadani avremo altro che un'elegante presa per i fondelli. Il lupo perde il pelo, ma non perde il vizio. Usurai erano, e usurai sono ancora.

Nicola Zitara







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