L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml



Retrocedendo, avanziamo

Il Regno di Napoli

di Nicola Zitara

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Siderno, 6 Novembre 2006

La settimana scorsa, su “la Riviera”, Antonio Orlando si è chiesto, e mi ha chiesto: (uno) in che modo il movimento neoborbonico si prefiguri come una nuova forza politica, se poi non propone cose diverse dal meridionalismo partitocratico; (due) cosa mai io, un marxista, ci faccia tra i neoborbonici; (tre) il perché io non mi impegni a cercare una risposta ai bisogni reali delle popolazioni meridionali, invece che pensare a improponibili restaurazioni.

La bontà e l’indulgenza di Orlando mi lusingano. Per mia e altrui fortuna, la natura mi ha congegnato un Dna di persona modesta. Le domande sono serie, Orlando è una persona seria e colta, un giornalista versatile, chiaro e brillante; un uomo che ama la gente della sua terra. La stima che ho di lui – e vorrei aggiungere l’affetto che viene dal comune sentire - m’impongono di rispondere con la massima sincerità e cercando di mettermi in pari con l’intelligenza che mi attribuisce. Peraltro, la sua provocazione – suppongo un passaggio raso terra sotto porta - mi torna comoda.

Premessa. Il principio intorno al quale ogni mia proposizione ruota è la ricostruzione della piena occupazione e dell’effettiva produzione nel paese meridionale (ytalico), entrambe straziate e beffardamente negate dallo Stato nordista.

Primo. Non credo che Orando abbia ottenuto dal movimento neorborbonico la risposta chiara che s’attendeva. Il movimento neorbonico non è ancora un progetto politico. Esprime la rivendicazione identitaria degli ytalioti (i napoletani o meridionali o italici, popolo diverso dagli italiani) che la retorica cavourrista e garibaldinista ha sporcato con mille falsità e lo Stato unitario ha degradato fino al punto di fare di noi ytalioti un popolo di selvaggio, di banditi e masnadieri. Il convegno di Caserta è stato un modo per conoscerci e soltanto un approccio alla politica. Il programma, la strategia e la tattica sono da costruire interamente. Per quel che mi riguarda, la tabellina pitagorica del “che fare” l’ho pubblicata su Internet (www.eleaml.org). Sarà accettata o respinta? Attuata o abbandonata? Aspettiamo e vedremo, anche se attendere è un suicidio, perché è da supporre che l’invisibile vertice tricontinentale, che avvince e guida l’Occidente, stia preparando il futuro governo (uomini e assetto) del Sud separato. Gli ytalioti che hanno risorgimentato con il loro lavoro la Toscopadana impoverita, ora, in un mondo fatto di macchine che ragionano e di morti di fame al servizio della macchina intelligente, non servono più. Il mercato nazionale ha lasciato il posto al mercato globale. La patria illuminata e progressista intende liberarsi di una popolazione che ha pretese affluenti, ma produce zero. Ancor più la Borsa di Milano. La sanità costa, i vecchi costano, i giovani pure. Per adesso, il governo del Sud è lasciato in mano all’affidabile mafia e il paese allo sfascio. E’ un fatto, non un’impressione: la cosa è così evidente che mi vergogno d’insistere sul tema. Tuttavia, una volta spezzato in due lo Stato sabaudo, la mafia dovrà spartire il potere governativo con altre forze, probabilmente i politici meridionali di lungo corso, gli incipriati leader della burocrazia romana e qualche eminenza, tutti di origine e interessi meridionali – gli stessi che condominavano il Sud produttivo, in buona armonia con il sistema bancario e le maggiori industrie del Triangolo.

Spero di sbagliarmi, di prendere lucciole per lanterne, ma, se la supposizione è realistica, la lotta di classe dovrebbe svolgersi adesso, nell’ouverture, prima che la banda intoni la marcia trionfale con diecimila corni e qualche centinaio di migliaia di trombe.

Secondo. Il Sud è solo. Sorvoliamo sul passato lontano, che essendo fatto di rimembranze, suscita un minor dolore, per riflettere sulla più vicina vicenda postbellica.

Dopo la sconfitta del Fronte popolare, nel 1948, la sinistra socialcomunista e il suo sindacato dovettero venire a miti consigli e avallare una decisione semisegreta (cfr. una Salvati, di cui mi sfugge il nome di battesimo, in un documentato libro sulla Ricostruzione. Si veda anche “Radici storiche ed esperienze dell’intervento straordinario…”, Bibliopolis, cioè Svimez 1996) nella quale si stabilì che la Ricostruzione sarebbe partita dal Triangolo industriale Genova-Torino-Milano. In compenso la Banca Nazionale del Lavoro e lo stesso governo centrale avrebbero assecondato lo sviluppo agricolo dell’Emilia-Romagna - regione ad assetto praticamente autonomo - piegando su misura due leggi Gullo sulla cooperazione del 1944. Nessuno, che io sappia, si è soffermato su questo passaggio, tuttavia è un fatto.

Al Sud, la ricostruzione sarebbe avvenuta in un secondo momento, sulla base delle risorse che la Ricostruzione avrebbe sicuramente prodotto. L’Associazione per lo Sviluppo Industriale del Mezzogiorno (Svimez), frutto di un’intesa tra socialisti morandiani e cattolici dossettiani, avrebbe preparato la base documentaria e i progetti. Qualche anno dopo si arrivò nientepopodimeno alla Cassa per l’intervento straordinario, cioè al preludio dell’industrializzazione. L’intervento straordinario ebbe una vasta e significativa portata, ma nell’immediato fu più utile ai buoni affari del Triangolo industriale (ferro, cemento) che al Sud (cfr. Graziani, Meldolesi, Pugliese etc.). Molto importante, perché ricadente sulla condizione sociale, fu l’assistenza ai coltivatori diretti e in genere ai contadini (evento che non mi risulta osservato dalle accademie). La crisi del mondo rurale ebbe una cura di notevole efficacia quanto al dolore, ma nessuno stimolo a transitare verso il lavoro industriale, cosicché l’inurbamento dei contadini senza reddito si è volto in mafia. Non è scritto da nessuna parte, ma conoscendo per merito di Montanelli le risorgimentali strategie del capitalismo triangolare, lo si può affermare con sicurezza: il sistema toscopadano volle strangolare l’industria nascente al primo vagito (“L’anno del sole quieto” di Carlo Bernari).

Dalla Ricostruzione si passò, nel giro di dieci anni, all’evento inaspettato del “miracolo economico”. I fautori del Sud (l’auspicato centrosinistra) proclamarono che la scadenza era arrivata e che bisognava onorare l’impegno. Manco a dirlo, la reazione della Confindustria piombò feroce e perentoria sui malcapitati fautori. Furono importati persino degli economisti stranieri per spiegare che l’industrializzazione del Sud avrebbe disastrato tutto il paese. Il valoroso Montanelli si stracciò quotidianamente le vesti (a milioni al pezzo) per tema del misfatto. Fanfani vacillò e cadde nelle braccia di Moro. Il centrosinistra si contorse in anni di attesa, e quando arrivò, si ritrovò clientelista, acquasantista e amorevolmente mafioso (Panzieri, Libertini). Tuttavia le condizioni economiche del lavoratore meridionale erano visibilmente migliorate in virtù di una capillare politica di assistenza. In quel passaggio emerse una doppia resistenza verso l’emigrazione. Il Nord non aveva bisogno di altre braccia, mentre i cafoni meridionali non erano più disposti a subire l’apartheid. La base popolare chiedeva un lavoro nel proprio paese. Nel 1967 la federazione di Catanzaro del PSIUP pose un tema di tipo riformatore - quel che poi Berlinguer definì “l’alleanza tra produttori”. Ovviamente suggerendo un maggiore sostegno ai capitalisti del luogo. La direzione romana respinse perentoriamente la proposta, classificandola un indegno polverone, un’offesa agli occhi belli dell’internazionalismo proletario.

All’interno del pensiero socialista, il separatismo emerse dai detriti dell’internazionalismo, ampiamente maltrattato dalla prassi europea. Non fu un movimento, tranne che in Sardegna. Nel Sud continentale e in Sicilia coinvolse pochissimi militanti, per lo più ex maoisti. Per il PCI fu facile far passare la cosa come una levata di scudi, quasi una querelle personale. I bisogni reali dei lavoratori meridionali e il loro risentimento vennero abilmente falsificati, ad opera di un personale partitico ormai moralmente inquinato dalle ricompense che offriva la carriera politica.

La reazione resistenziale, democratica e antifascista alla rivolta di Reggio chiuse il discorso. Il proletariato meridionale era reazionario e Ciccio Franco, se l’Italia non avesse reagito come non fa in altri casi, sarebbe stata da lui riportata, ahinoi, al 1919. Reggio come Fiume, e quel pericoloso tribuno un D’Annunzio! Mancini e Misasi mai più avrebbero potuto passeggiare sul Lungomare ed ammirare la Fata Morgana come era accaduto al vecchio Pindemonte!

La rinuncia della sinistra operaia a erigersi a sinistra nazionale preparò oggettivamente all’idea di liberazione nazionale (la classe-nazione) come forma di autodifesa contro la subordinazione coloniale, il cavourrismo ablativo e l’ascarismo.

Terzo. Il “capitale” inteso come il mezzo per la produzione e la piena occupazione (gli impianti industriali etc.), al Sud potrà essere formato solo se la nazione meridionale si separerà dal capitalismo toscopadano e dalla corrispondenti aristocrazie operaie, inclini (entrambi) a prosciugare tutte le risorse “nazionali” riservate ai nuovi investimenti (la riproduzione del “capitale” inteso come sopra).

Quarto. Un eventuale (e auspicato da me) Stato degli Ytalioti deve rimettere in piedi il concetto di “legge e ordine”, inteso non in funzione antipopolare, ma in funzione dantesca. Nel tronco, i nodi da tagliare sono due. La mafia va battuta distruggendo le eredità “negoziali” e culturali del mondo contadino (cfr. Gente in Aspromonte), e offrendo in cambio non un giacobinismo d’importazione ma le dimenticate radici del riformismo napoletano. Una cosa possibile solo eliminando il proliferare di Marcelli (o di paglietta) che - sin dal tempo della rivoluzione passiva del 1799 - si agitano nel contesto meridionale alla ricerca di una rendita e di una sinecura

Quinto. Nell’immaginata ricostruzione politica, sociale e morale delle genti ytaliote, la figura del re assume un ruolo fondamentale. La stabilità nel tempo del primo potere nazionale dovrebbe essere un ostacolo al sopravvenire dei soliti opportunisti, mangiafranchi, ascari senza onore, di cui il Sud è stato largo nelle altre cariche della Repubblica Italiana. La funzione del re è identitaria della Nazione. In una società in cui i rapporti giuridici che disciplinano il lavoro produttivo saranno nuovi - e tutti da collaudare pazientemente - intorno al re/nazione potrebbe fiorire una corte di filosofi in qualche modo simile alla corte di filosofi illuminati a cui Carlo III (o Eleonora Farnese, sua madre) affidò il Regno delle Due Sicilie nel lontano 1735. E di uomini d’arme, ma questa volta di fedeltà prussiana.

Sesto. La mia idea respinge per un numero determinato di anni le assemblee elettive, che sarebbero sostituite da una Consulta nazionale sorteggiata fra i docenti universitari e da un governo dittatoriale. Il re, già costituzionale in ogni suo atto, garantirebbe il ritorno al sistema elettivo.

Settimo. La “Rivoluzione meridionale” è necessario passi attraverso una ferma lotta per la restaurazione del contratto di lavoro e il suo rispetto; cosa che sta alla base dello Stato di diritto. Ma siccome la Toscopadana - interessata a sfruttare il lavoro in nero mafiosamente presente nel Sud (cfr. il recente bestseller Gomorra) - a questo non si arriverà. Sarà lo stesso popolo a guidare il processo di separazione, e lo farà in contrasto con la malandrineria e le conventicole romane.

Caro Orlando, più di questo non so dire. Aggiungo soltanto che credo i toscopadani individualmente intelligenti e civili, in sostanza gente migliore di noi meridionali (tranne, ovviamente, quella cosa lorda di Giorgio Bocca), ma quanto a società organizzata, gente insolvente e incapace di essere “una” nazione. Non lo sono mai stati, vittime tuttora del comunal-rinascimentale economicismo e di municipalismo, come al tempo di Dante e di Guicciardini. Persino con due capitalismo in lotta fra loro: da una parte Tre Monti e non si quanta terra, al Nordest, e dall’altra i fessini e i brodini e lattecoglionini, nel Triangolo.


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