L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Reticenze e lotta politica

di Nicola Zitara

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Siderno, 6 Marzo 2005

E’ difficile, per una persona resa scettica dall’esperienza, andare dietro a tutte le cazzate che fanno e dicono i personaggi della grande e piccola politica.

E’ venuta, tuttavia, in primo piano un’intervista resa a Napoli dal professor Romano Prodi. Ora, del candidato premier della sinistra bisogna dire che ha fatto in Italia e in Europa qualche cazzata. Cose, però, che stanno nella logica degli interessi della classe che egli rappresenta. Ma non si può certamente affermare che quando parla dice cazzate.

Si tratta infatti di un uomo navigato, quindi prudente e capace di compostezza nell’eloquio, e di una persona colta, quindi incline a non bluffare, come capita ad altri politici e in particolare ad Arlecchino Ridens in Capillis.

D’altra parte è un politico, e deve quindi sostenere  di aver fiducia che l’Italia sia amministrabile, nonostante il doppio volto di una Padana industrializzata, ma in declino, e di un Sud marginalizzato, anzi in punto di morte; vivo soltanto per la presenza mafiosa.

La sua intervista è un prodotto della migliore sartoria. Niente di quel che racconta è imbastito a casaccio. Il taglio del vestito è perfetto. Le cuciture non tirano. Non si vede che qualche piccola grinza. Peccati veniali. Insomma un vestito tagliato sulla figura di Marcello Mastroianni, benché tutti sappiamo che dovrà essere ampiamente adattato, perché a indossarlo sarà qualcuno con la  siluette del Gobbo di Nôtre Dame.

E tuttavia c’è un limite a tutto, anche alla bravura dei sarti. Dove il nostro europatride Prodi in-Ciampia maldestramente è a proposito della classe politica meridionale. Infatti egli, per migliorare un Sud, secondo lui, già migliorato dal regionalismo, si auspica o si prefigura, fra l’altro, una “classe politica sana e saldamente ancorata ai valori della nostra Costituzione”.

Intanto non è facile capire quali siano i valori taumaturgici della nostra costituzione. Tanto per fare un esempio, prima della sua entrata in vigore, nel 1948, la mafia sopravviveva in qualche solitaria campagna della Sicilia occidentale e su qualche cucuzzolo della provincia di Reggio Calabria.

Oggi è dappertutto. Al Sud, tutti coloro che hanno un lavoro produttivo ruotano intorno alla mafia. E  se gli uomini di Prodi, appartenenti “a una classe politica sana”, al Sud vorranno prendere dei voti, dovranno trattare e contrattare con la mafia. Poco, ma sicuro.  

Prodi sa bene che la democrazia resistenziale e costituzionale italiana, al Sud vive di voto di scambio; si regge su tale mercato non politico; propriamente criminale.

L’Italia padana governa il Sud attraverso il voto di scambio, cioè fomentando il crimine. Anzi, non esiste più la parvenza di  un modo diverso di governare l’immenso disastro che la moderna Italia - a partire dall’illustre Luigi Einaudi per finire al poliedrico Berlusconi in Capillis - ha edificato per venti milioni dei suoi abitanti, più di un terzo dei suoi cittadini.

Nello squinternato Sud, a poter scambiare qualcosa, è rimasta soltanto la mafia. Prodi lo sa, come sa che – una volta al governo - al Sud l’Italia non potrà dare altro che qualche chilometro di strada asfaltata, sempre che convenga a qualche costruttore delle sue parti; magari a una cooperativa rossa. Nient’altro.

E neppure il Sud vorrebbe altro. E’ inebriato dall’olezzo d’appassito, di cadaverico, che aleggia dovunque, negli uomini e nelle cose. Meno che nella mafia, i cui militi e capi, sovreccitati dai decennali e democratici successi  conseguiti in Italia e fuori, spingono avanti, a dipingere orizzonti padani sotto gli occhi attoniti di chi è rimasto indietro.

Il circolo vizioso è ineliminabile. Lo Stato spende al Sud per sostenere uno  sbocco coloniale a favore dell’industria padana. Ma più è la spesa pubblica più cresce la mafia,   il numero degli amministratori mafiosi e dei parlamentari che hanno giurato su Osso e Carcagnosso si dilata.

Se Prodi e gli italiani di Bologna, Venezia, Genova, Abbiategrasso e Cavatigozzi amano il Sud, il vero atto d’amore da offrirci consiste nel liberarci di loro, di emanciparci dallo Stato unitario,  che ci ha portati alla rovina e al disonore. Mafia e usure bancarie: l’Italia delle città d’arte, quando arriva al Sud, infetta tutto quel trova.

Andatevene, lasciateci vivere. “Acqua davanti”, a ripulire la strada su cui appoggerete il piede, “e vento darretu”, in poppa, a rendervi meno faticoso il cammino.

Alla mafia, allo smaltimento dei rifiuti, a tutto quel che serve, sapremo provvedere da soli, se liberi dall’osservanza d’interessi non nostri.      



Nicola Zitara


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