L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Il ricatto bossista

di Nicola Zitara

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Siderno, 14 aprile 2006

L’autore dell’articolo prega il compatriota che conosca l’inglese, il francese, il tedesco, lo spagnolo, di tradurlo e diffonderlo in rete.


Da sempre il potere ha bisogno del consenso sociale. Il consenso lo legittima. Ciò anche in quelle fasi della storia in cui si proclamava che la legittimazione venisse da dio. A cambiare è piuttosto la classe di cui si chiede il consenso. A Cesare serviva il consenso dei coloni italici, tenuti a prestare servizio nelle legioni, a Elisabetta la Grande  serviva il consenso dei mercanti londinesi, ai re di Napoli il consenso dei baroni, a Garibaldi quello dei figli della borghesia attiva che entrava sulla scena postnapoleonica.


L’Italia giolittiana portò in scena la base operaia padana. Mussolini si allargò verso i contadini e le madri prolifiche. Con la retorica resistenziale e repubblicana si è attestato politicamente l’interclassismo toscopadano, che ha la  base di consenso (uno) nel profitto capitalistico esteso a livello di grandi padroni e di padroncini; (due) nello Stato sociale a favore di operai e impiegati.


Con la denazionalizzazione e privatizzazione delle grandi banche milanesi e confinanti, accede sulla scena politica dell’Italia repubblicana  la speculazione  finanziaria, benedetta dalla sinistra europeista, la quale nel giro di pochi anni assurge al ruolo di primattore.


Non siamo di fronte a una novità, ma di fronte a un risorgimento. Infatti la speculazione già aveva dominato l’Italia  dal decennio cavourrista e fino al 1889. Aveva in appresso condiviso il potere con gli industriali siderurgici, metalmeccanici ed elettrici fino ai moti leninisti del 1919, allorché i capitali padani vennero imboscati in Inghilterra e in Svizzera, onde sottrarsi  alla temua nazionalizzazione bancaria (chiesta dai comunisti), la quale, poi, ebbe effettivamente luogo in età fascista, ma non più in funzione giustizialista ma a causa della fuga dei capitali sopra accennata.


Le generazioni italiane viventi immaginano la speculazione come un fenomeno particolare e attinente a una ristretta classe sociale. Essa invece può caratterizzare tutta un’epoca storica e determinare la condizione politica di un grande paese e di un’intera “civiltà”. Infatti la speculazione cavourrista, che battezzò l’unità d’Italia, non era un fenomeno di origine italiana. Carlo Marx, non ancora trentenne, in un saggio vivacissimo, che è anche un modello di analisi sociale – Le lotte di classe in Francia al tempo di Luigi Filippo –  ne descrive la genesi e la fisiologia politica. La speculazione francese ebbe un impatto continentale.


Si può, anzi,  affermare, e senza tema di smentite, che l’unità italiana è un prodotto politico degli speculatori finanziari parigini e londinesi che,  timorosi del fatto che le scarse risorse piemontesi non sarebbero bastate a pagarli, incoraggiarono l’impresa d’Italia di Napoleone il Piccolo. Da cui la sconfitta dell’Austria e l’unità.


Vorrei permettermi una digressione. Il suo valore analitico la consente. Come ogni commerciante sa da sempre,  e oggi sanno tutti quelli che acquistano a rate, spesso è lo stesso venditore a finanziare il compratore. Ovviamente, attraverso detta procedura il venditore fa due guadagni, uno sulla merce e uno sul prestito. Al livello più alto, l’industriale e il finanziatore dell’acquisto sono due soggetti diversi.


La finanza mondiale è un fenomeno antico. Dopo la nascita della produzione industriale, la prima grande operazione di finanza mondiale si concretizzò con la costruzione delle  reti ferroviarie nei paesi europei e negli Stati Uniti. Il costo delle ferrovie piemontesi, lombardo-venete e poi di quelle appenniniche fu anticipato dai fratelli Rothschild.


I banchieri parigini e londinesi incettavano grandi e piccoli risparmi in Gran Bretagna, Francia, Spagna pagando il 2 o 2,5 per cento. Su questa base di riserva, prestavano agli Stati al tasso dell’otto o nove per cento. Il loro maggior guadagno non stava, però, nel maneggio del denaro altrui e nella differenza tra il tasso d’interesse e il tasso di sconto, bensì nella durata del prestito e nell’interesse composto. Infatti i depositi superavano gli impieghi, cosicché le case bancarie e di speculazione potevano concedere lunghe dilazioni e rinnovare il prestito a tassi più favorevoli.


Solo per dare un’idea del conseguente guadagno, lire 100  prestate al 5 per cento d’interesse annuo, dopo cento anni fanno un credito di 13.150 lire. Cioè 100 moltiplicato 131,5 volte. Se vogliamo dare un’idea del “solo” contributo monetario dato dai meridionali allo Stato italiano, i 464 milioni di lire-oro incettati dallo Stato sabaudo nei primi dodici anni di unità politica, oggi, dopo 106 anni, pretenderebbero -  al modesto tasso del 5 per cento -  la restituzione di lire-oro 928 miliardi, che trasformate in lire correnti nel 2001 sarebbero 928 miliardi moltiplicati per 10.000, cioè 9,280,000,000,000,000, che neppure so come si legge.


Ma il tasso del 5 per cento è un’inezia per gli speculatori. La Banca Nazionale di Genova e Torino nel 1859 sviluppava affari per 50 milioni circa. Dopo dieci anni d’unità poté accordare prestiti alla sua clientela toscopadana per circa un miliardo, sviluppando il suo potenziale di finanziere al tasso del 39 per cento annuo. Nello stesso rapporto si sviluppò la forza contrattuale delle imprese toscopdane sul mercato “unico” nazionale.


La finanza è in effetti “il danaro degli altri”. Senza che nessuno se accorgesse prima, le elezioni di domenica scorsa hanno sollevato il tema. Infatti le regioni più ricche, più finanziate e più finanziarie - Lombardia, Veneto e Piemonte – hanno pesantemente voltato le spalle a Prodi e al neo-welfarismo di Bertinotti e Fassino. Ulteriore prova di come nella parrocchia Italia la messa si debba cantare su due altari, uno orientato a Nord e l’altro orientato  a Sud.


Se ai controlli legittimi Prodi risulterà il premier indicato dalle urne, il suo governo avrà vita non dico dura, ma impossibile. Il programma della sinistra ruota intorno all’idea che il lavoro dipendente sia pagato meglio e che riabbia alcune delle garanzie perdute nell’ultimo decennio. E’ presumibile che Prodi e gli economisti che stanno al suo fianco avessero le idee chiare circa le  procedure fiscali da adottare per recuperare l’evasione fiscale della  grande finanza, del commercio, degli artigiani,  dei professionisti.  Ma è altrettanto presumibile che non si aspettavano una sconfitta nelle regioni più ricche e più attive. Il voto diviso sul crinale del 50 per cento, adesso, spinge il vincitore a ribadire che bisogna unificare il paese.


Solo che prima del voto l’unificazione poteva intendersi come l’unificazione dei deboli realizzata piegando i forti, mentre adesso si deve intendere come un ulteriore indebolimento dei deboli per soddisfare la fronda dei forti.


Mi spiego con un esempio da tavolino. Poniamo che un importatore genovese abbia speso per lo stocco che ha nel suo frigorifero 500 euro a quintale. Su piazza, il prezzo all’ingrosso lo poniamo a 700 euro a quintale.


Essendo il ricarico di 200 euro molto profittevole, poniamo ancora che il governo Prodi decida di percuotere il venditore attraverso l’imposta generale sui redditi, in modo da trasferire 100 euro (a quintale) dalle tasche private  a quelle dello Stato. La deduzione è semplice. Se non fosse stato battuto nelle regioni sviluppate, avrebbe potuto fare l’aumento con qualche disinvoltura. Adesso, invece, se si azzarda soltanto a ventilare un proponimento del genere, la sua vittoria si trasformerebbe  in una Caporetto. A questo punto che fa? Chiede aiuto a Gheddafi?


Potrei raccontare come il debito contratto dai cavourristi ferroviari e risorgimentati portò all’arricchimento dei toscopadani, che sottoscrivevano le cartelle del debito pubblico da 100 lire, pagando soltanto 50 lire, e all’impoverimento di tutti gli altri italiani, meridionali compresi, che dovettero rimetterci le altre 50 più gli interessi annuali, ma vi risparmio il ritornello.


Come vi risparmio il consueto ritornello della fregatura unitaria e del separatismo. E anche il detto: “Chi fa da sé fa per tre.”  Li sapete già. Che posso fare di più che cantare stornelli? Se la fregatura vi soddisfa, tenetevi pure l’Italia gloriosa.  Sono cazzi vostri.


Nicola Zitara





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