L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


QUALCHE DOMANDA AI GIORNALISTI DI CALABRIA

Mi chiamo Salvatore, ho sempre vissuto a Gioiosa Jonica dove studio nel liceo scientifico (si, incredibile ma a Gioiosa Jonica abbiamo un liceo) e co-amministro il forum del movimento “E adesso ammazzateci tutti” (www.ammazzatecitutti.org).

Sette mesi fa, dopo la marcia del 4 Novembre ho deciso di dare una mano a quel movimento che si stava costituendo e che i giornali hanno chiamato “I Ragazzi di Locri”. Poco più di sette mesi dopo il movimento continua a vivere e a rafforzarsi, io stesso in questi sette mesi sento di essere maturato molto, non perché credo di aver compiuto chissà quale mirabile impresa o immagini che il mondo giri intorno ai ragazzi di Locri, ma perché ora comprendo a fondo quale sia il problema più grave della mia regione.

Non è il pizzo, non sono le gare d’appalto truccate e neppure gli omicidi di illustri uomini politici!

Il problema della Calabria è una classe politica vecchia, impotente, corrotta e mazzettara che da quarant’anni non ha trovato le p…e per combattere in modo efficiente il fenomeno mafioso; il problema della Calabria è nella mentalità distorta diffusa tra gli adulti quanto tra i ragazzi e che le scuole non hanno i mezzi (e spesso la voglia) di sradicare; il problema di questa Calabria è l’assenza di un giornalismo d’inchiesta fatto seriamente.

Nel suo articolo dell’11 Giugno 2006 Nicola Zitara rivolge ai ragazzi di Locri due domande alle quali non è compito nostro rispondere. Credo che dei ragazzi normali, di 17-18 anni non dovrebbero trovare risposte a questo genere di domande, non perché non siano in grado di darle bensì perché dovrebbe essere compito della magistratura e di voi stessi giornalisti.

Mi piacerebbe porgerLe delle domande. Perché voi giornalisti non dite basta ai servizi televisivi sulla sagra della zeppola o del torrone, basta ad intere pagine dedicate alla presentazione di libri sulla Calabria dell’epoca borbonica, napoleonica, massonica ecc. ecc. Perché non parlate invece di quello che sta succedendo nella Calabria dei giovani che danno l’anima per la loro terra?

Perché non si è scritto che il 2 Giugno “Ammazzateci tutti” ha organizzato una manifestazione snobbata dai politici al Valantain, un ristorante che ha dovuto chiudere per colpa di diversi attentati mafiosi che i proprietari hanno subito? Perché nessun giornale fa un inchiesta sul DDL Lazzati che da 15 anni aspetta in un cassetto in attesa di essere trasformato in legge? Dove sono i giornalisti che esercitano il “quarto potere della nazione”?

E infine mi permetto di porgerLe un'altra domanda: Noi ragazzi, che siamo stati abituati a non credere nei miracoli, siamo però così sciocchi da credere che esigere “di essere riconosciuti italiani a pieno titolo […] uno stipendio a fine mese […] che la n’drangheta smetta di fare macelli almeno a Locri” non sia chiedere un miracolo, ma chiedere di vivere nella normalità, come tanti nostri coetanei.

Che ne pensa di lasciare da parte per un attimo da parte la Calabria dei secoli che ormai furono e non ci da una mano a creare la Calabria dei secoli che saranno? ..magari ci esce fuori un miracolo!

Gioiosa Jonica lì, 11 giugno ’06

Salvatore 

(Sasà Anarchia su ammazzatecitutti.org)

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Risposta a un ragazzo di Locri

di Nicola Zitara

(scarica l'articolo in formato RTF o in formato PDF)


Siderno, 11 Giugno 2006

1) Quando, sessant’anni fa, avevo l’età del mio contraddittore, i ragazzi che sulle piazze e per le vie d’Italia sfidavano i fucili e i manganelli della polizia venivano definiti degli “utili idioti” dalla destra conservatrice; utili cioè a Togliatti, al Partito comunista, ai nemici del sistema, agli operai coinvolti in follie egualitarie, ai contadini irrequieti da secoli. In effetti quei ragazzi non si rendevano conto di essere afflitti da idiozia, anche se a causa di un diverso motivo: il sistema occidentale, che allora stava estendendosi anche alla Toscopadana, considerava gli operai una sua componente organica. Infatti, nel corso degli anni, gli operai rinsavirono e abbandonarono al loro destino gli altri folli; quelli che non avevano un posto in fabbrica e un salario a fine mese. Possiamo chiamare costoro in un modo qualunque, per esempio disoccupi, anche se personalmente preferisco definirli, con Braudel, proletariato esterno.

2) A un idiota non è facile capire i processi sociali in atto. Bisogna che si scotti personalmente. Nel mio caso ci vollero una quindicina d’anni. Nel 1967 ero il responsabile della federazione catanzarese del Partito Socialista di Unità Proletaria, una formazione dell’estrema sinistra. Aprendo i lavori di un congresso regionale del partito, espressi un forte dubbio a proposito della proclamata solidarietà tra operai occupati e disoccupati. Aggiunsi che i primi avevano il riconoscimento del partito e i secondi no; che anzi erano bamboleggiati al solo fine di averne il voto, e niente più.

Se avessi dichiarato di voler aprire una casa di tolleranza, non avrei provocato uno scandalo più grosso. Ovviamente lasciai il partito al suo destino elettorale.

Passarono gli anni. Dopo i fatti di Reggio (1970), alcune formazioni dell’estrema sinistra padana avviarono una riflessione sul rapporto tra la sinistra generalmente detta e i disoccupati del Sud. In questo clima amorevole e partecipativo, mi venne affidata la direzione di un settimanale milanese a diffusione nazionale. Fu una breve e illuminante esperienza. La commedia di anni prima si ripeté. La tesi corrente era che, se si vinceva al Nord, anche il Sud avrebbe vinto. In effetti hanno perduto, però perdendo si sono associati alla vittoria dei padroni. Anzi sono andati parecchio oltre. Ci cacciano dalla tavola. A ben guardare, nel territorio dello Stato italiano gli altari sono sempre due. O servi dio o servi il diavolo. Diceva un filosofo greco, non mi ricordo quale: “L’essere è, il non essere non è”. Un ente mezzo dio e mezzo diavolo è un impotente, non essere.

3) Se non vado errato il giovane contraddittore enuncia una filosofia della pratica che oso così riassumere: chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, scordiamoci del passato, occupiamoci del presente. Ma, ad occuparsi del suo presente ci sono circa 100 ministri e sottosegretari, circa 1000 tra deputati e senatori, tre o quattro sindacati nazionali, non so quanti consiglieri regionali, provinciali, un’infinità di sindaci, centinaia di procuratori della Repubblica, il superprefetto di Reggio e non meno di 200 mila uomini dei corpi di pubblica sicurezza. Un mio eventuale contributo a un simile schieramento di forze sarebbe paragonabile a quello dello scarafaggio che rispose, a chi gli chiedeva perché si affannasse a camminare nel bel mezzo di un gregge di pecore: “Faccio polvere anch’io”.

A prescindere da ogn’altra considerazione, sono troppo vecchio per sognare un seggio in parlamento o al consiglio comunale del mio paese. Comunque sia, è del presente e del prossimo futuro che mi occupo negli articoli criticati. Questo anche quando richiamo il passato. E’ possibile che io non sia (e non sia stato) chiaro, ma è anche possibile che il giovane contraddittore intenda per presente lo stare - ordinato, obbediente e rispettoso - dentro l’attuale sistema.

Nel dubbio passo a ribadire alcune idee più volte enunciate.

A) Anche se i sussidiari di quarta elementare non potrebbero mai dirlo, l’unità italiana è stata una truffa. E lo è tuttora. L’unità non era stata ancora proclamata giuridicamente che Cavour, con una dose micidiale d’ipocrisia, fece in modo che le industrie meridionali chiudessero. Per la precisione quelle stesse industrie che negli anni precedenti avevano fornito le locomotive per le ferrovie dell’attardato Piemonte.

B) La truffa è andata avanti per 150 anni mediante vergognosi marchingegni; cosa in cui, come è noto, i toscopadani danno lezioni al mondo intero. Ovviamente il mio giovane contraddittore conosce la storia nella sua versione truffaldina. E non sarò io a consigliargli di piegarsi sui documenti per sapere qualcosa di più. Cose del genere si fanno per passione e non in forza di consigli altrui. Gli è tuttavia agevole vedere anche senza il ricorso ai documenti che l’unità italiana è oggi davanti al giudice fallimentare. In parole esplicite e comprensibili ai ragazzi e ai canuti capitribù che fumano il calumet della pace con i visi pallidi, lo Stato nazionale italiano ha fallito la sua scommessa. Anzi meglio: ha deliberatamente fatto fallire l’unità nazionale. Adesso il nodo è arrivato al pettine.

C) Un altro fatto è chiaro: la Toscopadana ha cavato dal Sud tutto quello che è riuscita a trovare. Il penultimo contributo che il Sud ha dato alla compagine nazionale è stato quello della mafia in funzione di piazzista di mine e di altri armamenti presso gli afgani e altri popoli in guerra, incassando eroina, che poi, trasformata in dollari, è andata in tasca ai moderni e civili fabbricanti delle stesse. E adesso le popolazioni italiane pagano plotoni di genieri addetti a sminare i campi afgani. E dei generosi italiani che istallano braccia e gambe di plastica sui corpi martoriati delle patrie vittime.

D) Il mio giovane contraddittore, per sua fortuna, non conosce l’economista Keynes, ma se lo conoscesse potrebbe dire che i toscopadani sono avanti mille anni. Il servizio che la mafia sta rendendo oggi all’Italia una e indivisibile e alle speranze dell’Europa unita è di carattere monetario. Infatti per ogni dollaro che essa mette sul mercato, il dollaro cala e l’euro sale nel cambio. E di dollari la mafia ne ha tanti che la Toscopadana, lavorando quattro anni gratis, non potrebbe comprarli.

E) E’ opinione proclamata e telereclamizzata che la mafia si è espansa in base alla sua vile, e tuttavia virile potenza di moltiplicarsi. La piovra. Però le cose non stanno così. Nel 1943, quel poco di mafia che ancora c’era dopo il repulisti mussoliniano, era rintanata negli anfratti della Conca d’Oro. Gli americani la vollero come loro alleato per rendere più facile lo sbarco in Sicilia e la imposero al governo italiano come intelligence dell’anticomunismo fra la popolazione siciliana. Partendo da questi favori, nel corso degli anni la mafia ha raggiunto le province babbe della Sicilia, Messina, Catania, Siracusa. E’ passata in provincia di Reggio, e da qui si è allargata a Catanzaro e a Cosenza. Lo Stato si è guadato bene dal reprimere l’alleato oggettivo. Si è limitato a formalizzare i reati di omicidio. Punto e basta. A questo punto era inevitabile che la Campania e la Puglia venissero infettati.

Finito il pericolo comunista, le basi dell’alleanza tra mafia e Stato italiano sono cambiate in corso d’opera. In sostanza sono venuti alla ribalta i narcodollari in entrata. Nel Sud attuale, il vero volto dell’Italia unita oggi è la mafia. La classe politica al servizio di questo Stato media e incipria la scandalosa situazione prendendosi tutte le colpe dello Stato italiano.

F) A Locri, in seguito al delitto Fortugno, è accaduta qualcosa di già visto. A me ricorda il terremoto del Belice, Danilo Dolci e l’intera legione di entusiasti che gli si mise dietro (fra cui il sottoscritto). Ma arrivati i soldi da Roma, arrivarono anche i grandi costruttori toscopadani e, con l’alibi della mafia, il Belice è passato a essere un vuoto di uomini adorno di costose costruzioni.

Non credo costi eccessiva fatica assumere informazioni sull’attuale situazione di quest’area della Sicilia.

G) Passiamo adesso a un problema scabroso, che non è la mafia, ma i mafiosi. A me non pare che i mafiosi debbano pagare per le proprie colpe e anche per le colpe degli altri. Ma ciò è un problema etico ed estetico. Il problema vero è un alto: che ne facciamo di questa gente? Si tratta di due o trecentomila persone tra militari di prima linea e di addetti alla logistica.

G) Non so e non voglio sapere cosa ne pensano gli altri. Conosco centinaia di mafiosi (o da me supposti tali). Li riconosco come appartenenti alla mia stessa natura umana, come compaesani e corregionali. E so che gran parte delle loro colpe sono scaturite da un mio personale errore. Ogni collettività ha delle regole da rispettate con le buone o con le cattive. Però le regole non debbono essere campate in aria. Non si può chiedere ai mafiosi di aiutarci ad arrivare in parlamento e poi accusarli di averci mandati in parlamento. Se lo Stato italiano volesse veramente tagliare con la mafia, per prima cosa interverrebbe decisamente sul sistema elettorale. E avremmo fatto già un passo decisivo verso la congruenza delle regole con la cultura sociale di coloro a cui vengono imposte.

H) Non è praticamente possibile che la Toscopadana cambi le regole della sua esistenza come collettività politica per adattarle ai bisogni del Meridione. D’altra parte il sistema italiano non si lega al Sud attraverso la mafia soltanto. C’è un buon 25/30 per cento di meridionali che ha vinto la lotteria. Gode di stipendi padani senza essere sottoposta a un serio impegno di lavoro, di ordine, allo stress di far funzionare il meccanismo. Si pensi ai medici, agli infermieri, ai bancari, agli impiegati pubblici, agli insegnanti, e ancor più ai bidelli, ai netturbini e a tutti gli addetti alle pulizie. E se mi fermassi a riflettere, potrei aggiungere altre centinaia di voci. E’ un fotti fotti generalizzato, programmatico, politicamente voluto. A fronte di questo caos organizzato, come lo definiva un defunto sindaco di Siderno, c’è un settore del lavoro in grande sofferenza. Chi non lavora non mangia. Ma la buona volontà non basta, bisogna trovare un lavoro. E il lavoro non si trova perché lo Stato attualmente non ha le risorse necessarie per alimentare il parassitismo, mentre il capitale privato non trova conveniente di arrischiare risorse proprie. Siamo al gatto che si morde la coda.

I) Siccome il tema con cui confrontarsi è in primo luogo l’occupazione, o per essere precisi il lavoro produttivo, capace di riprodursi e di allargarsi, non c’è altra soluzione che tornare all’indipendenza politica del Meridione e a uno Stato che abbia non solo la volontà ma principalmente la necessità di risolvere almeno questo problema.

J) Il cerchio si chiude. La premessa pratica del lavoro è l’indipendenza. Chi sta dalla parte del proletariato meridionale, quello appena alfabeta e quello che possiede una laurea, ha come suo impegno prioritario questa conquista. Il resto è la Juventus, la Ferrari, le bandiere tricolori, le sfilate dei bersaglieri con la fanfara in testa, il marchese, ma forse barone, se non conte o duca, Luca Cordero di Montezemolo in veste di messia che salva il mondo.

L) In conclusione, come diceva credo Gandhi, nessuno uomo può dirsi libero, se la gente a cui appartiene non lo è.



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