L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Gli schiaffi non bastano

di Nicola Zitara

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La desolante vita, a cui il popolo meridionale è costretto da oltre un secolo, potrebbe aver fine se questa generazione di meridionali approfittasse del momento favorevole per liberare l'antico paese dal colonialismo dissimulato delle regioni padane. Il separatismo (o indipendentismo) meridionale è un discorso che sembra andare controcorrente. Infatti, da dieci anni a questa parte, è il Nord a dire di volersi separare, in quanto si sente danneggiato dalla compagnia del Sud, mentre a difendere l'unità italiana sono essenzialmente i meridionali, che trarrebbero dall'unità dello Stato non faticati guadagni.

La sceneggiata stronzobossista continua ancora, ma il Nord ha già ottenuto tutto quello che voleva. Infatti la legislazione federalista, se impiegherà più di dieci anni per andare a pieno regime, si è, però, già avviata. Ad allungare i tempi non è stata un'azione difensiva dei meridionali, i quali si sono trovati ancora una volta sguarniti di partiti che li rappresentassero, ma la volontà di Roma ladrona - come giustamente la chiama quello stronzo di Bossi, il cui destino di capitale, con gli annessi e i connessi, dipende dal mantenimento dell'unità tra Sud e Nord. Infatti a Roma sanno bene che se l'unità si spezzasse anche formalmente, la capitale del Nord sarebbe, subito, Milano e la capitale del Sud, subito, tornerebbe ad essere Napoli.

Roma ha ottenuto che il federalismo, che porterà al rovinoso crollo della classe impiegatizia meridionale, non produrrà un'identica sciagura per gli impiegati romani, che conserveranno i ministeri, il Quirinale, Palazzo Chigi, il Viminale, Montecitorio, Palazzo Madama, il nodo stradale e ferroviario, la centralità culturale, la Rai, i giornali, la sede delle aziende pubbliche e di molte aziende private, le ambasciate, i consolati, gli istituti culturali dei grandi paesi stranieri, una delle due grandi biblioteche nazionali, due, tre, quattro università, i comandi generali delle forze armate e dei corpi di polizia, e molte altre cose.

In sostanza, la Padania stronzobossista ha perduto il suo scontro con Roma, la quale, però, per sopravvivere, ha sacrificato i suoi comparucci meridionali, il cui servilismo era (ed ancora è) compensato con stipendi sicuri e ottimi salari.

Il sistema federalista scarica sui bilanci regionali il peso della sanità e in tempi brevi scaricherà anche la scuola. I duci regionali, che sono fatti della stessa pasta sociale dei duci romani, in prima botta cercheranno di tenere in piedi i due servizi accollandone il costo ai cittadini, ma siccome è impossibile mungere latte dalle pietre, dovranno progressivamente ridimensionarli. Sarà un'escalation a ritroso. In primis, niente nuove assunzioni, poi, farmaci a pagamento, visite a pagamento, ospedali a pagamento, ritardo nel pagamento degli stipendi, alla fine l'insolvenza.

A distanza di qualche anno, identica procedura subirà la scuola. L'Italia industriale, che nella sua ampollosità crede di essersi fatta da sola, ormai recluta gli operai e i tecnici fra gli extracomunitari, cosicché non ha nessuna voglia di tenere in buona salute e d'istruire i meridionali. Sono cose che costano, quindi l'ottimo Bossi ha deciso che, se le vogliamo, dobbiamo pagarcele di tasca nostra. Roma non ha detto di no: ha salvato i suoi ministeri e il resto l'ha affidato alla provvidenza divina.

E' difficile dire cosa succederà qui. Per adesso volano soltanto ceffoni, domani si vedrà. Intanto la Padania, che pur si è liberata di un notevole peso (basta guardare la faccia di quel cogl…di Roberto Formigoni), e di altri andrà liberandosi nei prossimi dieci o dodici anni, non ha rinunziato a un solo millimetro dei suoi diritti coloniali sul Sud. Questi diritti non sono (né potrebbero essere) esercitati con le armi, le fucilazioni in piazza, il carcere a vita, ma sono tutti soft, gradevolmente, carezzevolmente inseriti nella legge uguale per tutti.

E quale legge è più uguale per tutti del mercato unico nazionale? Esso venne decretato da Cavour nell'autunno del 1860, prim'ancora che fosse proclamato il Regno sabaudo d'Italia ed è l'unica cosa in materia economica rimasta nazionale dopo l'adozione del federalismo.

Per capire dov'è che ci fottono bisogna introdurre alcune nozioni preliminari. Prima di tutto il fatto che, mentre l'antica manifattura artigianale era diffusa su tutto il territorio, e ogni borgo aveva chi faceva le scarpe, chi confezionava i vestiti, chi fabbricava i mobili, l'industria si concentra geograficamente, perché un impianto occupa poco spazio. Due o tre fabbriche di frigoriferi, che non occuperanno tutte assieme più di un mezzo chilometro quadrato, bastano a fornire di frigoriferi 56 milioni di italiani, i quali invece vivono (stretti) su 300 mila chilometri quadrati di terra emersa. E magari ne producono tanti da venderli anche ai tedeschi, ai francesi, agli austriaci, agli spagnoli ecc.

Con la nascita dell'industria non solo gli antichi artigiani hanno perduto il lavoro, ma i territori su cui il sistema industriale non riversa il ricavato delle sue vendite vanno degradandosi, desertificandosi, passando da una condizione umana a una condizione di sottoumanità. I popoli industrializzati, invece di piangere sui guai incalcolabili che hanno combinato agli altri, continuano a sventolano sui loro giornali l'idea che l'industria si è localizzata in un posto, invece che in un altro, perché quella era la volontà di Dio. E pretendono di continuare a guidare il mondo perché dentro di loro arderebbe lo spirito divino.

Se questa religione avesse un fondamento, allora dovremmo dire che anche il ciabattino ateniese, con il quale Socrate amava chiacchierare, è da paragonare a Dio e che lo stesso Dio s'era calato in Cavour, quando amministrava le sue risaie, e nel Principe di Paternò, quando piantava aranci.

Dio o il Diavolo, la stortura è diventata vita quotidiana, storia degli uomini. Insomma c'è. E' una realtà vigente, che non si rimuove con le preghiere. Bisogna correggerla, e per farlo bisogna capire dov'è il guasto.

Per noi italiani del Sud esso sta nel mercato unico nazionale italiano, che bisogna disfare, mettendo confini a un paese tutto nostro, dentro il quale saremo i sovrani. La storia è nota. Usando anche le risorse meridionali, tra il 1860 e il 1900, tre regioni, la Liguria, la Lombardia e il Piemonte, riuscirono a organizzare un ceto di speculatori e intrallazzisti della banca e della finanza che, a loro volta, misero in piedi le prime industrie di livello nazionale, cioè capaci di rifornire di una data merce l'intera nazione, dal Lilibeo alle Alpi. Il rodaggio del sistema industriale padano durò circa settanta anni e fu interamente pagato dal popolo nazionale. Per trasferire i costi sul popolo, l'Italia si tagliò fuori dal libero mercato mondiale e fissò una tariffa doganale per tutte le merci in entrata (circa trentamila voci, dai fiammiferi alle automobili, dai concimi agli aratri, dal pane alla carne). Spiego per i non esperti come funziona il meccanismo: in Italia non si riesce a produrre grano a un costo inferiore a 20.000 lire al quintale, mentre negli USA il grano si vende normalmente per l'equivalente di 12.000 lire. Vigente il libero mercato, gli italiani non produrrebbero un solo quintale di grano e acquisterebbero negli USA tutto il grano che serve. Ma se in Italia qualcuno ha interesse a produrre grano, il governo può dargli una mano, applicando una tariffa doganale sul grano che arriva in Italia, poniamo di 18.000 lire a quintale, somma che viene incassate dal fisco. Questo dazio costringe i consumatori italiani a spendere almeno 30 mila lire (18.000 + 12.000) per un quintale di grano americano. In sostanza pagano il pane due volte e mezza degli americani, ma ciò assicura un guadagno anche all'agricoltore italiano che produce al costo di 20.000 lire, anzi lo spinge a produrre fino alla soglia di trentamila lire di costo al quintale.

L'italico protezionismo doganale non si spinse, però, fino a tassare le rimesse in dollari e pesetas (che a quel tempo valevano parecchio) degli emigranti. Il tesoro italiano s'incassava la valuta e spediva lirette italiane alle famiglie. Ma i dollari non li metteva nei suoi sotterranei, li prestava invece, più spesso li regalava, ai signori dell'industria nazionale, i quali potevano così comprare (e in nessun altro modo avrebbero potuto) all'estero materie prime, impianti e macchinari.

Ma pur con tanti regali e nonostante impoverissero il paese fino alla fame, quei signori si mostrarono di un'esemplare inettitudine. Infatti, tra il 1920 e il 1930, fecero tanti di quei debiti che portarono al fallimento tutte le maggiori banche. Si arrivò al punto che Mussolini (cioè il popolo) dovette pagare i debiti sia delle banche sia delle industrie. E per tenere in vita la produzione dovette togliere industrie e banche dalle mani dei ladri e degli incompetenti che ne erano i padroni. Dalla nazionalizzazione si salvò solo Agnelli. Il perché è ancora un mistero. Comunque il ripianamento dei suoi debiti costò al popolo italiano (ufficialmente) un miliardo di quei tempi, diciamo 20 mila miliardi di oggi, più, naturalmente, il maggior prezzo che imponeva in virtù della barriera doganale di protezione. Questa patriottica azienda nazionale ebbe subito modo di mostrare quanto valesse con la costruzione dei carri armati Balilla - delle autentiche scatolette per condannati a morte - sui quali il mondo (ahimè) ancora ride.

Dopo la seconda guerra mondiale, le industrie nazionalizzate poterono ripartire perché il grande presidente Einaudi mise le banche nazionali a fare gli angeli custodi delle aziende IRI e fece regalare alla Fiat tutti gli aiuti americani, circa due milioni di dollari di quei tempi. Ma, dopo aver prodotto il miracolo, lor signori hanno ripreso ad arrancare, e solo i centomila e più miliardi che ogni anno (in venti anni, due milioni di miliardi) la mafia riversa (in un modo o nell'altro, ma sicuramente con la benedizione dei duci bancari) nelle loro tasche riescono a tenerli in piedi.

***

E veniamo al punto. Una trentina d'anni fa, una ditta olandese impiantò a pochi chilometri dal mio paese una coltura di fiori in serre. Tutto quello che la natura dà alla Riviera Ligure qui è dato in misura superiore (almeno a chi coltiva fiori). Il sole arriva più gratis e più carico di luce e di calore. L'acqua a quel tempo costava zero, perché la Cassa per il Mezzogiorno la regalava. I salari erano la metà che in Liguria. La gente era laboriosa e oltremodo versatile nell'applicarsi a ogni tipo di attività. Stiamo parlando di un'azienda certamente organizzata industrialmente, capitalisticamente, ma sempre di un'azienda agricola. Eppure l'azienda è scomparsa.

Nessuna azienda capitalistica può nascere in un'area di nuovo sviluppo, senza che la collettività ne paghi il rodaggio. Se il rodaggio deve essere pagato dal capitalista, non ci sono santi, il capitalista prima o poi fallisce.

I motivi per cui il Sud non si industrializza sono parecchi: perché mancano i capitali; perché la banca non sta dietro le aziende, come (fece e) fa a Milano e a Treviso, ma ne è la nemica più insidiosa; perché qui le imprese non hanno ancora imparato il sistema per fregare il fisco rimando nella legalità; perché la mafia taglieggia chiunque produca; ma soprattutto perché entrare in mercato aperto, cioè essere concorrenziali sin dalle fasce, è una cosa possibile solo nei libri di quei venditori di fumo che si fanno chiamare economisti. Solo Ercole della favola ce la fece da lattante a fregare Caco, il più gran ladro dei bei tempi antichi.

Il Nord dovrebbe restituire ciò che il Sud gli ha dato. Si tratta (in lire d'oggi) di milioni di miliardi. Dovrebbe restituire anche la solidarietà gli abbiamo dato; dovrebbe ripagarci delle miserie, sofferenze, mortificazioni che ci ha inflitto, della fame che ci ha fatto patire. E non voglio parlare dei morti, sia dei patrioti trucidati sia di chi è morto per difendere Venezia e Milano dagli eserciti austroungarici. Il sangue non ha prezzo. Si paga con altro sangue.

Ma per essere pagati dovremmo fare una guerra, buttare giù il Duomo di Milano e la Mole Antonelliana. Non credo, però, che la cosa rientri nel nostro modo di pensare. Se vogliamo lavorare, non possiamo fare altro che dividerci; tagliare in due il mercato unico nazionale. Le potenzialità del lavoro meridionale sono incredibilmente grandi. Lo dico con arroganza, perché l'ho visto con i miei occhi: senza i nostri artigiani e contadini, Genova, Torino e Milano sarebbero ancora le città dell'industria parassitaria, quali erano prima. Senza la fantasia, la versatilità organizzativa, l'astuzia nel superare gli ostacoli, la dedizione dei meridionali, il miracolo economico italiano non l'avrebbe visto nessuno.

Scacciate le banche nordiste, qui i capitali non mancherebbero. Peraltro, su questo versante, ci troveremmo accanto, da subito, Stati Uniti, Canada e Australia. Il lavoro è sovrabbondante, l'intelligenza pure. In due anni soltanto rifaremmo il miracolo economico; in otto anni, il Nord, pigro di mente, ingordo e ora anche rattrappito dal benessere immeritato, sarebbe surclassato

Nicola Zitara

 

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