L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Il sudico antipatriottico

di Nicola Zitara

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Siderno, 14 Gennaio 2003

Ogni mattina, insieme a Luca Giurato che, diversamente da quel che sostengono Greggio e Jacchetti, a me sembra una persona positiva, oltre che divertente (umana, se confrontata con i palamidoni dagli occhi celesti e super-scintillanti e le palamidone gran-tette delle altre ore del giorno-Tv), la Prima Rete ci mostra a giorni alterni consumatori infastiditi dai rincari e venditori piegati dalla crisi degli acquisti. Contemporaneamente appaiono avvisi governativi che ci spiegano la circolarità dell’economia. Se i consumi calano, le imprese entrano in crisi, ergo aumenta la disoccupazione, cosicché i consumi calano ancora. E via di seguito, in una spirale effettivamente perversa.

Intanto bisogna dire che per spendere bisogna avere soldi. Dell’Italia affluente so poco o niente, in sostanza quello che ne raccontano la televisione e i giornali (né intendo rivedere persone ormai in preda a quella che considero un’inedita forma di follia, un mix di arroganza e d’ingordigia), ma qui al Sud mi pare che di soldi in giro ci ne siano pochi, almeno fra la gente comune (quanto ai soldi che girano fra la gente non comune, basta leggere le statistiche bancarie). Il Sud d’Italia (l’Italia greco-romana) è, storicamente, un paese incline al risparmio, dove la fatica costa meno del danaro.

Tale particolarità è il retaggio del tempo in cui ogni famiglia povera coltivava un pezzo d’orto, teneva cinque galline, allevava una capra e un maiale, traendone la possibilità di risparmiare quei contanti che, peraltro, non aveva. Oggi sono poche le famiglie che dispongono di un orto, pochissime quelle che allevano un maiale, quattro galline, una capra. Siamo civili, abbiamo appartamenti milanesi, arredi tirolesi, tetti svizzeri, finestre svedesi e quadri kitsh. Personalmente mi sono fatta l’idea che somigliamo agli italo-americani che vedo nei film: un miscuglio di vecchio paese e di costose modernità.

Il danaro è poco, i prezzi spaventano. L’idea di spendere al fine di aiutare chi produce e vende, non rientra nella nostra cultura di disoccupati atavici. Secondo le nostre idee storiche, dovrebbe essere chi vende – in sostanza chi s’arricchisce cavando danaro degli altri – ad aiutare chi compra. L’avversione si è sedimentata attraverso i secoli. Troppi avidi genovesi e troppi avidi toscani hanno frequentato le nostre coste, perché si abbia simpatia per chi vende.

L’antico contadino difendeva fino allo spasimo le sue poche lire. Ricordo che quando, sessant’anni fa, entrava in paese per acquistare un metro di cotonina, prima di farlo, visitava tutti i negozi di stoffe, onde rendersi conto delle convenienze quanto a prezzo, qualità e resistenza della merce. Se il contadino era deciso a comprare un’ala (si diceva proprio così per dire di un pesce secco intero) di stocco o di baccalà (cose di cui ogni contadino meridionale era ghiottissimo), metteva in scena un’autentica rappresentazione, fatta di richieste e di rifiuti, di nuove richieste e di nuovi rifiuti, e solo al quinto atto si sbottonava la camicia e tirava fuori, da sotto l’ascella dove lo teneva, il fazzoletto annodato con le lire dentro.

La fatica per le provviste e la fatica per il danaro non erano dello stesso peso. Il mercato era un luogo dove il contadino veniva imbrogliato (raggirato). Da allora, le idee non sono poi tanto cambiate. Il commerciante vende merci prodotte lontano da qui. E'quasi impossibile avere negli occhi e nella mente che dietro la merce c’è un uomo, un lavoratore, un padre di famiglia. Noi non c’entriamo. Siamo un popolo di disoccupati, che dipende, sia per il lavoro sia per i consumi, da altre popolazioni; da popolazioni che sappiamo essere diverse da noi, come era profondamente diverso da noi i cazzuni d’americani, di cui raccontavano, al tempo lontano secoli della mia infanzia, gli emigrati tornati in paese.

Anche qui c’è gente che ama fare shopping. Forse tutti abbiamo vissuto una fase di frenesia consumistica dopo che l’Italia (del Nord) è diventata un grande paese; dopo che gli Agnelli hanno offerto in dote a ognuno di noi un’automobile, e lo Stato una patente. Ma adesso andiamo rientrando nei ranghi culturali della tradizione. I pantaloni si rattoppano, le mutande pure. Se compriamo un paio di scarpe, non compriamo il secondo. Se gli asparagi di campo costano parecchi euro, li mangino pure i bolognesi, tanto non sono quelli che il nostro palato gusta.

Preferiamo cercare quelli selvatici lungo i viottoli non battuti dalle auto. E il panettone di Milano? Ma sì, è persino buono, ma noi preferiamo la pignolata fatta in casa e addolcita col miele d’arancio. Certamente costa molto meno. Siamo antichi zappatori, perciò siamo previdenti. Sappiamo che ogni mese arrivano le bollette: la luce, il gas, l’acqua, il telefono, l’assicurazione, le tasse comunali; uscite che pesano, e noi non vorremmo sfigurare.

Non siamo più nel giro, l’America si fa sempre più lontana, così pure Milano, Roma e Torino. Il capitone lo mangeremo il Natale 2003, sempre che siamo ancora vivi e sempre che sia possibile (compatibile con il nostro bilancio familiare) tirare fuori 40 euro. Quest’anno ci siamo rifatti con una pasta e sarde così buona che non abbiamo rimpianto la viscida anguilla.

 

Nicola Zitara

 

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