L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


Il treno di Ferdinando

di Antonio Orlando

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Siderno, 6 Novembre 2006

Ritrovarmi in disaccordo con Nicola Zitara è una cosa che mi fa, veramente, star male perché i suoi scritti ed i suoi interventi sono sempre illuminanti e lungimiranti. Lo dico senza piaggeria e con autentica cognizione di causa dal momento che le analisi, che, peraltro, conduce ormai da tantissimi anni, coincidono perfettamente con un’idea dei sistemi economici a livello planetario che ha più di un seguace. La critica spietata e documentatissima che egli muove alla formazione dello Stato unitario, a quelle che sono “le origini dello Stato italiano”, risulta impeccabile e non fa altro che portare alle estreme conseguenze le osservazioni, le obiezioni e le contestazioni mosse, fin dall’inizio e poi in anni successivi, però oramai lontani, dagli oppositori più avveduti come Bakunin, Cafiero e Malatesta, compresi tutti gli Internazionalisti napoletani (Gambuzzi, Dramis, Mileti, etc.) per proseguire poi con Salvemini, Berneri, Labriola, Gramsci, Bordiga. La sua concezione del rapporto sviluppo/sottosviluppo, Nord/Sud del mondo ed i suoi studi sullo sviluppo del capitalismo in Italia si collocano, quanto a profondità d’indagine e acume, sullo stesso piano di quella Scuola Economica Moderna che vede negli economisti americani James O’Connor, Paul Sweezy e Paul Baran, nell’egiziano Samir Amin, in Andrè Gunder-Frank, nei francesi Paul Bairoch ed Ives La coste e negli italiani Piero Sraffa, Paolo Sylos-Labini e Claudio Napoleoni i critici più avveduti ed intransigenti del modello economico neo-capitalistico, oppressivo ed invadente, vincente grazie solo alla forza dei grandi organismi internazionali (FMI – WTO – BIRS) che strangolano le economie dei paesi poveri, cioè di tutti quelli che compongono “i Sud del mondo”.

E allora, dopo essere stato grande parte di cotanta compagnia, che ci fa Zitara con i neo-borbonici?

Se la sua è sempre stata una visione lucida della realtà economica meridionale, di come l’unificazione italiana sia stata, in primo luogo, unificazione di un mercato, creazione di quell’ ”esercito industriale di riserva” di cui parlava Marx e cioè di manodopera a basso costo da spremere e buttar via, drenaggio di risorse verso le asfittiche ed indebitatissime banche del Piemonte; ebbene, se la sua critica è stata tutto questo non può ora sfociare nella riproposizione, pura e semplice, di un sistema politico anacronistico., quasi che fosse sufficiente tornare “al bel tempo che fu”.

L’8 ottobre scorso si è tenuto a Caserta il primo Congresso Nazionale del Movimento Neo-Borbonico con la partecipazione di una ventina di delegazioni provenienti da tutt’Italia, comprese quelle di Milano e di Modena. L’intervento di Zitara, a quanto è dato sapere, è stato, come sempre, puntuale, critico, originale, forte e, per stessa ammissione di uno degli organizzatori, “ruvido”. “Zitara è Zitara", scrive Fiore Marro, "prendere o lasciare, noi abbiamo preso”. Certo i neo-borbonici ci hanno guadagnato, ma siamo sicuri che siano questi gli interlocutori giusti del Meridione?

Non credo che i Neo-Borbonici vogliano riportare indietro le lancette della Storia e rimettere sul trono gli eredi di Ferdinando, loro stessi dichiarano di “non essere federalisti”, di “non essere separatisti” e “di non essere monarchici”. Da quello che si può capire questo movimento si batte prima di tutto “…per una ricostruzione della coscienza storica dei Meridionali” e solo a seguito di questo “risveglio nazionalistico” sarà possibile, secondo loro, impostare ed avviare un cambiamento radicale dei rapporti tra le due aree dello Stato italiano. Per difendere gli interessi del Meridione, il Movimento intende tutelare e valorizzare i beni storici, artistici, archeologici ed ambientali; salvaguardare e promuovere le attività agricole, industriali ed artigianali e, insieme con esse, quei prodotti che rappresentano la cultura e l’essenza del Sud; incrementare il turismo e infine proporre “…forme nuove di sviluppo economico adeguato alle vocazioni del Meridione”.

Francamente non s’intravede niente di nuovo rispetto a centinaia di programmi, proclami, manifesti, progetti e proposte che i vari partiti politici, di destra, di centro e di sinistra, ci hanno propinato nel corso di sessant’anni di vita repubblicana ad ogni tornata elettorale. Se così stanno le cose, non c’è bisogno di scomodare i Borboni e non è necessario evocare lo spirito dell’illuminato re Carlo III e neppure inneggiare alla guerriglia dei Briganti o peggio ancora disturbare il sonno di Bernardo Tanucci, indubbiamente un riformatore illuminato ed accorto. Un programma così generico non può non trovare il consenso di qualsiasi meridionale di buon senso e di buona fede, mentre, d’altra parte, solo gli storici ideologicamente ottusi e prevenuti si ostinano ancora a considerare quella di Garibaldi una mitica impresa ed il Regno di Napoli, come diceva Gladstone nel 1851, “la negazione di Dio in terra, la sovversione di ogni idea morale e sociale eretta a sistema di governo”.

Che Garibaldi fosse “un asino” lo scrive Marx al suo carissimo amico Engels in una lettera del 10 giugno 1861 e in una successiva del 29 aprile 1864 è Engels a tracciare un perfetto ritratto del Generale considerato “un pasticcione…che ha avuto una degna fine”.

-    “E’ davvero grandiosa la maniera, scrive Engels, con cui il povero diavolo venne buttato all’aria, dopo che gli swells l’ebbero guardato a bocca aperta per otto giorni, e questo può accadere soltanto in Inghilterra. Per ogni altro uomo che non fosse Garibaldi sarebbe stata la rovina, ma tuttavia rimane sempre enorme anche per lui la brutta figura di aver servito l’aristocrazia inglese quale nine days winder e poi essere buttato a calci fuori dall’uscio…”

Prima o poi, sperando che La Riviera lo permetta, bisognerà ricostruire la storia del Risorgimento italiano e della spedizione dei Mille guardando a questi avvenimenti con gli occhi dell’Internazionale, di Marx, di Engels, di Bakunin, di Proudhon, osservatori sicuramente più distaccati e meno fanatici dei nostri “patrioti”. Se l’intento del Movimento neo-borbonico è dunque quello di rivedere la Storia (non dico “revisionare” perché darebbe luogo a fraintendimenti ed equivoci ) non c’era bisogno di tanto battage: una parte non trascurabile della Sinistra italiana questa operazione, Zitara docet, l’ha iniziata più di trent’anni addietro. Il Regno di Napoli non era “l’inferno in terra” e se si esclude, forse, la sola Milano, era lo Stato più avanzato e più all’avanguardia dell’intera penisola. La linea ferroviaria Napoli-Portici, la prima in Italia, non era la realizzazione di un giocattolo per un sovrano capriccioso e giocherellone; le ferriere della Mongiana erano un gioiello; l’industria di Pietrarsa esisteva prima dei Falck e della Breda; le seterie di S. Leucio furono un modello per Adriano Olivetti; il teatro San Carlo competeva con i teatri di Parigi e di Vienna; il Banco di Napoli aveva elaborato sofisticati strumenti di credito (le “Fedi di Credito”) quando le banche del Piemonte e della Toscana erano considerate “banche di paese”, manco di provincia; la flotta mercantile era seconda solo a quella inglese; i francesi e gli inglesi (si veda la Costituzione Siciliana del 1812) temevano l’autonomia di giudizio dei giuristi napoletani, che, tra l’altro, avevano elaborato e fatto promulgare il primo Codice Marittimo.

Tutte queste cose, e molte altre, costituiscono verità inoppugnabili, così come costituiscono altrettante verità inoppugnabili la pervicace volontà di mantenere il trono ricorrendo a qualunque tipo di sostegno – gli Inglesi, in primo luogo –; a qualunque tipo di compromesso – l’alleanza con i baroni e con l’aristocrazia più retrograda –; a qualsiasi tipo di repressione – la spedizione del cardinale Ruffo e la violenta e sanguinaria eliminazione di tutti i giacobini; a forme di populismo rozzo e volgare e se continuiamo su questo piano non se ne uscirà più. Una pessima vulgata di stampo stalinista ha preteso di imporre in Italia una trattazione della storia a senso unico ed in contrapposizione alla lezione di Bloch che sostiene che “la Storia non è una figura geometrica”; ora, da qualche anno, un indirizzo di segno esattamente opposto vorrebbe imporci un “uso politico della Storia” sia per quel che riguarda il fascismo, la Resistenza ed il comunismo, sia per quanto concerne il c.d. Risorgimento, l’Unità e la formazione dello Stato italiano. In pratica per tutto quel che riguarda i nodi irrisolti della Storia italiana.

Non si può usare la Storia come una coperta tirata a seconda delle esigenze politiche dell’oggi e quindi non si può pretendere, in base ad una rilettura del passato, di riscrivere il presente. Così l’idea dei neo-borbonici che la storia del Meridione sia andata in una certo modo in virtù della “confusione”, da intendere come “mistificazione”, “trasformismo”, “manipolazione”, generata dall’azione degli odiati Giacobini, mi pare una concezione tanto deterministica quanto quella degli stalinisti, che pretendono di piegare gli avvenimenti ai loro disegni.

Allora piuttosto che soffermarsi su questi aspetti, piuttosto che alimentare una polemica ed una contrapposizione di campo, varrebbe la pena discutere seriamente su una affermazione del programma dei neoborbonici nella parte in cui afferma che questo movimento si propone di ricercare: “…forme nuove di sviluppo economico adeguate alle vocazioni del Meridione”. Questo proposito mi sembra molto più interessante della riproposizione di simboli, bandiere, inni, miti e leggende. C’è realmente bisogno di idee nuove a fronte della solita aria fritta, delle solite ricette, dei soliti modelli che, inesorabilmente, prevedono che per uno che ce la fa , mille restino sul campo.

Il tramonto delle ideologie non ha significato la fine della Storia e neppure la fine del conflitto e delle contrapposizioni, ma ha, invece, scatenato gli egoismi più settari e più tribali inducendo ciascuno ad attrezzarsi ed organizzarsi per la difesa del proprio “particulare” con ogni mezzo, compresa la strumentalizzazione (niente di nuovo sotto il sole) della religione. La soluzione non è quella di contrapporre alla Lega di Bossi una Confederazione Sudista che, magari, inalberi di nuovo il bianco vessillo borbonico con tanto di giglio dorato o innalzi le insegne del Sacro cuore per creare una Vandea meridionale. Parafrasando una riflessione di Tullio Ascarelli, grande giurista, che diceva

- Nell’attuale crisi di valori, il mondo chiede ai giuristi piuttosto nuove idee che sottili interpretazioni: dobbiamo riprendere e riesaminare i concetti fondamentali”, si può dire che oggi agli economisti e agli studiosi come Zitara noi chiediamo idee innovative che rendano concrete le geniali intuizioni di cui essi sono portatori.

Dovrebbe far rifletterci il fatto che l’Accademia di Svezia ha premiato Muhammad Yunus – fondatore della Grameen Bank ed inventore del credito per i poveri e i nullatenenti - conferendogli il Nobel per la Pace e non, come sarebbe stato giusto, corretto e significativo, quello per l’economia, ancora una volta assegnato ad uno studioso i cui libri, pieni di complessi calcoli econometrici e ricchi di strampalate ed irrealistiche ipotesi, verranno letti solo da qualche ambizioso ricercatore a caccia di una cattedra universitaria. Gli Accademici di Svezia non hanno sbagliato, temevano la reazione degli gnomi di Zurigo, degli squali di Wall Street, dei pescecani di Francoforte e dei cannibali del Fondo Monetario Internazionali, i quali inorridiscono al pensiero che la Scienza Economica possa finire nella mani degli straccioni. Che cosa mai diventerebbe!! Dinamite, pura dinamite.


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