L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
  Eleaml


io nun me scordo

La folle utopia

di Andrea Balìa

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Napoli, 26 Giugno 2007

Già, ma uno si potrebbe domandare, ed anzi più volte quest’interrogativo è stato posto: ma come si può configurare un eventuale progetto politico? Quale sarebbe l’ideale, diciamo il sogno di un nuovo Sud? Come ti piacerebbe fosse organizzato e con che formula sarebbe meglio? Quale tipo di governo dovrebbe avere? Ecc…ecc…

E qui vien voglia di non rispondere, perché una cosa è l’attuabile, il possibile (già tra mille difficoltà!), un’altra sono i desideri e ciò che ti sembrerebbe davvero il meglio, quello che più s’avvicina alle tue idee e si rappresenta come un dipinto, il quadro che un pittore ha sempre in mente e vorrebbe prima o poi riuscire a dipingere: il quadro della vita! L’opera magna e definitiva! Quindi diventa un esercizio un po’ sterile, quasi un gioco che facilmente può suscitare ironia, battute, scherno e da oggetto della curiosità di chi chiede è quasi inevitabile passare al ruolo di zimbello dell’interlocutore. Ma tant’è, e se il gioco lo si affronta, in specie quello di mettere nero su bianco la propria vita e le proprie idee, forse in fondo è più giusto ed onesto giocare tutta la partita e, pur in un modesto scritto semi/leggero come questo, affrontare il rischio (che in ultima analisi ha anche una sua componente ludica ed attrattiva) e dichiarare il disegno, la folle utopia, che più volte si è realizzata in mente anche come il più bel viaggio che ognuno ha messo a punto nella sua testa e vorrebbe e sognerebbe prima o poi di riuscire a fare.

Le ipotesi sono sostanzialmente 3:

  1. Federal istituzionale;

  2. Minimal nostalgica;

  3. Separatista rivoluzionaria .

La prima ipotesi è più o meno diffusamente ritenuta dalla maggior parte delle opinioni quella possibile, forse praticabile, ed attuata in un ambito ed ottica istituzionale. In sostanza l’ipotesi più indolore e meno dura. Essa si rifà a tutta quest’aria diffusa di riscoperta sul federalismo che aleggia in Italia da qualche anno.

La Lega lo strombazza come progetto magno del suo programma, dichiarandone la taumaturgica proprietà risolutrice di tutti i mali italiani. La Sinistra si è accodata, modificandone gli aspetti per vestire l’idea di un almeno decente aspetto democratico, ma non riuscendo ad intaccare in senso positivo (quasi per niente) le problematiche del Sud.

L’idea parte dalla concezione che responsabilizzando ogni regione, attraverso leggi di decentramento dal governo centrale a competenze regionali, dovrebbero evitarsi lungaggini burocratiche dando la gestione di problemi e soldi ad ognuno per il suo.

Il vero problema è che la Lega vuole egoisticamente sottrarsi ad un concetto di redistribuzione solidaristica e gestire i soldi che nelle produttive regioni del Nord abbondano, lasciando il resto d’Italia (ovviamente il Sud) al suo destino tragico conservandolo solo come bacino interno per la vendita ed il consumo delle sue merci.

Chi legge in ciò una soluzione perché il Meridione possa finalmente così rifare da solo sostiene che il Sud potrebbe, e già ciò è difficilissimo, riacquistare una propria dignità attraverso appunto un progetto federale, ma serio e giocato su piani di uguali diritti e appunto dignità, e non sui livelli sperequativi di una devolution che una Lega, affiancata dai berluscones e da una Destra ormai svenduta a tutto pur di governare, propone.

Progetto federale che attraverso ampie forme di autonomia e gestione locale dovrebbe permettergli innanzitutto un processo di responsabilizzazione ed autostima, che è lo zoccolo su cui costruire un’economia ed un’organizzazione locale amministrativa del 80/90% delle funzioni. Valorizzazione delle peculiarità lavorative storiche ed artigianali, unitamente all’accrescimento delle risorse di commercio come il turismo, che è un caposaldo delle nostre terre.

Ovviamente il tutto su di un’ottimizzazione delle strutture, da realizzare aprioristicamente come tessuto su cui sviluppare il resto. Il cui costo andrebbe finanziato (tutto o gran parte) dallo Stato centrale unitamente alla parte sana dell’imprenditorìa locale, e controllato severamente nella gestione di realizzazione delle opere, a compensazione di oneri e competenze da cui il governo centrale verrebbe sgravato a realizzazioni compiute ed autonomia decollata.

Il tutto come unica e risolutiva operazione d’investimento per il Mezzogiorno, per tentare un sano riallineamento delle opportunità tra le varie zone d’Italia, contro la volontà di Bossi e compagni (meglio sarebbe dire “compari”) che vorrebbero sovvenzioni ed opere solo per il Nord, a riparazione di non si sa quali danni vagheggiati e presunte defraudazioni subite.

Elezione popolare di un governatore unico (un po’ sul modello americano) per tutte le terre del Sud inteso come una macro regione, con responsabili regionali equivalenti agli attuali presidenti di regione e con una snella gerarchia (o meglio “catena”) di competenze, consulenze e consultazioni per applicare un concetto di sussidiarietà, rappresentatività e collegamento con la base popolare.

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Questa, e ovviamente solo a grandi linee, come impostazione di un rinnovato disegno politico che dia al Sud un suo ritrovato assetto territoriale ed una nuova spinta propulsiva nascente appunto da un’autogestione da praticarsi nella più ampia autonomia attuabile. Ma la cosa non è così semplice e prevedrebbe un serio progetto di partenza di tutti dallo stesso punto e con le stesse armi, e così purtroppo non è! Chiariamoci un po’ le idee su qualche punto:

  1. la nostra povertà industriale determina l’assenza di lavoro nelle nostre terre;

  2. il risparmio meridionale è per due terzi trasferito al Nord dalle banche, dalle Poste e dall’importazione e consumo delle merci padane, e solo un terzo viene riprestato, a tassi vessatori e differenziati da quelli settentrionali, perchè si possano acquistare le suddette merci;

  3. le regioni del Sud, con il federalismo bossiano, non avranno denaro sufficiente per permettersi servizi sociali (neanche al livello attuale), ad esempio, come la sanità;

  4. una condizione basilare, all’interno di questa prima ipotesi, non potrebbe non ipotizzare un federalismo bancario; ovvero la condizione che, pur restando la possibilità per banche italiane ed europee di aprire ed avere sportelli al Sud, il risparmio dovrebbe unicamente essere gestito ed elargito solo da istituti con sede legale nelle regioni meridionali, che non finanzino solo consumi (come accade oggi) ma anche investimenti;

  5. la possibilità che possa essere sospesa, in periodi ritenuti opportuni, il pagamento dell’Iva sulle fatture in uscita, risarcendo poi lo Stato con un’invenzione tipo un fondo comune di assistenza o altro – altresì si parla di un federalismo molto strano che da il gettito dell’Iva non alle regioni che pagano ma bensì a quelle che incassano;

  6. quello che si è detto per le banche dovrebbe essere attuato ugualmente per le finanziarie e le assicurazioni del Nord che spremono il Sud da una vita, con giustificazioni gonfiate che occultano e glissano su dati come quello ad esempio di Milano che detiene il primato delle auto rubate;

  7. quanto sopra è indispensabile, altrimenti - come sostiene provocatoriamente Zitara – il federalismo lo potremmo fare perché loro ci diano ciò che ci serve e noi potremmo mettere in cambio “ le nostre belle giornate ”, la nostra ironia, il “godimento” della vista del nostro mare e dei nostri luoghi, l’ascolto delle nostre canzoni e melodie. Tutte cose che loro per primi sostengono d’apprezzare e gradire così tanto.

Altrimenti, visto che il federalismo che ora ci si vuole propinare non ha le condizioni perché il Meridione possa attuare la sua risalita - sempre per riprendere le argute affermazioni del maestro Zitara - non ci resta che dire: Federalismo? Si! Col c….!

La seconda invece non è altro che quella “sognata”; è certamente da definirsi utopica ma dotata di grande fascinazione.: “Principato del Sud”. E’ superfluo che la condizione di base prevederebbe un federalismo molto avanzato, quasi una separazione totale come un nuovo stato legato al resto dell’Italia solo da accordi tutti da studiare.

Quindi non un federalismo frazionato tra regione e regione del Sud, ma bensì una sorta di federazione unica come un’unica macroregione.

Innanzitutto perché Principato? Perché in fondo, e senza alcuna deriva nostalgica, se si vuol dare un collegamento ideale e significativo con l’ultima dinastia a capo di uno Stato autonomo come era il Regno delle Due Sicilie, questo si può identificare con l’erede attuale, per l’appunto il Principe Carlo di Borbone. Immagine, fisico e portamento sicuramente regale, voglie e preparazione tutte da verificare, ma questo è un altro discorso! Ma ciò è solo un voler sottolineare un simbolico filo di continuità e di riferimento come auspicio di ritrovata autonomia e rinascita. Di sicuro non è, sgombrando subito il campo dalla più facile delle accuse, voglia o nostalgia di monarchia.

Il Principe non avrebbe altre funzioni che quelle di un governatore, e perciò potrebbe essere sostituito da un normale governatore democraticamente eletto, modificando la precedente denominazione in “Repubblica del Sud”.

Volendo, il Principe potrebbe esserci comunque e quindi anche essere una sorta di Presidente rappresentativo e d’immagine, un richiamo alla storia, senza particolari cariche istituzionali o ancora e tutt’al più come Ministro degli Esteri.

Il termine nostalgico è in fin dei conti improprio; è solo il voler sottolineare che quest’ipotesi evidenzia fortemente la memoria, si rifà a riferimenti storici, modifica quello che era un regno in un principato, (forse, dico forse) un po’ più attuabile e meno complicato che il riparlare di monarchia in senso pieno.

Perché minimal ? E qui le riflessioni e le considerazioni sono frutto di valutazioni reali e qualche volta anche un po’ amare.

Andiamo per ordine: Napoli ovviamente era ed è la capitale, fulcro e simbolo di rappresentatività storica e culturale e non potrebbe non avere che la titolarità come ruolo e sede governativa.

Le Terre Flegree sono a Napoli collegate, e rappresentano il luogo contenitore di una storia millenaria con una specifica e forte dignità territoriale ed una sana tradizione democratica e di partecipazione popolare poco incline a derive destrorse.

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Le Isole (Capri, Ischia e Procida) in fondo sono anch’esse a Napoli ed alle Terre Flegree collegate, hanno fama e singole dignità, sono l’esemplificazione della vocazione turistica meridionale e completano geograficamente, qualitativamente e territorialmente il quadro di un nuovo/antico Stato, concentrato di storia, e pecularietà geografiche e caratteriali. Le Isole sono da sempre poco o male politicizzate, o diciamo un poco “ballerine” sotto quest’aspetto: Andrebbero sotto quest’aspetto ricondotte, senza costrizioni, ad un progetto di una politica più unitaria, pur nel rispetto delle loro specificità storiche e d’identità, costruite e sedimentate da anni e anni di singole e peculiari vocazioni turistiche. Ovviamente la dirimpettaia Costiera Sorrentina ed i paesi fra essa e Napoli sono il naturale completamento di questa zona.

E questo è quello che c’è, ma poi? Innanzitutto la volontà derivante da un’esigenza prioritaria di quest’ipotesi è quella di uno Stato snello, gestibile e compatto (vedi Principato di Monaco, Repubblica di S. Marino, Liechtenstein, ecc…) e poco incline a contenere terre, storicamente da un lato omogenee, ma con volontà politiche che talvolta appaiono divergenti e con problematiche di varia natura. E’ perfino superfluo ribadire che il Sud è quello, e che dovrebbe esserci tutto come la sua storia millenaria racconta.

Le tante riunioni effettuate tra i movimenti meridionalisti denotano però il vecchio vizio del particolarismo, e sarebbe augurabile che, ad esempio, una Puglia spesso affetta da un tardo rampantismo anni ’80 riveda questo vizio che dal dopoguerra in poi ne ha fatto una regione con miti e propensione anche d’immagine diciamo “nordici”.

La Sicilia è sempre propensa ad una sua specifica autonomia che, anche nel vecchio regno creò più di qualche problema; ultimamente è poi diventata il feudo pebliscitario (di origini molto dubbie) del nuovo mega partito mediatico del nostro Presidente del Consiglio, e ciò non depone certo benissimo.

Insomma il rischio è che questa seconda ipotesi di “Principato del Sud”, invece di titolarsi così, rischi di titolarsi – come ironicamente sostiene un mio amico meridionalista – “Principato di Napoli, Terre Flegree ed Isole”!

Invece è auspicabile che i degnissimi movimenti meridionalisti pugliesi e siciliani riescano, col loro testardo e proficuo impegno, a trainare le popolazioni di quelle terre, unitamente è ovvio alla Calabria, all’Abruzzo, al Molise e alla Basilicata, storica terra dei briganti, verso la giusta via del riscatto del Sud.

Questa provocazione vale per tutte e tre le ipotesi: vuole essere un’autocritica per spingere all’unità dei meridionali e costruire un’unica coscienza. Tornando a noi è ovvio che la seconda ipotesi è solo una risposta (forse un po’ fantasiosa) ad una voglia di rappresentatività che i meridionali rivogliono per ricordare e riappropriarsi di una storia troppo grande e troppo a lungo occultata, offesa e vilipesa. Insomma per un mix di rispetto e praticabilità non andrebbe commesso l’errore (pur senza nessuna preclusione) di rischiare inserimenti a dispetto dei santi.

Necessaria al progetto sarebbe la costituzione di un movimento/partito del Sud. La sua attuale assenza già penalizza il Sud nell’attuale parlamento italiano, decretandone nei fatti una non rappresentatività rispetto all’altra Italia (Lega Nord, ecc…) e grandi dubbi sulla legalità democratica appunto dell’attuale parlamento italiano.

La colpa di ciò va spartita tra l’arroganza dei fratelli nordisti e la non operatività e spirito d’organizzazione del Sud.

La creazione di un movimento/partito è cosa già ipotizzata o quasi tentata in piccoli e modesti tentativi o in mega raduni dei tanti micro movimenti meridionalisti. Troppo frastagliata e dissimile nelle intenzioni l’assemblea più volte tentata.

Posizioni troppo individualiste o qualunquiste, o spesso pronte strumentalmente a fare l’occhiolino alla Destra, o da cui farsi fagocitare, o ancora impraticabili tentativi di far convivere anime troppo diverse in un’accozzaglia eterogenea.

Un nuovo concreto progetto potrebbe produrre possibilità solo attraverso un’omogeneità d’intenti che necessariamente, ed obbligatoriamente, pur se con rammarico e non in modo indolore, passa attraverso una selezione dura che porta (come già detto) alla definizione di un’area territorialmente incentrata su comuni interessi, fortemente rappresentativa e protesa in modo unitario alla costituzione e poi alla gestione del nuovo Stato.

Creazione di una sorta di Ministero della Storia e della Cultura, dell’Informazione e degli Studi, perché tutti possano conoscere la vera storia del Sud, e tutta una serie d’iniziative di riappropriazione della memoria storica, tra cui non ultimo un rifacimento onesto e non propagandistico della toponomastica dei nostri luoghi, delle nostre strade e delle nostre piazze.

Adesso sarebbe tedioso per chi legge approfondire ogni cosa ed entrare in ogni singolo problema o progetto specifico che parte da un’idea molto facilmente accusabile di essere riconducibile alla fantapolitica. E’ un’idea però che fa leva sul fascino che deriva da una vera storia da cui provengono un po’ tutti gli uomini e le donne del Sud.

I nostri avi erano, come per il brigante Crocco per il sottoscritto, gente che in grande numero finì per diventare eroe o martire (e ricordata invece alla stregua di volgari banditi) per difendere le terre del Meridione dagli abusi, gli espropri e le ruberìe degli avi di quei signori a cui un’Italia cialtrona ha dato il permesso di rientrare.

La nostra storia non ha bisogno d’inventarsi bandiere o confini mai esistiti o di manipolare a proprio uso e consumo gli eventi passati come qualche signore (sic!) padano oggi fa.

Deve solo riappropriarsi della propria dignità e farsi motore del proprio destino. Dulcis in fundo per un inno rappresentativo – il problema può apparire futile, ma anche la forma e le sue rappresentazioni hanno il loro valore – non v’è bisogno di inventarsi nulla od appropriarsi di brani presi a prestito dalla lirica come per il “Va pensiero” di Verdi usato dai leghisti.

A tal proposito quanta ignoranza se solo si sapesse che Verdi e le sue melodie erano usate per enfatizzare l’ideale unitario e non quello secessionista a cui ambisce la Lega!

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Tornando a noi: né tantomeno quello a cui far riferimento è neanche lentamente confrontabile con l’italica marcetta di un mediocre musicista su cui l’ultimo Presidente ce la intorta da tempo, pretendendone un fedele apprendimento ed una maniacale esecuzione ad ogni occasione, come se – al posto del lavoro, la disoccupazione, il conflitto d’interessi ecc… - questo fosse il problema prioritario. Esiste il bellissimo e colto inno scritto da un fior di musicista, come il Paisiello, per quello che fu l’ultimo Stato autonomo e libero del Sud.

In fondo ad ognuno la sua storia, e noi….”veniamo da lontano, per andare lontano!”.

Nella terza ipotesi invece il gioco si fa duro. E’ forse però l’unica, vera, reale e definitiva soluzione al problema. Il separatismo rivoluzionario non è un’idea di Gegè, ma bensì è da lui e altri seriamente considerata, ed è frutto d’una lucida ed approfondita analisi e strategia della colta e vivace mente del prof. Nicola Zitara.

L’idea nasce dalla consapevolezza innanzitutto che il Sud è solo formalmente facente parte dell’Italia, sin dai tempi dell’unità.

L’unità d’Italia nei fatti non c’è stata mai, se per ciò non s’intende solo un processo d’annessione delle nostre regioni al Regno di Sardegna. Tant’è che è stata solo una continuità tra Regno di Sardegna e Regno d’Italia, è che ne esiste la prova storica anche formale: Vittorio Emanuele II° nel marzo del 1861, in occasione del primo parlamento italiano, non volle dar luogo alla prima legislatura bensì alla settima, ripartendo dalla numerazione del parlamento subalpino.

Annessione fu: nei fatti e nella forma!

La forma l’abbiamo ricordata, poi sui fatti si potrebbero scrivere volumi a iosa, più di quelli già scritti da tanti storici o scrittori non venduti, prezzolati ed ignoranti.

L’economia italiana nacque tra Torino e Genova con la fondazione della Banca Nazionale Sarda in cui banchieri, industriali, bancarottieri e truffatori fecero confluire tutto l’oro degli Stati annessi.

I Balduino, i Bastogi, i Bombrini ne fecero di tutti i colori per rastrellare il surplus meridionale attraverso banche, fisco e trovate sempre al limite della frode. Cosicché resta incisa la frase di Francischiello rivolta ai meridionali: “Non vi lasceranno neanche gli occhi per piangere! “.

Lo Stato italiano ha rovinato un popolo di gente che era laboriosa e che per giunta in Italia era entrata con la dote più ricca degli altri; salvando inoltre il bilancio in particolare dei primi 15/20 anni con le esportazioni appunto meridionali, prolungando tale apporto fino al secondo dopoguerra. Bilancio alla bancarotta provocato dal saccheggio di Cavour e dei suoi compari.

Pietrarsa, ad esempio, era riconosciuta a livello europeo come l’unico impianto italiano in grado di costruire e riparare vetture ferroviarie e macchine a vapore, ma nonostante ciò fu preferita e sovvenzionata l’Ansaldo facendo pian piano morire l’impianto meridionale.

I Cantieri Navali di Castellammare di Stabia ricostruirono perfino la flotta della nuova Italia, ma gli investimenti su impianti moderni furono destinati a La Spezia. E’ provato che quel galantuomo di Cavour buttò nel caminetto del suo ufficio di Presidente del Consiglio i registri navali del Regno delle Due Sicilie e le relazioni dei suoi stessi ministri sui sistemi di finanza pubblica dei Borbone (ritenuti da loro stessi i più equi ed avanzati d’Europa).

L’industria italiana era al Sud, molto incentrata in quello che era l’agro nocerino sarnese e non certo al Nord. I nostri armatori erano conosciuti in tutto il mondo e le navi napoletane erano le uniche a raggiungere le Americhe. E tutto questo patrimonio fu depauperato con in più operazioni truffaldine come il prelievo di merci pregiate del Sud: olio, vino, agrumi, ecc…(operazioni fatte con la protezione di carabinieri, prefetti, ecc…) dando in cambio monete di carta dalle serie duplicate e inconvertibili, ossia carta straccia.

Ladri! Non esistono altre parole! Questo fu l’inizio del capitalismo padano! Bella gente, davvero bella gente!

A questo esproprio bancario dagli aspetti da carnevale della truffa ovviamente non parteciparono gli industriali del Sud e così se ne distrusse il loro seme. E così il disastro iniziò per diventare un fenomeno senza fine.

Il brigantaggio sollevò il problema fondiario: i contadini, ai tempi dei Borbone, avevano in uso gratuito le terre del Demanio o negoziavano, in modo pressocchè equo, quelle di proprietà ecclesiastica con conventi, abbazie, parrocchie, ecc…Il nuovo governo italico di Cavour, come massimo esempio di modernità, pensò bene (escludendo i contadini) di trasformare in piene proprietà i feudi.

Ai vecchi baroni furono riassegnate le terre, vendute a chi di loro poteva comprarle - giusto sempre per far cassa anche su questo problema - molte vennero espropriate alla chiesa, e ai contadini non restò che farsi briganti o emigranti.

Grande esempio d’illuminata democrazia!

Il brigantaggio altro non fu che ciò, unito allo spirito lealista dei contadini verso la vecchia dinastia, paternalista quanto si vuole, ma che in ogni caso non li aveva comunque tartassati. A ciò si aggiunga l’inasprimento delle tasse passate da 5 a 41 e la frittata su come distruggere un popolo è fatta!

La Destra, erede del sabaudismo di Cavour, inaugurò negli anni a venire il protezionismo industriale con il fascismo che pretendeva e preferiva la “battaglia del grano”, e che i contadini restassero zitti e buoni nelle loro martoriate terre a tentare improponibili ed improbabili miracoli produttivi.

Dovevano andare inurbandosi nelle città solo se “richiamati” da un lavoro certo. Insomma le attuali leggi dei nostri ultimi governi di CentroDestra hanno radici antiche! Se poi proprio volevano, le Americhe erano sempre lì pronte ad accogliere nuovi emigranti e le loro “Lacrime napulitane”!

I soldi del piano “Marshall”, evocato ancor oggi dai nuovi Cavalieri, andarono alla Fiat ed alla industria del Nord. Negli anni cinquanta la Cassa per il Mezzogiorno riuscì solo a portare luce e acqua (e non, comunque, dovunque) dove mancavano e l’istruzione obbligatoria minima. Poiché le industrie meccaniche costituivano l’obiettivo primario, si privilegiò ciò anzicchè intervenire in agricoltura: il risultato fu inquinare di Bagnoli e Taranto con l’ILVA, e conseguenzialmente, si stabilì che costava meno spostare popolazioni al Nord che portare soldi e fabbriche al Sud.

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Il Meridione fece l’Italia del boom economico con il suo denaro e continuò a farla con l’umile lavoro dei suoi emigranti, e le rimesse dall’estero di quelli che erano e sono espatriati. Basti pensare che, ancor oggi, tali rimesse non sono inferiori al 17/18% del reddito nazionale!

La Sinistra non cavalcò fino in fondo le rivendicazioni del Sud e dei suoi disoccupati, con l’errore strategico di Togliatti che consegnò la classe operaia meridionale ai padroni delle industrie, con l’idea viziata e sbagliata che così essa avrebbe partecipato ai benefici.

La Sinistra lasciò inoltre spazio e fenomeni di voto di scambio alla grande “balena” del Centro politico italiano. E qui, e con questi metodi, la mafia fece il salto di qualità, ramificandosi sul territorio meridionale con un ruolo di supplenza dello Stato. Per un pugno di soldi, l’idea di uno stipendio, dal dopoguerra a pochi anni fa, si è creata (sempre per dirla alla Zitara) una generazione di ascari (termine già usato a tal proposito da Gaetano Salvemini), ossia di venduti, e si è attuata la corruzione di – appunto - tante generazioni di maestri di scuola e di tante bugie propinate sui libri di tanti decenni. Ma oggi neanche ciò è sufficiente; e allora l’attuale alleanza Bossi-Berlusconi rilancia il nordismo, lasciando al Sud il ruolo di colonia di consumo delle merci del settentrione; se proprio vorranno, in ossequio ad una taumaturgica flessibilità, i meridionali potranno sempre affrontare la terza biblica emigrazione della loro incredibile storia di “figli di un Dio minore” della Repubblica italiana.

A questo punto non resta da dire che andrebbe affrontato seriamente l’argomento, non fatuo o provocatorio ma provato da fatti – forse anche lontani – ma veri e gravissimi, di un debito storico.

Un risarcimento di danni per cui, come afferma sempre Zitara - che è l’acuto ideatore dei parametri del calcolo -, neanche la vendita di Piazze, Palazzi, Duomi, Campanili di S. Marco, statue di Michelangelo, quadri del Mantegna e manoscritti originali del Cattaneo, basterebbe!

Allora vanno tirate le conclusioni e ricordato che il Sud paga da molti anni il costo della industrializzazione non attuata, dell’azzeramento della sua agricoltura, di un turismo occasionale e mal gestito, il dono al Settentrione di manodopera e manovalanza a piene mani, la gentil concessione delle menti comunque più vive del management industriale a servizio dell’imprenditoria del Nord, e buon ultimo il biglietto d’ingresso del CentroNord in Europa.

Ingresso in Europa che, senza una revisione della politica mediterranea e sui prezzi agricoli, non gli porta alcun beneficio, allontanandolo sempre più dal suo ruolo meridiano di faro storico appunto del Mediterraneo.

Per intuizioni a conforto di ciò basta andare un po’ indietro a rileggersi il “Pensiero Mediterraneo” di Camus e le sue “ispirazioni mediterranee”, o ancor più recente “Il Pensiero Meridiano” di Cassano. Da ciò l’ipotesi definitivamente risolutiva del separatismo: va presa coscienza di essere un popolo forte, con una sua storia e cultura millenaria ma una gran voglia di nuovo, di possedere lavoratori e relative competenze adeguate e di qualità, d’intelligenza e creatività ampiamente comprovate, di possedere credito nel mondo guadagnato da generazioni di emigranti,di avere arte e luoghi fra i più belli e contenere nel proprio DNA ospitalità, umanità e tolleranza.

Siamo sette volte più grandi dell’Irlanda, tre della Svizzera, ecc.. non così piccoli da non poter essere indipendenti!

Attraverso l’utilizzazione del proprio risparmio e l’applicazione di un socialismo privo di burocrazie, macchinosità e profondamente umano, ribadendo la giusta proprietà dei beni e del denaro prodotto, rifiutando (perché no?) la concezione illiberale della proprietà delle terre e delle acque e dell’acquisto e della vendita del lavoro, ciò può attuarsi. Il Sud può in pochi anni arrivare a tassi di sviluppo elevati e più interessanti di quelli, ad esempio, del Nordest, con l’apprendimento delle tecnologie avanzate.

Deve solo essere libero di esprimersi. Lo Stato Italiano vada per la sua strada e lasci al Meridione la sua! Quest’Italia conviene che il Sud se la tenga, o forse è meglio perderla?

Come? Si costituisca un “Comitato permanente di liberazione sudista”, si inizi la conta, ci si organizzi politicamente!

Ciò deve succedere per i nostri avi ed i nostri padri, ma ancor più per i nostri figli e nipoti. Noi che siamo nel mezzo siamo eredi che hanno l’ingrato, ma anche privilegiato, compito di soffiare perché il fuoco che arde sotto la cenere (come scrisse un mio amico meridionalista) torni a bruciare!






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