L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
  Eleaml


io nun me scordo

Caro Serra

di Andrea Balìa
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Napoli, 17 Ottobre 2009

Caro Serra,

sono costretto, mio malgrado e scusandomi, a riscriverLe. Ha pubblicato ulteriori commenti sul Sud, ma non la mia lettera e né ha citato qualcosa di quello che avevo scritto, ma non è questo il problema. E’ apprezzabile che Lei dedichi attenzione al nostro Sud, anche se sarebbe preferibile non farlo con un occhio chiuso ed uno aperto. Il problema è che non è pensabile ridurre tutto ai meridionali che non dovrebbero buttare carte in terra e ad un loro atteggiamento di maggior senso civico. Anche se domani mattina lo facessero tutti, avremmo un Sud più pulito e ordinato ma non avremmo risolto il cuore del problema. Non è immaginabile, in questo benedetto paese che è l’Italia, avere e perpetrare un buco nella memoria storica: tutto si riscopre, si revisiona, dall’ultima guerra alle foibe, e prima al rinascimento e al medioevo, tranne quel periodo in cui avvenne l’unità italiana, il come, il perché e le sue conseguenze. Parlare di Sud e dei suoi problemi e sorvolare leggermente sugli antefatti, la sua storia, incentrando tutto ad oggi e al deprecabile modus vivendi di una parte del popolo meridionale è attuare un processo monco nell’analisi e nelle proposte. Dell’unità italiana si parla solo al momento dell’esecuzione d’un inno bruttino musicalmente e quantomeno contorto nel testo, e in occasione dei preparativi per il festeggiamento del prossimo anniversario. Fiumi di soldi stanziati e inviati in Piemonte e manco un euro o un ricordo per il sacrificio di Gaeta, cittadina del Sud dove cadde la resistenza dell’ex Regno delle Due Sicilie sotto una spropositata e ingiustificata (Cialdini, il generale che l’ordinò fu dichiarato “criminale di guerra” dall’opinione internazionale ma ancor oggi ha strade e piazze a lui dedicate!) quantità di bombe che la devastarono strutturalmente massacrando migliaia di civili e soldati. E cosa dovremmo, oltre ad aver maggior senso civico, festeggiare noi, come attuale popolo del Sud? Dovremmo festeggiare il come fummo invasi (pur nel rispetto d’un insopprimibile anelito unitario) militarmente, senza manco una regolare dichiarazione di guerra? Dovremmo festeggiare di come furono espropriate e distrutte le nostre fabbriche e la nostra economia? Dovremmo festeggiare di come mafia e camorra furono fatte sedere al tavolo della politica, con incarichi in polizia e incredibili pensioni, dando inizio a un processo di collusione, non solo non estirpato ma coltivato fino ai nostri giorni? Dovremmo festeggiare di come furono massacrati civili e soldati, di come furono deportati e rinchiusi e sciolti nella calce viva migliaia di meridionali nei lager piemontesi di San Maurizio e Fenestrelle (ancor oggi visitabili!)? Dovremmo festeggiare la feroce repressione (vedi Legge Pica) del brigantaggio (fenomeno che in qualsiasi parte del mondo sarebbe ricordato come resistenza di popolo, ma qui da noi marchiato come volgare banditismo), che provocò la sdegnata reazione anche di Gramsci? Dovremmo festeggiare che, mentre in Germania in 20 anni hanno riunificato un paese, noi stiamo ancora aspettando da 150? Dovremmo festeggiare di aver conosciuto emigrazione (oltre 30 milioni di persone!) e povertà, quando prima eravamo lo Stato più ricco della penisola e non emigrava una sola persona se non per scelta personale?

Allora vede, parlare di Sud, come di qualsiasi altra cosa, senza sapere, ricordare e analizzare come è andata la storia, è fare un inutile esercizio accademico. Noi pretendiamo un’analisi complessiva che poi porti a valutare e criticare l’attuale, altrimenti parliamo di effetti senza conoscere la causa. La malattia vorremmo curarla e non prendere aspirine sui nostri odierni mal di testa. Le opinioni sono opinioni ma i fatti sono i fatti. Ed i fatti hanno numeri, date, eventi, scritti negli archivi, rispetto ai quali non v’è opinione che tenga. Non è uno sterile lamento o rinvangare “cose vecchie”, perché i crimini di guerra, come Lei sa, non decadono e noi pretendiamo che si sappia e si restituisca il maltolto. Altrimenti è come sarebbe parlare oggi di ebrei, d’Israele, facendo finta di non sapere della SHOAH!

Si chieda come mai il film “E li chiamarono briganti” (di qualche anno fa) di Pasquale Squitieri (con la Cardinale, Franco Nero, Albertazzi ecc…) dopo 24 ore fu ritirato dalle sale cinematografiche d’Italia; e se ha voglia e tempo chieda su questi argomenti qualche considerazione al suo Presidente dell’Ordine dei Giornalisti Lorenzo Del Boca, che ne sa molto di queste cose tanto d’aver scritto più d’un libro in merito.

Con immutata stima

Andrea  Balìa














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