L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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io nun me scordo

“Dopo l’Unità”

di Andrea Balìa

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Napoli, 11 Maggio 2007

Sul come avvenne l’Unità d’Italia, ovvero l’annessione dell’ex Regno delle Due Sicilie, sui tristi ed atroci episodi, sul perché, si è scritto molto (pur se mai abbastanza), ed anche il sottoscritto ha cercato immodestamente di contribuire.

Si è raccontato dei modi illegali e brutali, dello scempio di paesi, civili, soldati, briganti e resistenti, delle teorie e pratiche criminali di folli medici come il Lombroso, e della deportazione di migliaia di meridionali nelle fortezze lager piemontesi di Fenestrelle e S. Maurizio, antesignani dei campi di concentramento nazisti e dei gulag siberiani. Insomma in Italia non siamo stati secondi a nessuno e possiamo vantare tristi primati.

Cerchiamo ora d’analizzare un po’ più da vicino cosa successe dopo questa guerra feroce, spacciata ancor oggi per Risorgimento (di chi? di cosa? Forse solo delle finanze sabaude!); quali divennero le condizioni sociali, economiche, cosa accadde nei fatti?

Innanzitutto parti una “damnatio memoriae”, una deborbonizzazione infinita tutt’oggi esistente. Furono cancellati nomi da monumenti, lapidi, piazze e strade. Vennero abolite ricorrenze e tutto ciò che potesse ricordare i Borbone e l’antico regno.

Il cambio della toponomastica riguardò anche la titolazione del patrimonio artistico e museale, per cui il Museo di Napoli da Borbonico divenne Nazionale, ecc…ecc…Avere in casa un ritratto dei vecchi reali poteva significare d’essere incriminati e financo passati per le armi.

La moneta napoletana, oltre al forte valore intrinseco di mercato, ne aveva anche uno sostanziale di materia; essa fu sostituta da quella piemontese che conteneva un quarto del metallo prezioso di quella del Sud. Ed a proposito di moneta il Piemonte si portò via 80 milioni di ducati, tra cui quelli personali lasciati da Francesco II°, dichiarando il tutto “beni nazionali”.

I palazzi reali furono garbatamente saccheggiati inviando beni, preziosi, opere d’arte ed il resto a Torino. Fu data via libera a tutto spiano all’apertura al Sud d’istituti di credito del Nord, mentre al Banco di Napoli fu imposta la richiesta di un severissimo iter burocratico di richieste d’autorizzazioni per aprire eventuali filiali al Nord.

Fu subito bloccato il progetto borbonico di realizzazione di una rete ferroviaria a doppio binario tra Tirreno ed Adriatico, le cui concessioni erano state già stipulate nel 1855, e che avrebbero risolto un grosso problema, di cui ancor oggi (a 150 anni circa di distanza) siamo in fervida attesa di risoluzione.

Negli ultimi anni di governo borbonico furono spesi 14.688.888 ducati, l’equivalente di 235 milioni di euro, in opere ed investimenti pubblici; dopo si passò da un terzo del vecchio regime a meno della decima parte col nuovo governo riguardo alla percentuale su tutti gli investimenti.

La criminalità, che nel 1855 calcolava in 500 circa i crimini nell’arco d’un anno, ne enumerava circa 5.000 nel 1870. Nella sola Palermo si contarono 1.500 assassinii, bande di malfattori s’affrontavano quotidianamente ed iniziava l’era della mafia che con l’unità fece il suo salto di qualità. Del resto lo stesso Totò Rijna lo ha sfacciatamente dichiarato nel suo processo.

Ladri, evasi dalle galere, saccheggiatori, amnistiati da Garibaldi, camorristi e loro parenti (che avevano aiutato l’eroe di Caprera al suo arrivo a Napoli) furono introdotti nei Carabinieri, Guardie di Finanza e perfino nei Ministeri.

Furono persino dati impieghi tripli e/o quadrupli a stesse persone. Pensioni vitalizie vennero concesse a sorelle e congiunti di noti camorristi (come Tore ‘e Crescienzo). Ben 22 nuove tasse furono applicate e la tassazione complessiva di 14 franchi o lire a testa del 1859 saltò a 28. Tasse sul macinato e perfino sulle porte e le finestre, che portarono a case con una sola apertura ed al diffondersi della tubercolosi.

Gli operai impiegati che erano circa 10.000 prima del 1860 in poco più di dieci anni scesero a poco più di 4.000, e l’occupazione femminile che al Sud era la più alta d’Italia con ben il 19% in due decenni s’azzerò quasi del tutto a poco più dell’1%.

L’incidenza del reddito del Sud su quello totale d’Italia crollò in meno di vent’anni dal 40% al 22%, pagandovi sopra imposte su un reddito pari al 36% circa. Fu attuata un’enorme disparità di finanziamenti tra il Nord ed il Sud, con 50 lire che lo Stato spendeva per un cittadino del Nord contro le 15 per uno del Sud.

Appalti concessi quasi esclusivamente al Centro/Nord con privilegi e sovvenzioni d’ogni tipo, e al Sud fu preassegnato un ruolo agricolo e di fornitore di mano d’opera per l’industria nordica e di carne umana per le guerre future, nonché di consumatore di merci del Nord.

Le tasse sugli affari incidevano in Campania per il 7,04% contro il 6,70% in Piemonte. Pietrarsa, i Cantieri Navali, Mongiana, l’industria tessile, messi nelle condizione di chiudere o come minimo cadere in rovina: nessuna commessa e nemmeno invitati a partecipare a gare per lavori e forniture.

Le terre che i Borbone, con il Demanio, davano in uso gratuito (i cosiddetti “usi civici”) ai contadini, furono requisite e rivendute ai baroni con il fantasma del vassallaggio (debellato dai Borbone) che ricomparve. La miseria era tanta, con una mortalità infantile che si proponeva elevatissima, con il pane ed il frumento consumato solo per gli animali e nei giorni di festa nelle stalle, diventate l’abitazione di quasi tutti i contadini.

Un vero processo di deindustrializzazione ed impoverimento che portò ad una delle ondate migratorie più grandi di tutti i tempi con appunto la migrazione di circa il 30% della popolazione: ad oggi circa trenta milioni di meridionali hanno dovuto lasciare le loro terre, affrontando un fenomeno tragico a loro sconosciuto prima dell’unità.

Non contenti d’averli fatti emigrare si attuò il saccheggio delle loro rimesse dall’estero per industrializzare Piemonte, Lombardia e Liguria.Vari personaggi amici di Cavour, come Bastoni con la truffa delle Società delle Ferrovie meridionali, Balduino con loschi traffici sullo zucchero ed il tabacco, e Bombrini con l’emissione di cartamoneta inconvertibile (in pratica carta straccia) in cambio di merce del Sud di valore stesero al suolo il meridione. Nei fatti vere operazioni truffaldine per prendere dal meridione e finanziare il Nord, la borghesia padana e le sue fabbriche.

Come disse Gramsci: “l’Italia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole, riducendole a colonie di sfruttamento!”. Insomma l’Italia fu fatta col sangue ed il denaro del Sud; ma la cosa più grave contro il Sud! E come afferma Zitara: “ è costata ai meridionali più di cinque eruzioni del Vesuvio e di venti terremoti di Reggio e Messina!”

ALLA LUCE DI CIO’:

riprendendo un’esternazione di un Papa dell’epoca

NON POSSIAMO, NON DOBBIAMO, NON VOGLIAMO

dimenticare, non riappropriarci della memoria storica, non prendere coscienza, non informare, non diffondere, non adoperarci per mettere a punto una strategia che miri

AL RISCATTO DEL SUD!





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