L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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io nun me scordo

Lettera a Giorgio Bocca

di Andrea Balìa

(se vuoi, puoi scaricare l'articolo in formato RTF o PDF)

Napoli, 5 Giugno 2007

Egregio dott. Bocca,

se la memoria non m’inganna, credo di averLe scritto già 2 volte; una in occasione di un suo articolo sui dissesti al tempo verificatesi a Sarno, ed un’altra volta su uno delle sue tante considerazioni su Napoli e il Sud.

Questa volta mi permetto disturbarLa riguardo al suo ultimo pezzo sul magazine il Venerdì de la Repubblica del 01/06/2007 u.s.  nella sua rubrica “Fatti nostri” dal titolo “La Brambilla tale e quale al Cavaliere”. Lei, e certamente non sono il primo a dirlo, ha padronanza della lingua e il suo articolo (come sempre) scorre fluido, tagliente ed ha il dono della sintesi e della concretezza che colpisce il lettore, come si addice ad un giornalista del suo livello.

Il quadro che dipinge della signora è perfetto, e da un esempio lucido del pressappochismo culturale di buona parte degli attori della nostra politica, ormai frutto d’una società “image oriented” che privilegia l’immagine alla sostanza.

A circa la metà del suo pezzo però Lei infila due righe che recitano così: “Chiedere altro è inutile in un Paese che è arrivato all’Unità nell’indifferenza e magari nell’ostilità della metà abbondante dei suoi abitanti”. Orbene noi del Sud (che sappiamo non essere ai primi posti nella sua graduatoria dei meriti) Le assicuro che a quell’Unita cui accenna ci siamo arrivati tutt’altro che nell’indifferenza.

A fronte d’un’invasione non dichiarata (e priva d’alcun sincero spirito integrativo) ed attuata con ferocia, espropri, eccidi, con l’azzeramento dell’economia meridionale (all’epoca tutt’altro che disastrata) e via dicendo, l’indifferenza è l’ultimo dei sentimenti probabili.

Sull’ostilità della metà degli italiani (se si riferisce a noi) invece può giurarci. E vorrei pure vedere che non fosse così a fronte di quanto sopra!

Cosa ci si può aspettare del resto se le cose non si fanno bene e anzi le si attua in un modo che può lasciare solo rancori e disastri economici? Che poi la sua considerazione possa riguardare i suoi compatrioti leghisti può esser vero che non abbiano gran spirito unitario ma desiderio di mollare quella parte del paese (la nostra) che non ha più molto da foraggiare le loro finanze, e non è più così appetibile in termini di braccia vista la concorrenza extracomunitaria.

In questo caso, se mi concede, l’aggettivo più giusto non è però “indifferenza” ma “ingratitudine” o “egoismo”, altro che il tanto strombazzato Federalismo. Se poi in loro fosse ancor così forte lo spirito di secessione, sono tentato dal dirLe che la cosa comincia ad intrigarci oltremodo.

Scusandomi per la prolissità, cordialmente La saluto.






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