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Ultimo atto: le minacce ed il ricatto

di Andrea Balìa
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Napoli, 16 Gennaio 2010


Certo che ce ne vuole a portare pazienza… E’ una storia nata un secolo e mezzo fa con una guerra d’invasione, tragica, iniqua, e con tutti i peggiori aggettivi che possono venirci in mente. Le guerre però, in una percentuale maggiore, dopo essere state apportatrici di lutti, massacri, disastri, ecc.. sono seguite da un periodo di ricostruzione che porta di solito ad una realtà nuova e ad aneliti di progresso e alla voglia di creare un paese, possibilmente, migliore di quello precedente, fatto di pace sociale e regole nuove di convivenza.

In casi, fortunatamente, di numero inferiore, ciò non succede e la guerra è solo l’inizio, è solo l’elemento primario, forte e scatenante, della discesa nel baratro del degrado progressivo economico, strutturale, sociale e, talvolta anche morale, del paese sconfitto che ha subìto l’evento.

E’, purtroppo, il caso del Sud di questo paese denominato Italia: una discesa agli inferi senza fine!

Grande fortuna è, almeno e di sicuro, che il cosiddetto meridione è figlio d’una storia plurisecolare fatta di costumi e tradizioni forti e pregnanti, di una cultura costruita attraverso le sue eccellenze che lo hanno segnato e attraversato come un fiume che lascia la sua impronta nel suo defluire. Arte, monumenti, atti politici, e quant’altro sono lì a testimoniarne la sua storia.

Questo ci fa essere, pur se in ginocchio, mai domi perché consci della grandezza che ci appartiene, che è nelle nostre radici. Il tutto ovviamente alla sola condizione di essere consapevoli di ciò, di conoscere la propria storia, d’averne memoria e orgoglioso senso d’appartenenza. Se di ciò ne siamo possessori il futuro non potrà che tornare ad essere il nostro, non potremo non riscattarci per ridare una prospettiva di dignità alla nostra terra e ai nostri figli.

Nel frattempo ci è toccato vedere la nostra gente vessata, i nostri territori mortificati, i nostri valori dileggiati fino a questi ultimi giorni. Governanti cialtroni, affaristi della peggior risma, xenofobi che fanno dell’ignoranza il loro verbo (“ciucci e presuntuosi” come si usa dire a Napoli), vomitano le loro leggi insulse e i loro slogan pieni di fiele contro un Sud che ritengono un malato terminale cui assestare gli ultimi colpi per liberarsene definitivamente, spolpando – se possibile – gli ultimi resti.

Ormai siamo all’atto finale.

Prima le minacce leghiste di reclamare la secessione, poi d’avere le baionette di dieci milioni di leghisti del Nord pronte a scendere in campo. Evidentemente bisogna che oltre a ritornare sui banchi di scuola per imparare meglio un po’ di storia, Bossi e compari tornino pure a imparare a far di conto. Se si volesse dar credito ai suoi dieci milioni di combattenti vorrebbe dire che il suo vergognoso partito, se la matematica non è un opinione, ha circa il 25% dei voti degli italiani. La qualcosa non ci risulta se non ci siamo distratti a tal punto.

Minacce, insomma, perché passi il federalismo taroccato da loro proposto. Minacce di cialtroni che si permettono di cantare “noi non siamo napoletani”, come se non ce ne fossimo accorti che sono ben altra cosa d’un napoletano: purtroppo per loro non ne hanno vivacità mentale, ironia, estroversione sociale, creatività, e non ne posseggono la storia.

Ma oltre alle minacce adesso dobbiamo subire anche il ricatto. Quello attuato dalla più grande azienda d’auto, anch’essa del Nord, attuato nei confronti degli operai del Sud e delle loro famiglie. Ricatto è la parola giusta, perché altro non è che un diktat, senza contrattazione, per poter far funzionare lo stabilimento di Pomigliano d’Arco. Una vergogna, anticostituzionale che bypassa tragicamente lo statuto dei diritti dei lavoratori, e che uno Stato serio avrebbe impedito solo di proporre e fatto rimangiare al primo accenno. La stessa azienda che ha ricevuto per anni, e ripetutamente, danaro e agevolazioni d’ogni genere, che abbiamo pagato tutti, compresi quei lavoratori ricattati del Sud.

La stessa azienda che ha sfruttato gli operai polacchi promettendo loro di restare in quella terra se avessero accettato quelle condizioni capestro, tenendo alti i ritmi produttivi. Una lettera di quell’altra povera gente è stata inviata a Pomigliano, perché i meridionali sappiano dei truffaldini intenti già attuati altrove e delle promesse non mantenute.

La Fiat, ottenuto quanto chiede, passerà tra qualche anno a proporre lo stesso giochino in altri luoghi e paesi da sfruttare.

E il Sud, con le famiglie da mantenere e i reali problemi di sopravvivenza, ha ieri risposto “si” con un cappio alla gola nella percentuale del 62% al referendum d’adesione alle loro vergognose condizioni. Ma manco basta, è di oggi che la Fiat è delusa, che s’aspettava un consenso più plebiscitario (e loro si che sono esperti di plebisciti truffa, che – almeno questo – non hanno potuto manipolare!).

Un mio amico diceva che al limite lo si può anche prendere in quel posto, ma poi pretendere che si sbattano anche le mani è un po’ troppo! Ecco, la Fiat, vuole che gli operai del Sud debbano anche sbattere felici le mani.

Io dico che il fatto che oltre il 30% di loro abbia risposto “no” è un risultato notevole di grande dignità, nonostante le necessità di quegli uomini e dei loro cari, che testimonia la grande dignità che c’è ancora in un popolo.

Per finire potremmo dire che siamo alle battute finali del dramma messo in scena 150 anni fa.

Oltre ad un comprensibile senso di sollievo perché il tutto si avvii al termine adoperiamoci in ogni modo perché la tragedia veda una fine, ed un grande popolo s’organizzi per autorappresentarsi sulla scena politica dove cantare: “ noi sì che siamo napoletani!”.

Andrea Balìa















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