L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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“Re Bomba” e la spocchia toscopadana

di Nicola Zitara

Siderno, 11 Aprile 2007

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I liberali meridionali appiccicarono il tristo nomignolo di Re Bomba a Ferdinando II, che aveva fatto bombardare la città di Messina, insorta nel 1848 con le altre città siciliane contro il suo governo e in sostanza contro la parte napoletana del Regno delle Due Sicilie. Che l’insurrezione fosse antinapoletana e non antimonarchica, repubblicana e garibaldina ante litteram, lo si desume dal fatto che gli stessi insorti andarono a inginocchiarsi ai piedi di Carlo Alberto, re di Sardegna, affinché mandasse in Sicilia un suo congiunto a fare da re.

La cosa non si fece perché a Carlo Alberto andarono male le cose nella sua guerra contro l’Austria e per le tergiversazioni della grande, libera e civile Inghilterra, che pretendeva la Sicilia fosse governata da un suo uomo di paglia.

Nel bombardamento di Messina morirono una decina di persone. Meglio avrebbe fatto Ferdinando a risparmiare ai messinesi l’atto brutale. I siciliani, che già non gradivano la convivenza con Napoli e non amavano questo rampollo della dinastia napoletana, per ironia della sorte nato proprio a Palermo nel 1810, da allora ebbero anche un forte argomento contro di lui. E poi la nemesi. In odio ai Borbone, la Sicilia, pur di liberarsi da Napoli, accolse Garibaldi, perdendo non solo Napoli ma anche sé stessa.

Quasi in contemporanea con la vicenda messinese ci fu un’indisciplinata e peccaminosa insurrezione genovese.

Nel 1815, il Congresso di Vienna aveva consegnato l’antica e superba Repubblica di San Giorgio al Piemonte sabaudo (ufficialmente il Regno di Sardegna, non essendo il Piemonte ritenuto dal diritto internazionale del tempo, degno di detta qualifica, ma parte del ducato transalpino di Savoja).

In verità i piemontesi del 1848/49 erano alquanto rustici, contadinotti, diciamo pure rozzi. Genova, che dietro di sé aveva i secoli del Rinascimento, mal li sopportava come padroni. Forse si può del tutto dire che l’idea dell’Italia unita fu un espediente genovese (Mazzini e altri) per liberasi del Piemonte, per annacquare in una massa più grande il cattivo vino delle Langhe. Accadde comunque che, sconfitto Carlo Alberto dagli austriaci a Novara, nei primi mesi del 1849 i genovesi insorsero e cacciarono i militi e le autorità piemontesi.

La corte di Torino corse ai ripari e organizzò una spedizione punitiva ìl cui comando fu affidato al preclaro emulo di Alessandro, Cesare e Napoleone, l’illustre generale Alfonso La Marmora, che aveva inventato l’arma vincente: una piuma sul cappello dei bersaglieri. Le sue glorie militari hanno fatto sì che il suo nome imbratti le cantonate delle città e dei paesi in cui arrivò a cavallo, da conquistatore, intrepido massacratore di cafoni affamati dai suoi untuosi alleati, i baroni.

La Marmora fece il suo dovere egregiamente. Bombardò Genova, centro e dintorni, dopo di che guidò i suoi piumati militi per le anguste vie della città. E i morti? Sicuramente centinaia, forse migliaia. Non si sa. Gli archivi del Regio Esercito sono ancora secretati. Forse spariti. Il cilicio, la forca, il cannone…sicuramente le corna (lui era alto due metri, magro e biondo, mentre i figli erano alti un metro e 65, bruni e grassi). Oltre all’appellativo di bacchettone e di Forca, Carlo Alberto ebbe anche l’appellativo di Re Bomba.

 Ma torniamo al suo fedele La Marmora. A riguardo abbiamo un’edizione ad popolum fottendum della Treccani nelle edicole. Come un fesso, la vado comprando. Aprendo alla voce La Marmora Alfonso, ecco come viene non descritta la sua impresa genovese:

“Dopo Novara, La M. [La Marmora] fu nominato commissario straordinario a Genova insorta.”

Stop.

 Non paga di aver sorvolato sui genovesi – gente che è difficile dire italiana – nel 1861 La Marmora venne a trovarci, con fiori e regali inviati dal re Vittorio, che ci amava tanto. I meridionali, che ancor più difficile chiamare italiani che i genovesi, sono sentimentali più di Gioffré Roudel, così morirono di dislinquimento amoroso a centinaia di migliaia per quella nullità storica di Francischiello. Ma niente manifesti a lutto. Infatti, generosamente la Treccani sorvola.

La Marmora arrivò qui, guardò il paesaggio dall’alto di Aspromonte, fece un bagno alla Marina di Palmi, mangiò della capra a ragù dalle parti di Zomaro, visità il Santuario di Polsi, distribuì qualche monetina con l’avvenente profilo di Vittorio II, e se ne tornò nel Monferrato.

Schifo.

Mi chiedo come si commenterebbe a New York un’enciclopedia che trascurasse le impresse del generale sudista Lee, o a Londra se un’enciclopedia non dedicasse le necessarie colonne a Maria Stuarda e alla sua morte, o a Parigi se omettesse l’assassinio reale del duca di Guisa.

Toscopadana – schifo. Due, tre, cento, mille volte schifo.

 Personalmente non ce l’ho con la Treccani. Le falsificazioni risalgono all’illustre filosofo Giovanni Gentile, e al suo amico/nemico Benedetto Croce. Ce l’ho con me stesso. Per acquistare un prodotto scalcinato e falsificatore dei fatti ho già speso parecchie centinaia di euro e altre centinaia spenderò per completare l’opera e rivenderla a un milanese a metà prezzo. Eppure non ero e non sono un ingenuo il quale ignori che ogni libro pubblicato in Italia ricorre al falso e alla omissioni per far apparire bello ciò che è schifosamente brutto.






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