L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


2 giugno, festa della Repubblica (bancaria) italiana

Nicola Zitara

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Mentre scrivo questa nota, a Roma, nei giardini del Quirinale, Azeglio Ciampi, un bancario, sta adescando il politicume nazionale nella speranza di salvare la Repubblica italiana dalla implosione. Ora, dobbiamo chiederci: cos'è questa Repubblica?

I piani d'osservazione sono certamente numerosissimi. Dalla storia alla socilogia, dall'economia alla statistica, dal diritto alle ideologie. Vediamone qualcuno.

Sul terreno del diritto internazionale, la Repubblica di cui parlasi è la continuazione del Regno d'Italia, che era la continuazione del Regno di Sardegna, che a sua volta era la continuazione dei contea di Savoia, nata per mano di capitani di ventura, che facevano i mercenari al soldo di chi meglio li pagava, a volte la Francia, a volte l'Impero; in ogni caso gente all'altezza del mestiere, che a ogni buona occasione ingrandiva l'originario feudo. Il ramo cadetto dei Carignano, arrivato al trono con Carlo Alberto, seppe puntare lontano e giocò quasi tutte le sue carte sull'idea di uno Stato nazionale italiano, di cui Napoleone I aveva offerto un profilo con il Regno Italico. Dopo la Restaurazione, esso era auspicato da parecchi italiani e dalla diplomazia di alcuni grandi paesi stranieri, principalmente quella del Regno Unito.          

L'avversario da battere era l'Impero austriaco, cosa che a quel tempo avrebbe fatto tremare le vene e i polsi a chiunque. A favore di Carlo Alberto c'era soltanto l'esperienza rivoluzionaria francese di sessant'anni prima, quando un esercito nazionale, levato dalle classi  popolari, aveva sconvolto e rifatto la geografia politica d'Europa. E c'era anche l'idea d'Italia, che s'era conservata attraverso mille e cinquecento anni di divisioni feudali e coloniali, un'idea culturalmente forte, che era stata alimentata e tenuta in vita dal ceto dei dotti, con Dante riconosciuto come padre comune. Ed anche un'idea economicamente forte, perché, nell'ambito della penisola frantumata, gli scambi commerciali erano stati sempre vivaci e causa di significative specializzazioni regionali della produzione.

Come sappiamo il progetto espansionistico di Carlo Alberto fu realizzata dal figlio appena undici anni dopo. Un vero miracolo.

Anche sul piano del diritto interno - civile, penale, amministrativo - tra il Regno di Sardegna e la Repubblica Italiana non esiste soluzione di continuità. Un articolo di legge, nuovo arrivato, abroga sempre un articolo preesistente. E d'articolo in articolo, si torna al Piemonte sabaudo.

 In effetti, l'unità d'Italia non c'è mai stata, ci fu soltanto nel corso del tempo un processo alquanto rapido di annessioni al Regno di Sardegna delle regioni come oggi le conosciamo: tra il 1859 e il 1860, la Lombardia, colonia austriaca, i piccoli ducati emiliani, il Granducato di Toscana, la Romagna e le Marche papali, il Regno delle Due Sicilie, e poi nel 1866 il Veneto, colonia  austriaca, nel 1870 lo Stato pontificio, nel 1918 la Venezia Giulia, la Venezia Tridentina, con un prolungamento coloniale in Austria, il cosiddetto Alto Adige, preteso per motivi militari dai generali italiani in occasione del trattato di Versailles, e con l'impresa dannunziana tutta l'Istria e Zara in Dalmazia, antiche terre veneziane.

La continuità tra Regno di Sardegna e Regno d'Italia è provata da due esempi clamorosi e frequentemente ricordati. Primo, Vittorio Emanuele II, re di Sardegna, fu pregato di ripartire da I con la numerazione dinastica, ma non volle. Il primo parlamento italiano (marzo 1861) non dette luogo alla prima legislatura, ma alla settima, continuando la numerazione del parlamento subalpino.        

L'allargamento piemontese all'Italia ebbe il suo nerbo nell'esercito e nella marina sabaudi. Da Cialdini a Badoglio, passando per Persano e Cadorna, i generali piemontesi guidarono i soldati italiani di sconfitta in sconfitta. A partire  dalla costituzione del Regno e fino alla soglia dell'attuale pax americana, il soldato italiano che andava all'assalto (alla baionetta, in mancanza d'altro) più che badare  alla propria pelle doveva gridare "Avanti Savoia!" I corpi dell'esercito si numerano ancora partendo dai Granatieri di Sardegna e dalla Divisione Re, che non è il re, ma Re, uno sperduto paesino delle Alpi piemontesi, dove l'abitante più sobrio si scola almeno un paio di litri di vino al giorno.

Il Regno di Sardegna comprendeva il Piemonte, la Savoia, Aosta, la Liguria e la Sardegna. Ma la Sardegna, da cui per motivi dinastici prendeva nome, era una vera e propria colonia, che i  piemontesi ebbero cura di disordinare e sfruttare. E forse, nel 1860, solo i sardi avrebbero potuto veritieramente testimoniare in quali mani stava per finire la culla della civiltà  moderna.

L'Italia unita è figlia del Piemonte non solo politicamente, giuridicamente e militarmente, ma anche e soprattutto economicamente. Qualunque discorso su Sud e Nord al momento dell'unità è un vaniloquio. La stessa Lombardia, che figura nelle statistiche preunitarie come la regione meno povera, è una regione serica, cioè dedita a una produzione morente. L'economia italiana parte da Genova e Torino, per il fatto molto preciso che le due città fondarono una Banca Nazionale Sarda che fa credito a commercianti, agricoltori, industriali, emettendo cartamoneta allo scoperto, cioè senza avere che un terzo d'argento in cassa. La banca è privata relativamente al lucro e pubblica nell'esercizio della sovranità statale di cui è dotata. Man mano che il Regno sabaudo  si allarga all'intera penisola, i proconsoli del governo torinese operano in modo che tutto l'argento e tutto l'oro in circolazione nei vari ex Stati finiscano nelle mani dei suoi proprietari, oltre che banchieri, anche commercianti, industriali, intrallazzisti, truffatori e bancarottieri. Sulle riserve metalliche messe insieme con il saccheggio di Stato, le emissioni di carta a vuoto triplicano, ri-triplicano, triplicano ancora alla decima potenza. Sinteticamente, partita da 6 milioni di argento come riserva e 20 milioni di banconote, la Banca Nazionale in vent'anni porta la sua circolazione a più di un miliardo (di biglietti di carta).  E' avvenuto che, nel 1866, il ministro Scialoja, servizievole economista napoletano al soldo del Piemonte, per fare un piacere al trio supercraxiano, ha decretato il corso forzoso. Fu - letteralmente - lo scjalo. Il parlamento, allarmato, conduce un'inchiesta, che dice più o meno come sono andate le cose, ma l'onestissimo, l'incorruttibile Quintino Sella (quello del calamaio), incassata l'inchiesta, supera Scialoja in connivenza e copertura governativa ai truffatori di Stato.   A questo punto, non c'è altra ricchezza in Italia che quella della Banca Nazionale non più Sarda, ma (unanime tripudio) del Regno. La quale copre gli industriali genovesi e gli speculatori torinesi. Bombrini, Bastogi, Balduino, modesti bancari il secondo e il terzo, un modesto trafficante marittimo il primo, diventano molto più di ciò che sono oggi Agnelli e Berlusconi. Il salotto buono dell'economia italiana nasce a Torino dagli intrallazzi ultracraxiani di questi tre moschettieri di lire sgraffignate, arricchitisi per volontà sovrana e democratica dello Stato e con decise soperchierie dei prefetti che amministrano le Provincie Annesse e mettono il paese al loro servizio.

Tra il 1860 e il 1914 si realizza un allargamento della centralità bancaria ligure-piemontese alla vicina Lombardia, e già in età giolittiana (da Giovanni Giolitti, ministro della malavita) si parla di Triangolo Industriale

(Torino, Genova, Milano).

 Il sistema triangolista ebbe un'enclave romana al suo servizio. In effetti, Roma, più che la capitale d'Italia è la sede in cui, per salvare la faccia, opera il personale che si pone al servizio del capitalismo triangolista.

Ma perché le capitali regionali escluse dal gioco - Firenze, Bologna, Palermo e principalmente Napoli, che aveva gli uomini e i soldi per farlo, non si ribellarono, perché l'Italia intera accettò il governo di uomini corrotti e sostanzialmente mediocri, una casa regnante a cui la prima cosa che mancava era proprio l'amor di patria? Perché l'Italia si piegò al disegno alquanto scoperto di razziare l'intero paese? Un disegno tanto scoperto che già nel 1860, lasciando Napoli, Francischiello, un ragazzo appena ventenne, aveva potuto vaticinare: "Non vi lasceranno neanche gli occhi per piangere". Perché?

Il perché è questo: la borghesia possidente può esistere, avere tranquillità, ottenere le sue rendite, solo se è coperta da uno Stato e da un esercito.

La borghesia siciliana, napoletana, romana, toscana, emiliana, veneta, non potendo ridare il potere ai vecchi duchi e re,  e ai loro sgangherati eserciti, accettò il malefico Cavour, i suoi figliocci e compari, nonché il sanguinario esercito piemontese, "il filo di ferro che tiene unita l'Italia" (L. Settembrini).  

Nella sua sostanza, l'Italia Stato unitario non è stata e non è altro che il rastrellamento su base nazionale del massimo surplus rastrellabile (fra cui la voce più importante in passato fu il surplus da astinenza, cioè da fame, lo stesso che il neo-federalismo lombardo e veneto vanno auspicando) attraverso il fisco e attraverso la banca, e il riversamento dei totali utili nelle mani della borghesia centrale.

Il passaggio dalla centralità originaria, taurino-genevose, alla centralità meneghina è meno noto e andrebbe meglio descritto. Tutto quel che so dire si riduce alla scelta tedesca di fondare a Milano la Banca Commerciale e al fatto che essendo la Lombardia la massima regione serica, è quella che mette più risparmio in banca. Forse si può aggiungere che l'ingegner Giuseppe Colombo, il più serio, preparato e innovativo degli industriali della vecchia Italia, era milanese.    

Ancora trent'anni fa si diceva: "Milano, la capitale economica d'Italia". Più esatto sarebbe dire: "In un modo o nell'altro, Milano risucchia dall'intero paese tutto il risparmio che serve all'economia del Triangolo. Ciò era vero al tempo di Crispi ed è vero al tempo di Ciampi.

C'è un però. A partire dal miracolo economico (fine anni cinquanta) lo sviluppo industriale quasi contemporaneo dell'Emilia e del Veneto, e quello successivo delle Marche e del Tridentino dicono che quote consistenti di risparmio sono investite in quei luoghi, perché il risparmio totale supera le esigenze del Triangolo. Ciò ha consentito alle banche locali di trattenerlo e investirlo in loco.

Sta accadendo adesso che la maggiore produttività delle industrie venete, emiliane, marchigiane, le porta a crescere; e crescendo, esse hanno un maggior bisogno di risparmio, che però Milano lesina. La cosa s'intuiva già, e tuttavia non era ancora chiara come adesso è, dopo che D'Amato è stato eletto, a furor di piccola impresa,  presidente della Confindustria. Fin oggi l'imprenditore veneto se l'è pigliata con Roma ladrona e con il suo smodato fiscalismo euro-triangolista; da domani,  triangolisti e veneti si romperanno le corna. Come già se li rompono dentro la Lega.

Lo stonzobossismo è riuscito a coagulare le difficoltà, diverse da regione a regione padana, e a infilarle in coacervo nell' adduttore antimeridionale e antiromano. Allo stato dei fatti, si deve dire che ha vinto. Ma è una vittoria di Pirro. Il problema non è affatto risolto.

Quel che si delinea è una guerra bancaria rivolta a togliere al sistema triangolista il monopolio della gestione dei surplus nazionali. Nessuno parla ancora di una banca federalista, che poi sarebbe in pratica una banca bipartita tra Milano e Treviso. Ma l'attesa sarà breve. Con l'avvento del capitalismo non sono stati  i carabinieri - nelle loro varie versioni e vari nomi mondiali - a fare le sovranità patrie, ma il sistema bancario. Diffatti nessun federalista ha mai osato  mettere in dubbio l'unità, la nazionalità e il  nazionalismo del sistema bancario, neppure il super Carlo Cattaneo, perché, senza una banca che faccia circolare carta, il capitalismo è impossibile. E' impossibile persino il capitalismo di Stato. E infatti nella Russia sovietica la banca fu il vero polmone dei piani quinquennali. E però il Veneto non vuole stare sotto la banca italiana (triangolista), mentre in  Toscana già ribollono quegli umori granducali che tanto fastidio dettero ai nostri Bombrini, Bastogi, Balduino, nella loro opera di unificare patriotticamente i surplus nazionali nelle loro saccocce.       

Riportare in auge la festa unitaria del 2 giugno rappresenta un pavido tentativo di scongiurare il pericolo della separazione e di una rapida fine di Roma ladrona attraverso la mozione degli affetti. Forse, se dieci o undici  anni fa, i procuratori della Repubblica avessero denunziato coloro che secondo la legge commettevano il preciso reato di attentare all'unità nazionale, il pericolo della secessione sarebbe stato sventato e la supremazia della banca milanese si sarebbe salvata. Oggi è troppo tardi per lo Stato carabiniere ed è troppo tardi per lo Stato operetta.

Un mediocre e mite bancario che salva l'Italia è solo un'idea ridicola. Se al suo posto ci fosse un gran truffatore come Bastogi, o un vampiro come Bombrini, ovvero un uomo retto, lucido e lungimirante come Donato Menichella, forse. Ma altri, no. "Mi faccia il piacere…mi faccia!", diceva l'ottimo Totò. 

E' lontano il tempo in cui al Quirinale fu mandato l'infausto Luigi Einaudi, onde esser certi che i fondi americani devoluti allo sviluppo d'Italia fossero dirottati per intero a Torino e Milano. Oggi i papaveri famelici di surplus nazionali sono troppi. Nessuno oserà più tagliere loro la testa. E poi il Sud, sicuramente, non resterà in eterno a guardare la sua gente partire. Dicono cantando, ma, temo, piangendo. 

Nicola Zitara

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