L'unitā d'Italia č una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


E i 30 milioni di sud-italiani

di Nicola Zitara

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Siderno, 13 Gennaio 2001

Dio non voglia, se Vittorio Emanuele Savoia morisse in esilio, sarebbe un altro meridionale - benché di padre polentone - morto in esilio. Torni dunque. E quando, da qui a cent'anni sarà il suo tempo, muoia a Napoli o in qualunque altro posto d'Italia avrà scelto. Perché morire lontano dalla propria terra, è un brutto morire.

Una decina d'anni fa assistetti, in una città fortemente d'arte, al lento spegnersi di un anziano collega, che lì si era ritirato per stare con il figlio. Nei giorni dell'agonia, rivolgendosi al figlio, non faceva che dire: "Riportami al paese…Riportami al paese…" La morte ci priva del mondo, ma evidentemente, per ciascuno di noi, al momento della morte il mondo si localizza su un'infinitesima parte del globo terracqueo.

Al mio paese, non c'è giorno che non si veda affisso alle cantonate delle vie uno di quei manifesti mortuari che impongono di ricordare il volto, l'accento, il modo d'interloquire e di camminare di una persona la nozione della cui esistenza era ormai sprofondata nei meandri della memoria..

Il 31 gennaio c.a., all'età di anni 88, si è spento nella città di Adelaide

 

Gerolamo Barranca

detto Pirro
vedovo di Ada Cordì

 

Padre esemplare, lavoratore instancabile, ne danno il triste annunzio i figli Giuseppe, Adele, Carlo, Maria, Domenico, Rosetta e Caterina, con i rispettivi consorti, i nipoti Jerry, Ada, Vync, Alhette, Mary, Joseph, Domynyc, i cognati e i parenti tutti.

Il giorno 7 febbraio, alle ore 15,30, nella Chiesa di Santa Maria dell'Arco la Congrega del Carmine celebrerà una messa in suffragio dell'anima.

Spesso non ricordo la persona che si collega al nome stampato in nero funebre sul manifesto, altre volte rivedo un giovane zappatore, un ragazzo di meccanico, un discepolo di falegname, un coetaneo che frequentava l'Avviamento professionale; raramente è il volto di uno tornato di recente in paese, per una vacanza.

Questi esiliati non si recano in Piazza Monte Citorio a invocare la revoca della condanna, non spediscono suppliche al presidente della repubblica, non ingombrano le sedute del parlamento con querule interpellanze ai ministri e al presidente del consiglio.

L'Italia incassa la valuta che spediscono a casa, ma disinteressa della loro sorte. In effetti non si chiamano Savoia e non hanno fatto l'Italia, anche se spesso sono gli orfani di un padre o i discendenti di un nonno morto per difendere i sacri confini.

Solo qualche regista se ne ricorda, ma non certo perché venga abrogata la condanna all'esilio. Sono italiani di cartamoneta, anzi di biglietto verde, mai veri italiani come gli eroi della Resistenza, o come gli eroi del fronte opposto. Hanno riempito il mondo e con il loro sudore arricchito la paria lontana perché le libertà liberali non comprendono il diritto al pane e meno che mai al companatico.

La geografia dei luoghi prescelti dagli esiliati dalla patria, con leggi ben più violente e vincolanti della XIII norma transitoria della costituzione italiana, è spiegata in tinte funebri il giorno della loro dipartita dal mondo degli uomini: New York, Sydney, Toronto, un villaggio belga, una città francese, tedesca, inglese, Torino, Milano, Genova.

Spesso sento dire che, nei paesi immigrazione, erano trattati da schiavi. Gli storici e il cinema dimenticano di spiegare che, se lo furono, lo furono dell'Italia, che li condannò (anzi ha condannati) all'esilio.

Ma forse non è vero. Anch'io ho fatto l'esilio, e non è stata così dura come si racconta. Lavoravo, mangiavo e pagavo con il ricavato del lavoro. Non so ancora perché ho lasciato una città d'arte per tornare in un paese senz'arte, e lavorare, mangiare e pagare svendendo quel poco che ho ereditato dai miei genitori.

Sarebbe giusto che Ciampi desse agli esuli almeno una mostrina simile a quella che portano i militari. Mio padre morì prima d'essere innalzato a Cavaliere di Vittorio Veneto, suo fratello proprio nei pressi, qualche giorno prima che Vittorio Veneto tornasse all'Italia, ma entrambi, se ancora vivessero, sarebbero estremamente orgogliosi di sentirsi chiamare Cavaliere.

Ma niente titoli per gli esiliati dalla patria in nome del biglietto verde, solo le congregazioni religiose si ricordano di loro. E gli conservano anche il posto nella cripta comune, casomai gli esiliati - anzi i loro eredi - intendano spendere un po’di biglietti verdi per il viaggio di ritorno, in cassa di zinco.

 

W l'Italia, patria di chi ci inzuppa il biscotto

 

Nicola Zitara

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