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Due Sicilie
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Uomini e popolo del fascismo a Vibo Valentia

di Nicola Zitara

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Siderno, 29 settembre 2005

Oggi la cosa non disturba più nessuno, ma trent'anni fa quel monolite di travertino che si erge di fronte alla chiesa di San Leoluca, dall'altra parte della bella piazza, disturbava – e parecchio - le coscienze democratiche e resistenziali.  Collocato lì nel 1937 e rimosso allorché cadde il fascismo, nel 1955 venne ricollocato nel sito originario in modo proditorio. Ci furono proteste vivaci, ma ormai il vento antifascista aveva perduto d'intensità. Pulsioni nuove agitavano le masse e la protesta non quagliò. Il monumento entrò a far parte della coreografia urbana della Vibo Valentia democratica. La mitologia di un pacioso – benché nerofulgente - benefattore della città ha, ancor oggi, un suo caldo posticino nel cuore di gran parte dei suoi concittadini.

L'opera - insolitamente alta per la sua funzione ornamentale in una cittadina di provincia, ed anche alquanto diverso dalla tipologia del monumento ai caduti della Grande Guerra - celebra Luigi Razza, un importante esponente e ministro del Partito Nazionale Fascista, perito in un incidente aereo alla vigilia della guerra d'Abissinia.

Siamo nel 1935. La vecchia e nobile città di Monteleone è stata ribattezzata Vibo Valentia. Non è più il centro di rilevanza politica, militare ed economica che era stata tra il Basso Medioevo e i primi secoli dell'Età moderna. La rivoluzione commerciale e quella industriale hanno spostato i punti avanzati della civiltà occidentale verso gli uniformi bassipiani dell'Europa centrale e dell'Isola britannica. Il Continente mediterraneo e le sue storiche città sono divenuti la periferia della nuova metropoli continentale, pulsante di industrie. Inoltre, compiuto il processo risorgimentale, anche la geografia italiana è cambiata a favore delle città poste a ridosso della catena alpina e a contatto con l'Europa centrale. Le città marittime - quali di età classica, quali di età medievale - diventano villaggi. Non mi riferisco alla popolazione censita né alla proiezioni in piano delle curve terrestri, ma al peso economico e culturale. Per altro, al Sud, il collettivo sentimento d'appartenenza all'Italia, rinfocolato negli anni della guerra sulle Alpi, si è rovesciato in sudditanza.

Rispetto al quadro cavourriano e liberale della geografia economica italiana, la politica mussoliniana si presenta come il tentativo di cambiare rotta. Il duce vorrebbe rianimare con investimenti pubblici le infrastrutture portuali e marittime. La spinta a favore di Genova, centrale storica delle parassitarie e guerrafondaie compagnie di navigazione, e a favore di La Spezia, porto privilegiato dalla Regia Marina e dalla Breda è certamente maggiore. E tuttavia risulta più evidente, clamorosa, dove la cenere aveva coperto persino il ricordo: nelle città di mare che il sessantennio liberale aveva trascurato; come dire Venezia, Ancona,  Trieste, da poco arrivata nei confini patrii, ed in sostanza tutto il versante adriatico, in particolare Bari e Taranto, prima completamente dimenticate. Ma può essere confusamente rilevata persino per Napoli, Messina, Siracusa, Augusta. Del clima propizio si giova  anche a Vibo Valentia, la quale ottiene un suo porticciolo e un moderno impianto industriale.

Come santo protettore della sua (ex) Monteleone, Luigi Razza non è il notabile politico dei tempi nostri, che fa piovere dei piccoli benefici sulla comunità elettorale d'appartenenza; benefici che invariabilmente si concretizzano in consumi vistosi che avvantaggiano il fornitore settentrionale, mentre non lasciano segni duraturi nell'assetto meridionale. Al contrario il progetto vagheggiato da Michele Bianchi e da Luigi Razza è di rianimare, con quelle poche risorse che gli investimenti industrial-militari non divorano, la loro terra di Calabria, industrialmente emarginata dall'impianto economico unitario. C'è un bella tesi di laurea di Rocco Muscari a proposito dell'impegno di Michele Bianchi a favore delle Officine Meccaniche Calabresi di Gerace Marina (oggi Locri). La protezione del quadrunviro non si svolge nella direzione dell'investimento strutturale, che è tutto locale, ma nel favorire le commesse governative (fra l'altro, prodotti di carpenteria metallica e di seconda fusione per il transatlantico Rex, allora in costruzione nei cantieri genovesi).  L'impegno di Razza a favore di Vibo Valentia è più vasto e soprattutto più  felicemente duraturo.   

Tuttavia, questo positivo impegno (o progetto) politico arriva in Calabria a partire dal 1925 circa, dopo ben sessantacinque anni di incontrastato dominio del notabilato parlamentare prefascista, che s'impiantava sul rapporto clientelare ad personam. Nel confronto, i due gerarchi fascisti appaiono  molto più avanti dei loro predecessori, quanto a meridionalismo. La circostanza non incide, però, sul costume formatosi in Calabria. E' intorno a questo contesto di scarso civismo, di degradato rapporto tra uomini della politica e uomini qualunque, che si sviluppa l'accurata analisi di Carlo Beneduci. Il gruppo dirigente fascista di Vibo Valentia, rimasto improvvisamente orfano del suo nume, non solo tutelare ma anche intellettuale, si piega su sé stesso. Tutto quel che sa pensare è che è giusto, doveroso, utile, accattivante, erigere un monumento al caduto per la causa fascista. Si vuole un'opera di grosso respiro, che ricordi ampollosamente il potente, con la retro-funzione retorica di ottenerne lustro per la città che gli aveva dato i natali, e perché fornisca dei lucrosi lasciapassare a favore della minutaglia che siede in comune e alla camera del fascio. Più che di fascismo, in questo caso è opportuno riferirsi ai risultati postumi del clientelismo notabilare della fase depretisiana e giolittiana. Ciò che si ha, non si ottiene con la fatica o la rinuncia, ma viene da Roma. Di conseguenza i nostri fanno appena la finta di mettere le mani in saccoccia, mentre in realtà si aspettano che Mussolini paghi l'intera fattura. Ma di cosa? In verità nessuno di loro lo sa. L'input viene dallo stesso defunto gerarca, il quale aveva avviato il vago progetto di un monumento a ricordo del patriota monteleonese Michele Morelli, finito appeso al capestro dopo l'insurrezione cartista del 1821. La realizzazione marmorea dell'idea era stata commissionata, da Razza, a un altro calabrese, lo scultore Fortunato Longo.

Longo è un professionista serio e stimato, ma il suo progetto di dar vita a un gruppo marmoreo che metta insieme Morelli e Razza è giustamente bocciato dallo stesso Mussolini. Si può arguire che, per il Duce, vale la regola: Risorgimento sì, Massoneria no. Ma il capo del fascismo si ritrae anche di fronte alla richiesta di danari. "Fate pure il monumento! Fatelo però come piace a me, e soprattutto fatelo con i vostri danari". Ha ben altre beghe per la testa, Mussolini! Propriamente la guerra d'Africa e la Guerra Civile in Spagna, che già si delinea all'orizzonte.

Segretari della camera del fascio, podestà, commissari prefettizi, pubblici impiegati, commissioni di illustri vibonesi si prodigano a cercare danaro. Occorrono parecchie centinaia di miglia di lire per realizzare l'opera progettata da Fortunato Longo. La quale è poi una dignitosa, pulita ed elegante testimonianza del filone più puritano (o meno funzionalista) nella classicheggiante arte del periodo fascista. Ma, all'epoca, i soldi sono scarsi. Questo è noto. L'indagine di Carlo Beneduci ci porta a sapere qualcosa di più. Infatti sono scarsi anche nelle tasche dei commercianti e industrialotti più esposti al ricatto del potere, e scarsi persino nelle tasche dei grandi proprietari, di quei nomi storici che partiti nel '700, e magari prima, arrivano ai giorni nostri.  Cosicché, di fronte alla resistenza dei fatti, si torna a forme feudali di espropriazione, come le sovrimposte  comunali sui consumi, e anche peggio:  una gravosa imposta capitaria sui salari, percepita alla fonte dal capitalista che li eroga. Lo stesso regime fascista reputa questo tipo di tassazione come illecita, ma l'intervento arriva piuttosto tardi. E come se ciò non bastasse, il dubbio che molto danaro, percepito in questo modo e attraverso le pubbliche sottoscrizioni, sia volato via dalle carte.

In buona sostanza il proletariato vibonese sborsa più della metà della fattura.

Nel saggio di Bendeduci, i mali ascrivibili all'ambiguo ruolo politico dei gruppi dirigenti meridionali sono descritti in forma numerica, attraverso i documenti contabili delle sottoscrizioni; documenti da lui puntigliosamente cercati e fortunatamente ritrovati. La classe, o ceto, che si adorna di ideologie  e di idee importate, con lo scopo di dominare nel proprio ambiente, nei fatti si rivela non solo inconsistente, ma vecchia, parassitaria, fiscale, ingenerosa, incapace di vero patriottismo. La ricerca di Carlo Beneduci ha dato luogo a un libro che non è destinato a  lettura estetizzante. Si tratta invece di una registrazione accurata e istruttiva dell'ambiente meridionale negli Anni trenta, da cui gli addetti ai lavori, gli storici, i sociologi, i politici trarranno dati e insegnamenti. Se tutte le storie locali fossero del valore di questa, sapremmo parecchie più cose sul nostro passato.

 In quegli anni il Meridione esprime il suo plebiscitario consenso fascismo. In effetti è lo stesso notabilato massonico o cattolico che approda alle sue sponde. Sono però anche gli anni in cui il ritorno al colonialismo fiscale di cavourriana e sellaniana memoria si rivela inadeguato nei confronti del processo padano di accumulazione primaria. Quel che il Sud può dare al capitalismo nazionale sono le rimesse degli emigrati, a cui tornerà la restaurata democrazia.    


Nicola zitara





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