L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
Eleaml


La resistenza contadina contro l'invasione piemontese

di Nicola Zitara

(scarica l'articolo in formato RTF o in formato PDF)


Siderno, 17 Marzo 2004

Le guerre contadine contro i padroni terrieri sono un passaggio fondamentale della storia europea.

I ragazzi che frequentano le scuole superiori studiano quelle svoltasi in Germania, in Gran Bretagna, in Francia, in Russia, non quelle italiane, tranne forse la rivolta antispagnola che coinvolse tutto il Napoletano (è doveroso ricordare la rivoluzione promossa a Stilo da Tommaso Campanella) e culminò con l'infelice fine di Masaniello. In effetti nell'Italia toscopadana gran moti contadini non ci furono.

Non così nel Sud, dove si protrassero per più di tre secoli, dal 1600 al 1950 (la famosa lotta per la terra guidata dal PCI del secondo dopoguerra).

Si tratta di un capitolo di storia italiana ignorato dai testi in uso nei licei e nelle università, i quali preferiscono mettere al centro della narrazione storica i Medici, gli Sforza, Gerolamo Savonarola, la Congiura dei Pazzi e simili esoticità; più in generale fatti e personaggi di altre regioni italiane, secondo i dettami delle alte menti che hanno precorso la Moratti, come Benedetto Croce (abruzzese-napoletano) e Giovanni Gentile (siciliano).

Le guerre contadine del Napoletano costituiscono invece un dato centrale della vicenda europea per gli storici stranieri; tanto centrale da essere noto persino in Cina. Lo storico americano Edgard Snow (Stella Rossa sulla Cina) racconta a tal proposito un divertente aneddoto. Mao Tse Dung amava sostenere che la sua natura di rivoluzionario non gli veniva soltanto dal fatto d'essere figlio di contadini, ma anche da un tipo di pane insaporito con pepe nero che gli piaceva molto. Secondo Mao, i popoli che amavano mangiare pepato (parlava del pepe di Cajenna) erano rivoluzionari.

Così gli spagnoli, i messicani, i russi, i francesi. A tale affermazione l'interlocutore americano ribatté che i contadini meridionali non usavano il pepe nero; preferivano l'aglio e il peperoncino rosso, ma erano egualmente rivoluzionari.

Il regime culturale inaugurato dai Savoia ci porta, purtroppo, a sapere cose che riguardano il nostro passato dai libri americani. Ciò serve a chiarire anche che le guerre contadine hanno ricevuto, e ricevono, un diverso apprezzamento lessicale a secondo del vincitore.

In Germania sono chiamate "rivoluzione", e così in Russia e in Messico; in Francia e in Spagna sono appellate rivolte; l'Italia (tuttora) sabauda preferisce, invece, il termine brigantaggio.

Non per nulla l'Italia è la terra di don Abbondio.

E' possibile raddrizzare le gambe al cane? Chissà!

Noi ci stiamo provando. A cura dell'Associazione Culturale "Due Sicilie" di Gioiosa Jonica, che il sottoscritto ha l'onore di presiedere, sabato 27 marzo p.v., alle ore 17,30 sarà proiettato il filmato televisivo (prodotto e già mandato in onda da RAI Due) "Uomini e briganti". Introdurrà la professoressa Mariolina Spadaro dell'Università Federico II di Napoli.

La proiezione avrà luogo nella sala del Centro Sociale di Marina di Gioiosa Jonica gentilmente concessa dall'Amministrazione Comunale. Si precisa che il Centro Sociale è ubicato appena sorpassato il passaggio a livello ferroviario al centro della Marina Jonica.

La revisione nella lettura della decennale lotta sostenuta dai contadini meridionali contro l'annessione del Paese napoletano al Regno d'Italia - il cosiddetto brigantaggio - è iniziata soltanto dopo cento anni dall'evento, una volta caduti i Savoia.

A portarla avanti sono stati degli studiosi di orientamento gramsciano, quali Rosario Villari, Ernesto Ragionieri, Franco Molfese, Tommaso Pedio, Aldo de Jaco, Luciano Violante.

A monte di tale operazione stava anche un fatto di grande portata politica e sociale: le citate lotte dei contadini meridionali per la riforma fondiaria.

Questa linea interpretativa privilegiava gli aspetti sociali e classisti del brigantaggio mentre ne trascurava il carattere nazionale e patriottico.

In sostanza era unitaria e, nonostante le apparenze, ancora sabauda, come d'altra parte ancora sabauda era la Repubblica uscita dalla Resistenza al fascismo.

La fase interpretativa offerta dalla sinistra parlamentare si è chiusa con un libro di Anna Maria Cutrufelli che ha riletto gli avvenimenti detti brigantaggio alla luce di un saggio storico dovuto al sottoscritto in cui lo scontro dialettico padroni-contadini veniva sostituito con lo scontro dialettico centro-periferia (cioè tra Milano e le regioni sottomesse a Milano), coerentemente alle interpretazioni del Lenin (pre 1918) e specialmente a quelle di Rosa Luxemburg sull'imperialismo.

Visto il pericolo di una deriva antisabauda, gli pseudogramsciani abbandonarano il campo.

D'altra parte comunisti e socialisti erano passati politicamente da uno stretto legamene con le classi diseredate del Sud a un più stretto legame con la borghesia impiegatizia e parassitaria.

La lettura venuta in una fase successiva si connota di un carattere nazionalitario e neoborbonico.

Viene, finalmente, in primo piano la violenza usata dalle truppe piemontesi (scontro tra centro e periferia).

I massacri in massa, le impiccagioni senza un giudizio, l'incendio di centinaia di villaggi, il genocidio dei soldati fatti prigionieri dopo la resa di Francesco II (praticamente rinchiusi in lager lombardi e piemontesi da cui pochi uscirono vivi).

I giornali inglesi del tempo affermarono che in soli due mesi, dall'ottobre al dicembre 1861, i bersaglieri passarono per le armi quasi 9000 resistenti. Franco Molfese elenca 388 bande di guerriglieri composte da ex ufficiali, da ex soldati borbonici, da ex garibaldini disillusi, da contadini e artigiani, ognuna delle quali contava da 15 a 150 militi.

Basterà fare una media per capire che non si trattò di brigantaggio sibbene di una resistenza armata ben più impegnativa della guerra partigiana del 1944/45.

Ciò senza contare i fiancheggiatori.

Per domarla, il Piemonte impegnò parecchie divisioni, per un totale di 120.000 uomini, più di quanto ne schierò sul fronte veneto, nella guerra contro l'Austria del 1866.

Nei giorni precedenti la proiezione, l'Associazione Culturale "Due Sicilie" metterà gratuitamente in distribuzione presso alcune edicole di Gioiosa Jonica, di Gioiosa Marina, di Siderno e di Locri, un breve opuscolo offerto dalle "Grafiche Femia" di Mrina di Gioiosa Jonica e intitolato "Il brigantaggio legittimista", che tratta principalmente dei diritti promiscui nelle campagne, difesi dai Borbone e cancellati dal Regno d'Italia.

Nicola Zitara

Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità del materiale e del [email protected].