L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
  Eleaml


Nicola Zitara ci ha inviato l'articolo seguente tratto dal settimanale sidernese "La Riviera". Potete scaricare l'articolo in formto PDF cliccando sull'immagine sottostante.


Fonte:
https://www.larivieraonline.com/ - Domenica 15 Aprile 2007

Il massacro dei Ciccarello

di ILARIO AMMENDOLIA


Il 18 settembre 1863, tre anni dopo, l’unità d’Italia con una cerimonia solenne veniva collocato un nuovo quadro nella Chiesa di Santa Maria dei Minniti dipinto dal massaro Vincenzo Raschellà!.

Riproponeva l’eterna lotta del Male contro il Bene. Il male aveva il volto d’un contadino analfabeta morto (ammazzato?) tre anni prima ma la scena si riferiva al 21 settembre 1847.

Il contadino ha il viso scuro, i capelli incolti, la barba ispida, scalzo ! Sotto la didascalia ”Lo scellerato li nascose, ma poi li denunciò e li fece arrestare”.

Dall’altra parte cinque giovani appartenenti alla piccola nobiltà del distretto, fucilati a Gerace nel 1847, in quanto fuorilegge, o meglio fuori dalle leggi borboniche che impedivano ogni libertà di pensiero, di riunione, di manifestazione.

Il massacro dei Ciccarello

Nicola Ciccarello, il contadino del quadro, non aveva tradito nessuno, non era né borbonico, né italiano: era solo un ragazzo analfabeta, scalzo, che guardava le pecore di chi lo chiamava, a volte a don Nicolino dei baroni Romano, a volte, don Mimì appartenente alla nobiltà castelveterina.. Entrambi”giovani massonici”.

Erano loro gli amici dei cinque giovani galantuomini raffigurati nel quadro con un timida aureola di ”martiri”, e che avevano dato vita ad un movimento popolare al grido di”Viva l’Italia, Viva il re, Viva la Costituzione, Viva Pio Nono” che da Bianco si era partito alla volta di Castelvetere. Arrivati a Roccella temettero l’arrivo delle navi borboniche e si sbandarono. Quindi alcuni di loro si rifugiarono in territorio di Castelvetere.

I massonici del paese non ebbero il tempo, o forse fecero in modo da non averlo, per unirsi alla rivolta. Fu proprio questo il motivo che spinse i giovani dirigenti rivoluzionari, sbandato il loro esercito di popolani, a dirigersi verso Castelvetere cercando ospitalità, protezione presso i congiurati rimasti”coperti”nella speranza di poter emigrare fuori dai confini del regno.

Nicola Ciccarello fu mandato dai suoi padroni a nascondere i giovani in una remota grotta collocata in una impervia montagna in località Jocu. Poi quando le truppe borboniche entrarono a Castelvetere e si costituì il tribunale militare con il compito di individuare tanto i congiurati che i loro complici, i massonici di Castelvetere non ebbero dubbi e così, con cinico calcolo, il povero garzone di Cufò fu chiamato a palazzo e gli furono dati precise istruzioni: i gendarmi –travestiti da massaie – dovevano esser portati alla grotta di Jocu e così fu.! I giovani furono catturati, il cancelliere Prota riuscì a bruciare tutte le carte compromettenti in possesso dei congiurati e, così, i giovani massonici di Castelvetere restarono coperti e sicuri. Ragazzi di buona famiglia, forse, con un po’ di testa calda! Dopo qualche giorno cinque giovani venivano fucilati sui piani di Gerace, tra l’esultanza dei galantuomini per l’ordine ristabilito, e la gioia di Vescovo della diocesi,Perrone, che il giorno del massacro dei cinque martiri aveva ringraziato Dio che gli aveva concesso di trasformare la trepidazione dei giorni della rivolta, in gaudio nel giorno della fucilazione.

L’ordine fu ristabilito in tutto il distretto. Il Ciccarello fu premiato dai suoi padroni e ricevette quale segno di riconoscenza sei capre e cinque pecore. Era contento possedeva, per la prima volta, la sua mandria.

L’ordine era stato ristabilito ma la stima del Paese nei confronti di coloro che ognuno individuava come”traditori”era caduta verticalmente, e così l’anno successivo il Paese conobbe una rivolta sociale che rivendicò con forza la restituzione dei beni comunali usurpati e costringendo il sindaco alle dimissioni. I rivoltosi erano contadini analfabeti che firmavano le petizioni su un foglio di carta tracciando un segno di croce e sventolando una straccio bianco come riconoscimento. Contro di loro si scatenò una violenta repressione con arresti e processi sommari mentre i proprietari si costituivano parte offesa, tutelando il frutto delle loro ”legali” rapine.

Passarono dodici anni. Garibaldi sbarca a Marsala, in paese si diffonde tra incredulità e preoccupazione la notizia.

Garibaldi passa lo stretto di Messina ed ancora in paese si discute, ma nessuno si muove.

Garibaldi vince sul Volturno ed anche a Castelvetere rispunta un tricolore rimasto accuratamente nascosto durante la rivolta del 1847.

Sono i patrioti, sono gli italiani della prima ora.

Ma qualcuno sapeva ciò che non avrebbe dovuto sapere!!!.

Qualche tempo dopo, Nicola Ciccarelllo è a pascolare le capre. I pascoli sono pochi ed avari. Bisogna osare, risalire i burroni meno praticati per trovare pascolo per le pecore.

Forse, si sarà spinto troppo in alto, fatto sta che una sera Nicola Ciccarello, traditore ufficiale dei cinque martiri, ma sempre pecoraio, non rientra a casa. I familiari lo aspettano,inutilmente cosicché a notte inoltrata, la gente di Cufò, il suo piccolo villaggio, esce con le torce accese per cercare il pastore. Lo troveranno sotto il burrone. E’ morto. La testa fracassata per la caduta. Il corpo immobile sotto un oleandro.

Intanto viene proclamata l’unità d’Italia.

Loro, i patrioti, sono confermati quali amministratori del comune con la coccarda tricolore al petto. Vantano il loro patriottismo. Ma, ancora temono che qualcuno sappia! Il due settembre dell’anno 1861 gli abitanti di Cufò vedono una macchia nera all’orizzonte, risalire le frane argillose. Le donne si affrettano a richiamare gli uomini dai campi. Si raccolgono, hanno paura. Non capiscono quella macchia nera ma hanno paura: da fuori non era mai arrivato nulla di buono! Poi si distingue un manipolo di bersaglieri con i cappelli piumati ed un gruppo di uomini a cavallo.

I nuovi arrivati circondano le poche casupole.

Uomini, donne e bambini vengono spintonati verso il punto di raduno, un’ aia solitamente usata per il grano. I bambini piangono, le donne tengono abbracciate le loro creature, i vecchi non si reggono in piedi.

Don Mimì con la coccarda tricolore al petto, indica tre persone: un vecchio decrepito e due pecorai con le brache di ginestra ricoperte da toppe.

Vengono trascinati ed impastoiati mani e piedi, poi legati a tre diversi muli e portati verso il paese.

Sono Bruno, Antonio e Francesco Ciccarello, fratelli, e padre di Nicola. Sì, quel Nicola, trovato morto qualche mese prima in un burrone di Strano..

Arrivano in paese, i tre impastoiati in mezzo e tanti uomini in divisa ai lati.

Sono scalzi, sporchi, si muovono in maniera ridicola con quelle pastoie ai piedi. La plebaglia feroce ride, i contadini tengono gli occhi asciutti ma il loro cuore piange, e tuttavia restano in silenzio:. ancora una volta si abbassano come canne, per far passare la piena ! Gli inconsapevoli”prigionieri”vengono spinti verso palazzo Musco. Nel salone è riunito il tribunale militare presieduto dall’inflessibile capitano Besozzi.

Il capitano vedendoli entrare esclama “che facce da patibolo”. E sì! Quei pecorai non meritavano proprio di vivere con quelle mani pieni di calli, il volto bruciato dal sole, le gambe piagate dai rovi, gli occhi arrossati che esprimevano incredulità e paura.

Il tribunale si riunisce. I galantuomini con la coccarda tricolore sono seduti nelle prime file.

La plebe si accalca all’ingresso del portone, ma non trova posto.

Il capitano assume un aria austera e decisa, degna della sua fama:”Siete spie borboniche? ”Il vecchio Ciccarello non ce la fa a stare in piedi e, siccome nessuno gli dà lui una sedia, si affloscia sul pavimento.”Fatelo rialzare” esclama Besozzi, ”non si sta seduti dinanzi alla corte del re d’Italia!”.

I due figli lo sorreggono.

Il vecchio, sottovoce, sussurra ai figli ”Chi sono? Che lingua parlano”. I figli non rispondono! Nuova domanda: ”Siete complici del vostro congiunto Nicola, traditore dei cinque martiri, morti per l’unità della nostra Patria?” Silenzio.

“Quanti soldi vi ha dato il borbonico governo per la vita di quei valorosi giovani?” I loro stracci, le loro mani parlavano per loro, ma nessuno, in questa disdicevole tragedia, voleva vedere.

“Siete reticenti, cupi come tutte le spie ed i traditori quando cadono nelle mani della giustizia.

Vi consiglio di parlare, anzi di confessare, potreste ottenere la pietà della corte! Confessate di essere al soldo dei Borboni? Confessate? Per l’ultima volta: confessate? I Ciccarello restarono muti, silenziosi.

Non sapevano di cosa stesse parlando l’uomo in divisa, né perché ce l’avesse con loro. Uno dei fratelli sospetta che li avessero portati lì per via di qualche sconfinamento delle loro capre e delle pecore! ”Il vostro silenzio equivale ad una piena confessione, non ho bisogno di altro ! Mi dicono che vivete con le bestie e siete simili alle bestie e pertanto siete fuori dalla protezione di Dio e dalla tutela della legge”. Adesso, nel ”salone-corte marziale”, tutti stanno in silenzio, il capitano si è alzato in piedi: ”In nome di Vittorio Emanuele re d’Italia vi condanno alla pena capitale mediante fucilazione che sarà subito eseguita”. I Ciccarelo non si spaventano, non perché coraggiosi ma solo in quanto non hanno capito niente di quello che era stato detto ! Vengono spinti fuori del portone. nella pubblica strada, verso la Chiesetta di S. Vito, appena fuori dalle mura.

I contadini chiudono le porte: non sopportano quello che sta avvenendo ! La plebe scalmanata grida, si esalta, ingiuria ma non capisce. Sembra un gioco, un momento di festa.

I tre vengono spinti verso il muro della Chiesa di S.Vito. Il vecchio continua a non reggersi in piedi, i soldati obbligano i figli a sorreggerlo.

Il vecchio trema, non di paura, ma per i maltrattamenti.

I figli non hanno tempo di capire.

Puntate, mirate, fuoco!. I Ciccarello cadono a terra, il padre si affloscia come una candela fusa, i figli stramazzano in avanti. Il padre riverso sulla polvere rossa di sangue, si aggrappa ai polpacci dei due figli. Un sergente si avvicina, carica la pistola e dà il colpo di grazia a Bruno Ciccarello che ancora dà qualche segno di vita.

Adesso anche la plebe capisce che non è stato uno scherzo, sono tutti muti e rientrano, a testa bassa, nelle loro nere casupole. I patrioti con la coccarda tricolore vanno verso i palazzi.

Sul paese, ancora una volta, scende un triste silenzio! I Ciccarello vengono sepolti in terra sconsacrata. Debbono sparire, anche la tomba può rappresentare un pericolo, si deve cancellare qualsiasi traccia della loro esistenza.

Adesso è notte, si ode il cupo pianto della ”pidola”. I singhiozzi di Cufò non raggiungono il paese né possono lambire i palazzi!.Molti si sentono più tranquilli: dei Ciccarello non è rimasto più nessuno che possa aver sentito o visto qualcosa.

Adesso bisogna convincere il paese che tutto è stato fatto il volere di Dio. Che tutto avviene secondo i disegni della divina provvidenza.

Perciò viene commissionato e dipinto il quadro in cui l’uomo dal viso diabolico, con lo sguardo torvo e crudele, indica ai gendarmi cinque giovani col volto dei Santi, anzi con una leggera aureola sulla testa.

La lotta del bene contro il male. Ancora una vittoria degli Angeli contro i demoni! I diavoli fucilati e sotterrati. La giustizia di Dio è fatta! Il gufo, considerato uccello del malaugurio Nicola Ciccarello fu mandato dai suoi padroni a nascondere i giovani in una remota grotta collocata in una impervia montagna in località Jocu Nicola Ciccarello, il contadino del quadro, non aveva tradito nessuno, non era né borbonico, né italiano: era solo un ragazzo analfabeta







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