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Due Sicilie
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Antologia inversa

MASSACRO DI UN VILLAGGIO NEI PRESSI DI LONGOBUCCO

di Nicola Zitara

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Siderno, 2 Novembre 2004

Quelle che seguono sono delle lettere di Duret de Tavel, ufficiale del corpo d’occupazione francese in Calabria negli anni 1807-1810. Le missive, che costituiscono una sorta di diario di guerra, erano indirizzate al proprio padre.

La storiografia unitaria, sin dal suo insorgere, celebra l’occupazione francese del regno di Napoli e glorifica i due re francesi ne ebbero la corona, tra il 1804 e il 1815 - Giuseppe Bonaparte e suo cognato, Gioacchino Murat – come facitori o anticipatori del glorioso Risorgimento.

Si tratta di un ben strano assunto, per altro in contraddizione con quel che si sostiene per eventi precedenti e successivi all’equivoco evento unitario. Tanto per fare un esempio, la stessa storiografia ricorda, elogiandola, la resistenza opposta dai Savoia e dai loro sudditi alle secolari e ricorrenti invasioni francesi.

Chi ha fatto appena la terza elementare ha studiato l’impresa di Pietro Micca che si fece saltare con la polveriera per ostacolare l’invasione francese di Torino. Si potrebbe andare aventi con gli esempi, ma basta uno solo per rendere evidente la contraddizione. Chi difese il Piemonte dai francesi è considerato un eroe, chi difese Napoli dai francesi è considerato un bandito.

Gioacchino Murat  che governò il paese napoletano con il ferro, il fuoco, le forche e la fame è un nostrano eroe, mentre il Vizzarro, di cui narra in uno splendido racconto Sharo Gambino, sarebbe il volgare bandito.

Insomma i vessilliferi di Gioacchino Murat ancora non ci hanno spiegato come un occupante francese possa trasformarsi in patrio eroe. Non sarà per caso che essi seguono la medesima logica della propaganda fascista, secondo cui gli ascari erano eroi italiani, mentre i loro compatrioti che morivano per l'indipendenza eritrea erano dei selvaggi e dei banditi?   

Nicola Zitara

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"Questo sventurato villaggio, saccheggiato e incendiato,
subì gli inevitabili orrori che seguono ogni attacco"


Rossano, 17 ottobre 1808

“Nello scorso mese di agosto il battaglione ricevette l' ordine di recarsi a Longobucco per sedare una rivolta. Gli abitanti si erano rifiutati di pagare le tasse e avevano cacciato l'esattore dopo avere ucciso molti soldati della sua scorta. Contro di loro si fece marciare un distaccamento di duecento uomini, che però fu insufficiente per addentrarsi in quelle impenetrabili montagne…


Longobucco, 12 novembre 1808

Fallita ogni possibilità di compromesso davanti all'ostinazione di quei ribelli di cui vi ho parlato nella lettera precedente, il battaglione ricevette l'ordine di annientarli. Longobucco era il focolaio principale dell'insurrezione. I1 l0 novembre cinquecentosessanta uomini, divisi in due colonne, partirono sul fare del giorno, operando in modo da trovarsi improvvisamente al centro dei villaggi insorti.

Longobucco si trova a quindici miglia da Rossano. Le strade per raggiungerlo sono spaventose e tutte dominate da alte montagne. Per evitare di cadere in qualche imboscata, le nostre guide (lautamente pagate dall'esattore delle imposte del circondario) ci condussero con prudenza e abilità attraverso delle estese foreste dove si incontrano solo branchi di daini e di caprioli, i soli abitanti di questi luoghi solitari.

Verso le quindici giungemmo nel bosco convenuto per il ricongiungimento delle due colonne. La seconda era già arrivata e ci attendeva con molta impazienza poiché le campane dei paesi vicini suonavano a martello. Poco dopo una calca di contadini armati prese posizione su una montagna che domina tutta la zona.

Ci preparammo subito ad attaccarla. Ma appena risuonò il nostro passo di carica, quella moltitudine, presa dallo spavento, si diede a una fuga disordinata. Prima che facesse notte raggiungemmo un'altura da dove si scorge Longobucco, che è situata in una vallata stretta, profonda e attraversata da un torrente che scorre fragorosamente tra enormi rocce. Le alte montagne boscose che circondano quest'orribile luogo vi spandono un colore cupo e selvaggio che ispira un senso di desolazione.

Questo borgo è abitato da tremila persone schifose, quasi tutte chiodaioli, fabbri e carbonai. Il governo precedente se ne serviva per sfruttare le miniere d' argento che si trovano nelle vicinanze e che ora sono abbandonate. Passammo la notte sulle alture, dopo aver stabilito una linea di fuoco per dare l'impressione di essere una forza assai superiore. Per lungo tempo nella stretta valle si udì un grande trambusto. Urla di spavento risuonavano da ogni parte. Senza dubbio, gli abitanti, temendo di vederci discendere durante la notte per mettere a ferro e a fuoco il paese, si affrettavano a porre in salvo i loro beni e se stessi.

All’alba alcuni distaccamenti occuparono la sommità di tutte le montagne circostanti. Dopo di che duecento uomini scesero nel villaggio. Tutti gli abitanti l' avevano abbandonato durante la notte e non era rimasto che qualche vecchio innocuo e il curato, che ci venne incontro implorando l'umanità e l'indulgenza del comandante. Questi lo invitò con forza a esercitare tutta l' autorità del suo ministero per convincere gli abitanti a deporre le armi e a ritornare nelle loro case per non correre il rischio di vederle saccheggiate. Successivamente una gran parte di loro fece ritorno e la calma fu prontamente ristabilita.

I due capi dell'insurrezione però controllavano ancora la campagna. Il comandante, sperando di vincerli con la persuasione, scrisse loro di venirlo a trovare senza paura, promettendogli, sulla sua parola, che non gli sarebbe accaduto niente se avessero sciolto le loro bande. Vedendo che essi erano intenzionati a proseguire la loro rivolta, decise di attaccarli in un villaggio dove si trovava una parte consistente di essi. Partimmo alle cinque del pomeriggio con quattrocento uomini, fingendo di dirigerci verso Bocchigliero, ma cambiando direzione all'improvviso, appena buio.

Con uno spostamento rapido e ben combinato ci portammo sul luogo occupato dagli insorti che, per nostra fortuna, non si accorsero del nostro avvicinamento. Il villaggio dove si erano rifugiati fu circondato senza il minimo rumore e, sul fare del giorno, marciammo di fronte per attaccarli. Questo villaggio, appollaiato come un nido d'aquila sul picco di una montagna, è addossato a un monticello che tuttavia ne rende possibile l' accesso. Mentre cercavamo di parlamentare con gli insorti, che rispondevano alle nostre proposte con colpi di fucile, si udì un gran clamore nel villaggio, provocato dall'ingresso di una ventina di nostri soldati che vi erano penetrati dopo aver scalato delle rocce quasi insuperabili

Contemporaneamente da ogni parte si gridò «All'assalto! All'assalto!». Ci precipitammo sul villaggio, in gran parte circondato da un'alta muraglia, e malgrado la micidiale scarica che ci accolse e che mise fuori causa più di venti uomini, i guastatori sfondarono la porta. I soldati si riversarono nelle strade come un torrente in piena; allora ebbe inizio un orribile massacro, reso inevitabile dalla resistenza degli insorti che sparavano da tutte le case.

Questo sventurato villaggio, saccheggiato e incendiato, subì gli inevitabili orrori che seguono ogni attacco. Il curato, un gran numero di donne, di fanciulli e di vecchi fortunatamente si rifugiarono in una chiesa, dove alcuni ufficiali si recarono per proteggere  questo asilo dalla brutalità dei soldati. In questo combattimento subimmo perdite considerevoli; gli insorti, sterminati quasi completamente, lasciarono sul campo più di duecento morti.

Molti di loro persero la vita cadendo dalle scarpate a strapiombo, da dove cercavano di mettersi in salvo. Sfortunatamente i principali capi della rivolta riuscirono a sfuggirci. Cercammo subito di inseguirli per prevenire nuove insurrezioni.  Il distaccamento si mise in marcia verso Bocchigliero, un borgo abbastanza popoloso, meglio situato di Longobucco, ma che aveva avuto una parte molto attiva in questi disordini.

La notizia del nostro successo era già arrivata e gli abitanti, costernati, si affrettarono a mandarci incontro una folta delegazione composta da tutte le autorità e dalle persone più in vista del paese. Il comandante, volendo approfittare di questo iniziale momento di terrore per disarmare il paese senza colpo ferire, minacciò di mandare l'intera delegazione al castello di Cosenza se gli abitanti non avessero immediatamente consegnato le armi. In meno di un'ora ne furono consegnate più di tremila, che vennero subito bruciate. Cento soldati rimasero a Bocchigliero e noi rientrammo a Longobucco.

Per completare questa triste vittoria non ci resta che catturare i capi dell'insurrezione, sui quali è stata posta una taglia.

Dopo due giorni uno sciame di esattori venne ad aggiungersi a noi per togliere in questa zona tutti i diritti possibili. Percorse le campagne con alcuni distaccamenti senza trovare la minima opposizione…


Castrovillari, 19 ottobre 1810

… E noto da tempo che malgrado il nostro coraggio, la nostra attività, la nostra perseveranza lottiamo con troppi svantaggi contro uomini nati in questo paese, male armati, sostenuti da una parte della popolazione e abituati dall'infanzia a sparare con estrema precisione. Questi motivi ci hanno dunque convinto ad adottare un nuovo sistema mediante il quale le truppe saranno impiegate solo per costringere gli abitanti a distruggere essi stessi i briganti sotto pena di essere trattati come fautori del brigantaggio. A questo scopo duemila uomini saranno dislocati nelle due province e vi resteranno a carico dei Comuni fino alla loro intera pacificazione…

 

[brani tratti da D. de TAVEL, Lettere dalla Calabria, pagg. 106 e segg., Soveria Mannelli 1996 – Rubettino Editore]

 

 






 

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