L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Mio cugino Vincenzo

di Nicola Zitara

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Siderno, 27 Marzo 2003

Nel corso di 150 anni l’emigrazione italiana verso Francia, Tunisia, Argentina, Stati Uniti, Abissinia, Belgio, Svizzera, Germania, Gran Bretagna ha coinvolto decine di milioni di famiglie. Non minore consistenza ha avuto l’emigrazione interna dal Sud verso il Nord italiano e verso Roma capitale.

L’emigrazione è sicuramente il fenomeno sociale più importante nella storia dell’Italia unita, anche preunitaria, sicuramente più importante e doloroso delle stesse guerre inutilmente combattute dai contadini italiani al servizio dei Savoia e di Mussolini, più importante e doloroso delle carestie, dei terremoti, del colera e della spagnola, che fecero centinaia di migliaia di morti, persino più doloroso della guerra detta del brigantaggio, che di morti e devastazione ne fece anche di più. Tutte le regioni ne hanno sofferto, ma la sofferenza è stata maggiore nel Sud (e purtroppo lo sarà certamente di nuovo a breve scadenza). Su una popolazione attuale di circa 21 milioni di abitanti, dal 1880 ad oggi, il Sud ha patito circa 30 milioni di espatri.

In prospettiva secolare si può osservare che i meridionali e i settentrionali si sono integrati nei paesi di destinazione in modo opposto. Infatti l’emigrazione meridionale ha raggiunto una condizione di radicamento solo in Argentina ('a Merica du scordu'si diceva qui un tempo, l’America dove si dimenticano la famiglia e il paese d’origine), mentre gli emigrati negli Stati Uniti, in Canada e in Australia hanno conservato legami, a volte anche intensi, con la famiglia e il paese d’origine.

Dell’emigrazione dei padani in Francia, che tra il 1800 e il 1915, coinvolse più di cinque milioni di persone, per non contare il passaggio della Corsica, della Savoja e del Nizzardo allo stato francese, resta invece poco, spesso solamente un cognome che finisce in vocale (che poi ha assorbito un accento stonato, per esempio Platinì).

Dopo la fase delle intense ostilità e sofferenze toccate alla prima generazione (ultimamente ridescritte per il grosso pubblico in un libro che ha il titolo liberale – ed in sostanza offensivo - di "L’orda") l’integrazione in Francia è stata pressoché assoluta e le generazioni successive hanno dimenticato la loro origine e il prezzo pagato dai genitori e dai nonni. Evidentemente il ligure o piemontese, approdato in Francia, non portava con sé un’identità sociale così forte da resistere all’integrazione. E'invece significativa - e in verità sorprendente - la resistenza elastica che hanno opposto e oppongono gli emigrati meridionali, esiliati fra gli anglosassoni dalla povertà e dalla disoccupazione.

L’emigrazione meridionale negli Stati atlantici degli USA e nel Canada anglofono ha dato luogo a una doppia cultura, che appare non transitoria ma consolidata: l’integrazione fattuale, pratica, politica, gestionale (di economia. domestica e personale) e una vigorosa conservazione culturale, religiosa e morale delle radici. Di queste radici, Cosa nostra, non è certamente l’aspetto più diffuso, come il cinema ci induce, forse involontariamente, a credere (furono infatti gli irlandesi e gli ebrei a fondare l’associazione malavitosa, solo in appresso assimilata o ereditata dai meridionali, come pertinentemente mostra il film "C’era una volta in America").

Non mi è mai capitato d’imbattermi in un’analisi che possa dirsi soddisfacente circa il fenomeno delle doppie radici. E'noto, per esempio, che Mario Cuomo, salito negli USA fino al penultimo gradino del potere politico, è venuto a visitare non l’Italia, ma i paesini del napoletano dove erano nati suo padre e sua madre. Fiorello La Guardia, che fu sindaco di New York negli anni dell’ultima guerra, si prodigò ad aiutare il Sud e il governo italiano salito al potere dopo la sconfitta, intercedendo presso il vincitore e mobilitando gli oriundi perché inviassero aiuti in danaro e pacchi-dono ai parenti rimasti in Italia. A Toronto, si sa, esiste una comunità sidernese che rifà la festa di Portosalvo a cinque o seimila chilometri dal vecchio pontile. Ben più famosa è stata la comunità di Brooklyn, epicentro di una cultura siculo-napoletana impiantata sull’East Coast, che gli americani anglosassoni, diversamente dai nostrani stronzobossisti, riconoscono e rispettano.

Che cosa ha di diverso, di più solido, la cultura meridionale e cosa di specifico porta con sé l’emigrato meridionale? Senza voler impancarmi ad antropologo culturale, è facile dire che all’estero il siculo-napoletano utilizza una cultura millenaria - quella del Mediterraneo orientale, la stessa trascritta nei dialoghi socratici di Platone e nei Vangeli cristiani – che a dir poco risale al 5000 avanti Cristo, di fronte alla quale sta una civilizzazione germanica e anglosassone che inizia con l’espansione romana. Sì e no, contemporanea alla venuta di Cristo.

Insomma una cultura antica, umana, forte e diversa da quella di origine barbarica, che prevale negli USA. Una cultura che passa dai padri e dai nonni oriundi, fino ai nipoti e ai pronipoti. Chi ha la sfortuna di aver visto la guerra, ha visto anche un esercito di sicul-americani e di napol-americani, arrivati in Italia senza aver mai letto "I promessi sposi" e senza sapere uno solo degli icastici versi di Dante, che si presentavano così omologhi ai meridionali da apparire quasi l’ottava regione delle Due Sicilie.

Spesso rivedo la cassetta di un film divertentissimo - propriamente una farsa – che ha per titolo "Mio cugino Vincenzo". L’attore principale si chiama Joe Pesci, ma il regista (Jonhatan Lynn) non è italiano, ma ebreo o di origine ebraica. Anche la protagonista, che si chiama Tomei, ha sicuramente antenati italiani, credo toscani. Due diciottenni newyorkesi, di cui uno di origine italiana, Bill Gambini, mentre attraversano , nel corso di un viaggio di diporto, lo Stato dell’Alabama, vengono scambiati per altre persone, incolpati d’omicidio e arrestati. Le famiglie non dispongono dei mezzi necessari per pagare un bravo avvocato.

A difesa dei due giovani arriva da New York il cugino Vincenzo La Guardia- Gambini. L’accompagna la fidanzata, Monna Lisa Vito. Il cugino Vincenzo, pur non essendo giovanissimo, è alle sua prima esperienza professionale. Fino a qualche mese prima aveva fatto l’operaio nell’officina del suocero. S’era potuto iscrivere all’albo professionale solo dopo aver ripetuto per ben sei volte gli esami di Stato. Di diritto sa poco o niente, conosce molto meglio i motori e le automobili.

Il cugino Vincenzo è chiaramente quel che nella Napoli di fine Ottocento veniva detta una macchietta, una caricatura. Una maschera alquanto vicina a quella di Totò e di Nino Taranto. Anche il giudice anglosassone, alto, dinoccolato, con gli azzurri da Pesci morto e i capelli stirati sul capo, è una macchietta, una spalla, come si diceva appunto a Napoli. Persino il paesino dell’Alabama, dove si svolge la vicenda, va considerato una macchietta.

Il terrone (il bruccolino) che veste i poco sudati panni d’avvocato combina un pasticcio procedurale dietro l’altro, come in una qualunque commedia di Scarpetta, e viene pesantemente punito dalla macchietta di un giudice anglosassone.

I due poveri innocenti sono a serio rischio della sedia elettrica. Ma, capito come stanno le cose, il cugino Vincenzo si produce nel colpo di schiena, si riscatta prodigiosamente. Non sa niente di diritto, ma sa come è fatto il mondo. Sa che, se i due innocenti appaiono formalmente colpevoli, nella sostanza non lo sono. La cultura del contadino meridionale (libera, nella nuova patria, dai vincoli feudali imposti dai francesi e dagli spagnoli, e imposta nuovamente, con l’unità, dai toscopadani ai napoletani e ai siciliani) si salda con quella americana, che premia chi sa lottare e vincere.

Il cugino Vincenzo si fa impietoso con le mere forme e, mettendo i testimoni in contraddizione, glorifica la veridicità dei fatti. Nella versione italiana, il cugino Vincenzo parla una lingua composita di italiano e siciliano. Il suo accento è nettamente siciliano (il doppiaggio è di Leo Gullotta, siciliano, come è noto a tutti). Nella sua lingua, la emme doppia sostituisce la erre, la consonante impura st non esiste. Nell’originale americano, suppongo la lingua sia il broccolino, da Brooklin, il quartiere di New York abitato un tempo dagli oriundi meridionali; un gergo, uno slang; storicamente una versione della lingua napoletana e non della siciliana.

Il prodigioso Vincenzo è sicuramente la sfacciataggine personificata, l’improntitudine napoletana; ma dentro di lui c’è il genio della stirpe, quello dei Gambini. Millanta, imbroglia, pasticcia, ma alla fine capisce – lui per primo – come sono andate veramente le cose, e vince la causa. Lo stesso accusatore è costretto a rinunciare all’accusa. E'il trionfo del terrone, come, con la loro grande onestà intellettuale, gli americani non fanno sforzi ad ammettere.

Sull’italiano del Sud le indagini sociali, antropologiche, etnologiche, storiche, giudiziarie, si sprecano. In centocinquant’anni, dacché dura la dominazione padana, sono venuti fuori decine di migliaia di volumi, a cominciare dalle "Lettere" di Pasquale Villari, dalla Relazione Massari sul brigantaggio, dall’Inchiesta di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino. Credetemi, nessuno ci ha capito molto! "Mio cugino Vincenzo" vale i diecimila e più volumi scritti da illustri meridionalisti.

 

Nicola Zitara

 

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