L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Antologia inversa

Abbasso i Savoia e i loro ladroneschi e sanguinari eredi

di Nicola Zitara

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Siderno, 5 Dicembre 2004

Scanno è una località turistica dell’Abruzzo aquilano, una piccola comunità di duemila abitanti. Il 25 novembre scorso i consiglieri comunali del luogo hanno impedito a un loro collega, che portava all’occhiello un simbolo delle Due Sicilie, di partecipare alla seduta e lo hanno cacciato dall’aula consiliare.  

Il fatto costituisce reato. Si invita pertanto il procuratore della Repubblica competente per territorio ad avviare l’azione penale. Da parte delle associazioni neoborboniche si ha il dovere di significare che si è deciso di non andare a prendere a calci i teppisti, che si sono resi responsabili della violenza, in ossequio al precetto evangelico che dice: “Perdona loro, che non sanno quel che fanno!”

In effetti di tratta di un branco di ignoranti, resi tali dai loro maestri elementari, dai loro insegnanti delle scuole medie, dai loro professori universitari, e soprattutto dalle bugie patrie diffuse sin dal giorno in cui i padani misero gli occhi sull’argento duosiciliano e sulle rendite che potevano pervenire a loro dalla colonizzazione del Sud, e ancora sventolate nei piani alti dei Palazzi romani.

Il Sud ha subito ad opera di questi Caini, che ci chiamano fratelli solo quando hanno bisogno di  qualcuno che combatta al loro fianco e che muoia per loro, inaudite violenze. Caporetto docet. Peggio di loro sono gli ascari nostrani, servilmente reclini ai loro bisogni.
Sicuramente qualcuno degli antenati dei consiglieri comunali di Scanno ha valorosamente combattuto per difendere la sua terra dall’invasore padano. Ed è assolutamente vergognoso che i nipoti rinneghino l’antenato; una persona da cui gli viene il sangue e la vita.

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Il testo che segue è tratto da “Storia del brigantaggio dopo l’Unità” (Feltrinelli, 1964, pagg. 188 e 189) di Franco Molfese, ex bibliotecario della Camera dei deputati, un repubblicano coerente, un uomo di sinistra, uno  storico che ha fatto scuola. Sarebbe il caso che i maestri di scuola leggessero il suo libro: imparerebbero qualcosa, principalmente a non ingannare i bambini.


Nicola Zitara

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L'azione di «governo» esplicata dall'esercito in connessione con la repressione del brigantaggio, fu dura e largamente arbitraria nei confronti delle provincie delle popolazioni meridionali. Con la borghesia delle provincie, i rapporti instaurati furono, naturalmente, molto vari e persino complessi. Un disprezzo preconcetto e moralistico (non sempre del tutto ingiustificato) verso i meridionali in genere, unito alla diffidenza politica per i borbonici ma, ancor più, per i sospetti di radicalismo, impedirono a lungo alla maggior parte dei militari settentrionali una seria comprensione dei problemi locali e l'adozione di congrui provvedimenti.' Si preferì, in genere adottare il metodo dell'imposizione autoritaria, che provocò largo strascico di rancori e, non di rado, un piú intenso favoreggiamento del brigantaggio. L'acme degli abusi fu raggiunto durante lo stato d'assedio. Non contenti di avere largamente esautorato le autorità civili, e di avere epurato piú o meno intelligentemente le guardie nazionali, i comandi militari vollero esercitare la loro ingerenza anche nelle municipalità. L'intendimento avrebbe anche potuto considerarsi giustificato qualora fosse stato ispirato da una chiara direttiva tendente ad estromettere tutti i nemici del regime unitario. In realtà, questi tentativi condussero, il piú delle volte, al risultato di invischiare singoli ufficiali nelle dubbie rivalità, nelle sopraffazioni e negli intrighi delle clientele locali, a tutto detrimento del prestigio dell'esercito?'

Materia di reiterati, incresciosi contrasti ed anche di seri incidenti, furono le requisizioni degli alloggi, le prestazioni richieste alle municipalità per vettovagliamento e foraggio occorrenti alla truppa, nonché i concentramenti di bestiame e la chiusura delle masserie ordinata allo scopo di tagliare i viveri ai briganti. Naturalmente, vi furono anche comandanti che seppero trattare abilmente la suscettibilità dei «galantuomini» e riuscirono a conquistarne il favore, migliorando in tal modo la situazione politica locale. Le concessioni di distaccamenti a guarnigione di paesi o per sorveglianza di masserie e di tenute varie, furono indubbiamente le misure piú gradite dai possidenti.

Verso i «cafoni» e i contadini in genere, l'unico problema che si pose l'esercito fu la repressione terroristica. La condotta in questo campo fu lineare fin dai primi giorni della campagna meridionale, e consistette nella fucilazione sommaria per i «cafoni» colti con le armi alla mano e sospettati di appoggio ai briganti. Furono largamente praticate le rappresaglie indiscriminate, specialmente gli incendi, con l'accompagnamento di saccheggi e di vandalismi. La repressione del brigantaggio costituì veramente una pagina oscura e un triste tirocinio per il giovane esercito italiano. Taluni comandanti locali, quali il colonnello Galateri a Teramo, il maggiore Martini nella zona garganica, il tenente colonnello Fantoni a Lucera, emanarono, fra il 1861 e il 1862, bandi draconiani che comminavano praticamente la fucilazione per qualsiasi trasgressione ai molteplici divieti, destinati, oltre tutto, a paralizzate la vita economica e sociale delle provincie. Ma la pratica della repressione, su cui la "carità di patria» ha calato il velo piú fitto, annoverò eccessi che discendevano necessariamente dalle prescrizioni terroristiche. Gli arresti in massa, operati anche in circostanze che sollevavano seri dubbi, e la carcerazione dei parenti dei sospetti, costituirono una prassi costante e invalsa fin dall'inizio. Il generale Mazé de la Roche fu costretto a diramare da Foggia, il lo ottobre 1862, una circolare a tutti i dipendenti reparti, nella quale invitava innanzitutto ad osservare un comportamento corretto, specialmente con l'«infima classe," evitando ingiurie e maltrattamenti, e così seguitava:

"Giacciono nelle carceri in gran numero carcerati, sul cui conto non si sa affatto qual misura prendere per non avere assolutamente alcun dato sulla loro carcerazione, tranne l'imputazione vaga di connivenza col brigantaggio. Non di rado si vede anzi che persone così arrestate dimostrarono con evidenti prove essere invece state vittime esse stesse dei briganti prima, e poscia di denunzie per private vendette. Oltre lo smacco che ne viene ad avere l'autorità col doverle mettere in libertà, a meno di ostinarsi in un evidente diniego di giustizia, si fanno con ciò nuovi nemici al governo dal quale si veggono trattate arbitrariamente, né piú né meno che sotto il passato regime; meschina è poi la figura che fa l'autorità superiore col non avere nessun dato alla mano per provare la loro colpabilità, e talvolta coll'ignorare persino per lunghi giorni il motivo dell'arresto, fondato od infondato che sia."

Tuttavia, il medesimo generale Mazé non ignorava che fatti ancor piú gravi, quali il massacro di prigionieri, non erano infrequenti nella sua stessa zona?' Un proprietario di Ascoli di Capitanata, Antonio Petrozzi, non esitò a scrivere alla commissione d'inchiesta, in tono fra indignato e sarcastico, che gli eccessi della repressione, quali l'arresto dei parenti dei briganti e le fucilazioni proditorie eseguite durante la loro traduzione, facevano rimpiangere il "passato aureo Borbonico Governo. »




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