L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
  Eleaml


Il moto di Santa Fé e il Cardinale Ruffo

di Nicola Zitara

Siderno, 6 Settembre 2007

(se vuoi, puoi scaricare l'articolo in formato RTF o PDF)

Come il Diavolo è stato fatto colpevole di tutte le immoralità dell’uomo, immagine contaminata di Dio, così il Cardinale Ruffo è stato proclamato a sintesi antonomastica dell’immoralità meridionale, che l’Italia (fortemente) unita estrae dalla storia onde qualificarsi come divinità positiva. Se però dalla retorica si passa ai fatti ci si rende conto che questo nostro diabolico antenato meriterebbe una statua nella piazza centrale di tutti i nostri paesi.

La storia non ha principio né fine, ma soltanto dei punti di riferimento. Il punto di riferimento che serve al nostro tema è l’anno 1797, allorché, in base al trattato di Campoformio finisce il predominio austriaco in Italia. L’Austria conserva solo Venezia, mentre il resto del Paese è predestinato all’occupazione e ai saccheggi dell’esercito francese. Il capitolo saccheggi, ruberie, spoliazioni legalizzate dai governi fantoccio italiani, sebbene sia il principale movente dell’occupazione francese, crocianamente viene saltato con un’erudita capriola. Si preferisce sviluppare il capitolo che mescola il giacobinismo di fine ‘700, i prodigi compiuti dai re francesi a Napoli e il cosiddetto risorgimento italiano.

In Francia, la Grande Rivoluzione avvia un radicale cambiamento politico, culturale e sociale. E’ la fine dei privilegi della classe nobiliare e del dispotismo monarchico. Tutti i francesi assurgono all’eguaglianza giuridica e diventano i componenti di una sola classe, quella dei cittadini. Il Regno di Francia diventa la Nazione francese, e in successione la Repubblica Francese.

Con la proclamazione dei diritti naturali dell’uomo e del cittadino tutta la borghesia europea, dal Portogallo alla Russia, e quella latinoamericana entrano in fibrillazione, specialmente gli intellettuali. Alla borghesia in fermento si accostano i militari, cioè i cadetti delle famiglie feudali. Ovviamente gli aggettivi ‘europeo/a’ o ‘latinoamericano/a’ vale a proposito dell’idea, del sentimento. Nella realtà fattuale, ogni nazione ha un suo proprio equilibrio sociale, cosicché l’eguaglianza da proclamare è ‘nazionale’ e ‘nazionali’ sono i contenuti pratici che il moto ideale stimola.

Nell’Italia toscopadana la battaglia della borghesia contro la nobiltà si era svolta molti secoli prima, al tempo dei guelfi e dei ghibellini, ed era stata ampiamente vinta. Non così nell’Italia meridionale, dove i guelfi toscopadani avevano consegnato i regni di Napoli e di Sicilia ai francesi e agli spagnoli. Qui il feudalesimo entra in crisi solo sul finire del ‘600 e per cause interne, tipo l’impoverimento della nobiltà. Al tempo della Rivoluzione francese è ancora in vita, e non solo giuridicamente. Per giunta il nodo da sciogliere non risiede tanto nelle angherie baronali, nelle decime alla Chiesa, quanto nella devoluzione ai privati dei feudi, dei possedimenti ecclesiastici e delle terre dei comuni regi oggetto di usi civici. Queste terre, che sono più della metà dell’intero territorio meridionale, sono conflittualmente ambite sia dai borghesi abbienti sia dai contadini. La tendenza del governo borbonico è di non scontentare né gli uni né gli altri, lasciando fare al tempo, che alla lunga risolve tutti i problemi.

Nel 1793 l’esercito francese valica le Alpi. Lo fa in primo luogo per esigenze militari. Infatti la Pianura Padana è una storica terra di scontri bellici tra la Francia e l’Impero, in precedenza germanico e poi austriaco. Le dinastie italiane, in cerca di un’ancora di salvezza, si schierano con l’Austria, mentre una frazione delle classi borghesi, appartenenti alle due o tre società civili presenti nelle varie parti d’Italia inneggia ai francesi. Con l’aiuto dei francesi invasori, nel corso della vicenda bellica tra Francia e Austria, il cui primo capitolo si chiude nel 1798, nascono parecchie repubbliche giacobine d’Italia, ciascuna animata dall’intenzione di rivoluzionare il quadro dei rapporti sociali vigenti nel proprio territorio. La più grande e in appresso la più famosa è la Repubblica Cisalpina, ma ci furono anche una Repubblica ligure e una Repubblica romana. Il Piemonte non la inalbera la repubblica, perché la borghesia locale preferisce passare a far parte dello Stato francese. La Repubblica Partenopea viene proclamata nel febbraio del 1799, allorché i francesi decidono l’occupazione del Mezzogiorno, che in quel frangente fa da base navale alla potentissima flotta inglese. Qualche giorno dell’entrata delle truppe francesi a Napoli, i giacobini napoletani insorgono e con un tranello s’impossessano del Castello di San Martino, che è il punto strategico da cui si controlla militarmente la Città, e da questa postazione ex spagnola prendono a bombardare i quartieri abitati dai lazzari, i quali sono insorti pure loro, ma contro i giacobini e si preparano alla resistenza contro i francesi che stanno per arrivare.

Il punto cruciale della vicenda cosiddetta rivoluzionaria e della vicenda cosiddetta reazionaria è tutto qui: le popolazioni non danno fiducia ai redentori politici e sociali. Sorvoliamo sull’alquanto vile condotta dei giacobini napoletani che massacrano proprio il popolo che proclamano di voler fare pari a sé. Lo faranno anche i comunisti sovietici, i quali centovent’anni dopo massacreranno i kulaki, i contadini piccoli proprietari. Sta di fatto che le repubbliche create precedentemente dai giacobini italiani si sono rivelate un comodo coperchio per il saccheggio programmatico che i francesi, impoveriti d’oro, compiono in Italia, sede di incalcolabili tesori pubblici e privati, per rifarsi. Da anni, gli abitanti del Nord e del Centro sono tartassati con tributi e requisizioni. Insurrezioni contadine ci sono state e sono in atto dovunque, dalla Savoja alle Marche. E’ passato agli annali della poesia italiana, con la Bassviliana di Vincenzo Monti, il linciaggio per mano del popolo, nel gennaio del 1793, di Hugon de Bassville, segretario della legazione francese a Roma e propagandista giacobino. Il movimento delle truppe francesi verso Napoli incontra già la fiera resistenza dei contadini abruzzesi. Nella storia d’Italia la guerra contadina contro la nobiltà, contro gli spagnoli, contro la borghesia veniva chiamata brigantaggio, e così prende a chiamarsi la resistenza contadina contro il francese saccheggiatore. Al brigantaggio antifrancese i calabresi arrivano ben ultimi. Il moto antifrancese e antigiacobino del Sud viene inaugurato dai lazzari napoletani e ancor prima dai contadini del latifondo romano. Appena i francesi s’impossessano di Napoli vengono circondati da una linea Maginot di forche contadine che presidiano la Campagna romana, i borghi di Terra di Lavoro, dell’Irpinia, della Daunia, del Salento, del Molise, della Lucania. L’esercito repubblicano è bloccato dentro il perimetro urbano di Napoli. I resistenti difendevano le loro donne dagli stupri della soldataglia e le case dal saccheggio. Al Sud, dove i diritti promiscui sulle terre feudali sono ancora vigenti, essi difendono dall’avida borghesia anche i loro interessi economici.

Il giorno di Natale del 1798, Ferdinando IV di Borbone, con la corte al seguito, s’imbarca sulla nave ammiraglia della flotta inglese e veleggia verso Palermo. Le circostanze mettono il destino dello Stato in mano agli inglesi, proprio in mano a coloro che, nel 1734, avevano fermamente impedito a Carlo III di unire la Lombardia al Regno napoletano. Come abbiamo già accennato, gli inglesi intendono usare i porti della Sicilia e del Napoletano nelle operazioni navali contro Napoleone, che si è impossessato di Malta.

Fa parte della corte fuggitiva il Cardinale Fabrizio Ruffo, che ha poco più di cinquant’anni, essendo nato a San Lucido nel 1744. Questo ramo della famiglia Ruffo è investita di un piccolo feudo nel Molise. L’educazione di Fabrizio si compie a Roma, sotto la guida del cardinale Braschi. Il quale, eletto papa, nomina cardinale in pectore il discepolo e gli affida il governo della Tesoreria generale, cioè economico, del Regno Pontificio. Fabrizio si rivela un equilibrato riformatore delle finanze e un notevole innovatore dell’agricoltura laziale. Favorisce lo sviluppo del commercio e imposta parecchie opere di bonifica nell’Agro Pontino. La sua politica s’indirizza a favore delle masse contadine. La notizia dei suoi successi riecheggia a Napoli e induce il re a volerlo accanto a sé. Fabrizio, che appartiene alla generazione dei discepoli di Antonio Genovesi, una volta a Napoli, è più vicino agli elementi riformatori, presenti a corte, che all’Acton, a Miss Hamilton, a Nelson, che hanno in mano il governo. E’ certo che intrattiene rapporti con elementi della massoneria meridionale e non è azzardato immaginare che lui stesso sia un massone. Sicuramente non è un incipriato cortigiano che anela alla grazia del principe, ma un autentico aristocratico e un vero uomo di Stato; uno che conosce il popolo, le sue condizione e le sue idee. Anche la Sicilia è inquieta. Le tensioni contadine scavalcano lo Stretto e contagiano i contadini isolani. A Palermo, il Cardinale presta seria attenzione alle notizie che giungono dalle varie province continentali del Regno. Si rende conto che né i francesi né i giacobini partenopei dispongono di forze adeguate per uscire impunemente da Napoli. Ma capisce anche che i cosiddetti briganti non dispongono di una strategia militare capace di amalgamare le forze locali per affrontare i francesi in una battaglia campale e cacciarli dal Regno.

Il progetto con cui sbarca in Calabria consiste nel raccogliere queste forze in un’armata, ordinarla e passare al contrattacco. Il Ruffo condottiero sul campo non è da meno del Ruffo stratega a tavolino. Infatti nel breve volgere di due mesi Napoli viene liberata. I francesi si ritirano. Ruffo accetta la resa dei giacobini, concede l’onore delle ami e fa salva la vita degli insorti. Ma Ferdinando non mantiene il patto. Ruffo, amareggiato, si allontana spontaneamente dagli affari governativi. La sua storia umana non finisce qui. Finisce invece la sua storia politica e anche la filosofia riformatrice che poneva a base del cambiamento la proprietà contadina.

Con la cosiddetta “rivoluzione napoletana del ‘99”, il mondo contadino meridionale viene estromesso dall’azione politica e dal pensiero politico risorgimentale. L’unità italiana ha come prezzo la negazione dell’umanità contadina, che era stata rivendicata da Campanella ed era poi divenuta una proposta politica dei Riformatori napoletani. Infatti, tranne Pisacane, non si hanno teorici della questione contadina nel corso del cosiddetto risorgimento. Più di cento anni dopo, fatto lo Stato nazionale, tenterà di riportarla in vita il meridionalismo democratico e socialista. Ovviamente senza successo, perché nel frattempo il Sud è diventato una colonia.

Quando il mondo contadino meridionale finì, intorno al 1960, il contadini erano ancora fuori dello Stato italiano, un popolo di iloti. La loro secolare emarginazione dalla vita nazionale è, oggi, la causa profonda del dilagare delle mafie.







___________________________________________________________________________________

 

Per comunicare con Nicola Zitara potete inviare un messaggio breve anche senza dover indicare il vostro indirizzo di posta elettronica:



Se volete inviare una email a Nicola Zitara:

Email per Nicola Zitara - Yahoo


Se, invece, volete inviare una email a Nicola Zitara usando il nostro indirizzo:

Email per Nicola Zitara - Eleaml


Buona navigazione e tornate a trovarci.


___________________________________________________________________________________






vai su









Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità del materiale e del [email protected].