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Due Sicilie
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Antologia inversa

La colonia di consumo

di Nicola Zitara

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Siderno, 18 Novembre 2004

Francesco Saverio Nitti (Melfi 1868 - Roma 1953) è stato sicuramente il massimo economista pratico nato in Italia dal tempo dell’unificazione politica a oggi. Lucano, libero docente di Scienza delle finanze a soli 23 anni e titolare a Napoli appena trentenne, ha scritto in ben tre lingue (italiano, francese e inglese), ma ne conosceva anche qualche altra, sicuramente il tedesco e lo spagnolo, oltre, ovviamente al latino e al greco. Ministro nel 1910 e poi nuovamente durante la Grande Guerra, con il compito di pianificare i rifornimenti, divenne presidente del consiglio nel 1919. Il cedimento alle pressioni franco-americane, contro l’impresa dannunziana di Fiume italiana, segnò il tramonto della sua brillante carriera.

Fu l’autore di una coraggiosa inchiesta governativa sulla condizione dei contadini calabresi e lucani, e benché frammassone, si batté fattivamente per l’industrializzazione del Sud. Fu l’artefice politico e tecnico della Legge per Napoli e della creazione del centro siderurgico di Bagnoli, il più moderno in Italia fino al 1955.

Si batté per la realizzazione delle centrali idroelettriche. Quelle calabresi della Sila, che portarono all’elettrificazione della Napoli-Reggio, e che furono inaugurate nel 1928, dieci anni dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, in pieno periodo fascista, erano già nei suoi piani politici. Fu il fondatore di un cast di programmatori economici. Mussolini si avvalse spregiudicatamente del gruppo di lavoro che aveva ruotato intorno a lui, durante la guerra e nel primo dopoguerra. Venivano, infatti, da questo gruppo, Beneduce e gli altri economisti che progettarono l’IRI, la Legge bancaria del 1936 e che in appresso, dopo la Seconda Guerra Mondiale, posero le basi finanziarie e tecniche per lo sviluppo degli anni Cinquanta e Sessanta.

Si deve a Nitti anche l’introduzione in Italia della legislazione sulle assicurazioni obbligatorie per gli operai e sull’infortunistica sul lavoro.

Non fu mai un borbonico; tuttavia, diversamente dalla servile classe politica regnate in Italia, guardò con rispetto e spirito veritiero al passato. Peraltro, anche la sua opera, come quella incredibilmente innovativa di Ferdinando II, venne distrutta dall’ingordigia padana e padanista.

Il testo che segue è stato pubblicato nel 1898.

Nicola Zitara


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“Nel Nord d'Italia è idea molto comune che il Sud sfrutti il bilancio nazionale, contribuendo, viceversa, in misura minore. Si dice che mentre i meridionali pagano di meno, hanno voluto e preteso un grande numero di ferrovie improduttive, hanno preso il maggior numero di posti nelle pubbliche amministrazioni, hanno preteso e pretendono concessioni sempre più larghe. In Piemonte e in Lombardia si crede anche che i meridionali mentre trovan modo di sfuggire a molte imposte (o mediante i vecchi catasti, come nella fondiaria; o perché non investono, ma semplicemente conservano le loro ricchezze, come nelle imposte sulla ricchezza mobiliare), chiedono viceversa nuove concessioni allo Stato. Si nota che nelle pubbliche amministrazioni cresce il numero dei meridionali: e questo fatto desta inquietudine.

Viceversa il Mezzogiorno in cui prima del 1860 era più grande ricchezza che in quasi tutte le regioni del Nord; dove il risparmio, sia pure nella forma primitiva dell'accumulazione e della conservazione della moneta, era enorme; dove si viveva una vita molto gretta, ma dove il consumo era notevolmente alto ? presenta tutti i sintomi della depressione e dell'arresto.

Ancora tra il 1887o e il 1888 la ricchezza agraria del Veneto non era superiore a quella della Puglia e tra Genova e Bari, tra Milano e Napoli era assai minore differenza di sviluppo economico e industriale che ora non sia. Ma adesso, insieme a una diminuzione nella capacità di consumo, si notano i sintomi allarmanti dell'arresto del risparmio, dello sviluppo della emigrazione povera, della pigra formazione dell'industria di fronte al bisogno crescente. Tra il 1887o e il 1888 l'importanza del Mezzogiorno nella vita sociale ed economica dell'Italia era molto maggiore che oggi non sia. Tutte queste cose, anche se non conosciute, avvertite dalla popolazione del Mezzogiorno, determinano uno stato di malessere.

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La finanza napoletana, organizzata da un uomo di genio, il cavaliere Medici, era forse la più adatta alla situazione economica del paese. Le entrate erano poche e grandi e di facile riscossione.

Base di tutto l'ordinamento fiscale era una grande imposta fondiaria. Ed era così bene organizzata che rappresentava. Un vero contrasto con il Piemonte, dov'era assai più gravosa e di difficile riscossione : «Il sistema di percezione della fondiaria ? dice il cavaliere Sacchi [l’inviato di Cavour a Napoli conquistata, ndr], nella sua relazione del segretariato generale delle finanze ?, la prima e la più importante delle risorse dello Stato, era incontrastabilmente il più spedito, semplice e sicuro, che si avesse forse in Italia.

«Lo Stato, senza avervi quella minuziosa ingerenza, che vi ha in Francia e nelle antiche Province (Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta), ove si fece perfino inter venire il potere legislativo nella spedizione degli avvisi di pagamento, avea assicurato a periodi fissi e ben determinati l' incasso del tributo, colle più solide garanzie contro ogni malversazione per parte dei contabili » […]

Non vi era quasi alcuna imposta sulla ricchezza mobiliare. Poiché questa si andava formando, il cavaliere Medici e i suoi continuatori aveano ritenuto che vi fosse pericolo grande a colpirla con imposte. Il commercio interno avea ogni agevolezza: «la ricchezza mobiliare ed il commercio in ispecie ? dice Scialoja ? è esente in Napoli da ogni maniera d'imposizione diretta, mentre la ricchezza immobiliare è gravata di un tributo, comparativamente all'entrata generale dello Stato, assai più grave ».

[…] Le tasse del registro e del bollo, gravissime in Piemonte, erano assai tenui nel Reame di Napoli. L'ordinamento delle fedi di credito del Banco di Napoli, mirabilmente semplice sotto questo aspetto, rendeva inutili le registrazioni. «Il mirabile organismo finanziero delle Province Napoletane » dice il cav. Sacchi, si vedeva soprattutto in quanto riguardava il funzionamento del Banco.

[…] Per spiegare questa differenza si sono invocate molte cause e molti fatti sono stati messi avanti: si è parlato perfino di razze differenti, si è discusso di razze inferiori e di razze superiori; quasi che ciò che è prodotto delle razze, cioè di natura, mutasse da un decennio all'altro.

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“Questa ricerca è limitata a studiare solamente la politica finanziaria dello Stato. Essa vuole indagare quanta ricchezza lo Stato prelevi ogni anno in ciascuna regione e quanto per essa spenda. Vuole esaminare in qual modo si sia formato il sistema finanziario attuale: e come i tributi gravino in proporzione della ricchezza di ciascun paese. Si propone inoltre di vedere come lo Stato abbia speso, in ordine alla distribuzione geografica, i proventi delle contribuzioni ordinarie e straordinarie; e quale sia la distribuzione di tutti gli istituti di Stato, si ralleghino a scopi di civiltà e di benessere, o a scopi militari.

Gli spostamenti di ricchezza che opera la politica finanziaria sono enormi. Parecchi miliardi passano in una serie di anni, per effetto di essa, da una regione all'altra: il fenomeno è stato notato dovunque in Francia, in Russia, in Austria, in Germania. ,Però in Italia riveste, una forma anche più acuta e va studiato con maggiore larghezza.

 Ma gli spostamenti di ricchezza che opera la politica finanziaria sono poca cosa di fronte a quelli che operano la politica economica e la doganale. La distribuzione della ricchezza privata

in Italia è singolarmente mutata dopo il 1887: e l'Italia meridionale, in un primo periodo, ha funzionato come una colonia di consumo e ha permesso lo svolgersi della grande industria nel Nord."

Francesco Saverio Nitti





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