L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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IL CINEMA DI DON GUGLIELMO

di Nicola Zitara

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Siderno, 21 Gennaio 2010

Non so dire se radio e cinema apparvero a Siderno più o meno contemporaneamente, o se invece  ero io che, dismettendo il pagliaccetto con le debite  aperture sul fronte e sul retro,  per passare a un mezzo pantalone guarnito di bottoni e con sottostanti mutandine, presi a rendermi conto delle cose del mondo e incontrai contemporaneamente le due modernità. Un cugino di mio padre, elettricista, possedeva ed esibiva con alquanta superiorità una radio a galena. Lui sosteneva di ascoltarvi della musica. Generosamente, qualche volta permetteva  che anche noi partecipassimo al suo godimento, e  ci consentiva d'inforcare l'apposita cuffia. Se debbo essere onesto con la storia, è giusto che confessi che da quell'arnese non pervenivano che stridii e pernacchie. 

Il cinema - in futuro chiamato per esteso cinematografo -  solo chi era stato in città sapeva che ci fosse. Il primo cinemà o appunto cinematografo che io ricordi  era situato in una traversa del corso, all'uopo sbarrata. Per la precisione la dove oggi c'è solo un negozio di ferramenta, una lavanderia e una gelateria. Oggi, a destra e a sinistra  ci sono due palazzi nuovi, ma allora gli edifici prospicienti  usavano il vicolo soltanto per le loro porte di servizio. Non è moltissimo che sono stati abbattuti e riedificati. Sul lato sinistro a scendere abitava la famiglia Sabato-Alviggi. Se ho ben ascoltato i racconti che mi sono stati fatti, in precedenza l'edificio era appartenuto ai Cuomo,  fra i primi maioresi approdati a Siderno. I Cuomo furono mercanti sfortunati, ma erano gente colta e di rango. Personalmente ho conosciuto donna Colomba, la nonna del dott. Carlo Romeo, e una sua sorella, l'amata compagna di Nicola Palaja, il grande socialista e giornalista di un tempo.

La demolizione del palazzo Alviggi va considerata una perdita culturale per il nostro paese. Infatti aveva una scala bellissima, con una quantità di colonne in pietra, certamente opera degli scalpellini di Serra San Bruno, i discendenti degli artigiani che avevano lavorato alla Reggia di Caserta e che secondo l'architetto Papa, costruirono anche il Mulino du Fegu. 

Egualmente opera di questi scalpellini era l'intera facciata dell'altro edificio, proprietà dei baroni Macry, dove al tempo del cinemà abitava la famiglia di don Federico Marini.

Il Cinemà di cui parlo, aveva  due edifici come pareti, e come soffitto le stelle. Infatti le notti di luna gli spettacoli erano sospesi. L'opra dell'imprenditore (non ho mai appurato il nome) si limitava a uno sbarramento di tavole lato mare e uno lato monte, più una capanna sempre in tavole, disposta in alto e appoggiata su robusti tronchi di legno, in cui era ospitato il proiettore.     

Il cinema era ancora muto, però aveva già una colonna sonora, riprodotta da dischi per  grammofono. Solo adesso mi rendo conto che gli operatori dovevano essere necessariamente due, in quanto uno era impegnato ad azionare il grammofono mediante una manovella attraverso cui veniva caricata una molla della durata di pochi minuti. 

Non so a quanti spettacoli potei assistere da un balcone degli amici Alviggi, ne ricordo solo uno con una donna nera e abbondante che cantava. Ovviamente non ho ricordo del repertorio, l'unica cosa certa è che il grammofono inviava prevalentemente le note della Cucaracha. Le imparai e presi a ripetere il ritornello in faccia a una mia sorellina, che intese quell'assimilazione  fonica come un'ingiuria e un'offesa personale.

Il cinematografo di don Guglielmo fu ben altra cosa. La vecchia Siderno disponeva già del locale adatto e/o  adattabile, un teatro con circa duecento posti ubicato all'angolo tra via Bello e il Corso.  Il vecchio teatro era stato opera di don Giovanni Albanese, fratello del famoso deputato e appartenente ad una delle famiglie più ricche del paese. All'interno offriva una certa pretenziosità, con poltroncine di velluto rosso, un grande affresco sul soffitto e le pareti dipinte a colori piacevoli. Credo che fosse in disuso sin dal tempo dell'avvento del fascismo e l'ambiente non nascondeva l'usura del tempo, specialmente le poltroncine in gran parte sfondate e comunque infestate da pulci e da cimici.

Don Guglielmo Torre era un amalfitano di statura più piccola che media, buon conversatore nonostante la mancanza di qualche dente, cosa che qualche volta gli faceva inceppare la lingua. A Siderno aveva sposato una Ciprioti e aveva inaugurato una moderna salumeria sul corso. Ovviamente non so da dove gli venne l'idea di prendere in affitto il vecchio teatro e di trasformarlo in cinema. Le vecchie poltrone furono sostituite da rozze panche di legno, munite di spalliera e il locale diviso in tre settori: i palchi per chi voleva spendere di più, la sala, una lira a persona, la parte più prossima al telone 50 centesimi. le proiezioni incominciavano con i film muti, Charlot, Ridolini, Stanlio e Ollio, e anche altri minori, ma il vero successo del cinema di don Guglielmo arrivò col film parlato con Greta Garbo, Anna Christie. Il cinema ci apriva gli occhi sul mondo, la gente si appassionava, si commuoveva, faceva a pugni per ottenere il suo biglietto da una lira (un chilo di pane) o da mezza lira. Anche i palchi erano sempre affollati. dalla sua cabina di proiezione Peppe Fragomeni, detto 'u Lella, somministrava un'ora e mezza di godimento per lo spirito e la fantasia.

Arrivarono anche i film italiani, con Angelo Musco, con Vittorio de Sica, Totò, Carlo Campanini, e altre star ancora ricordate. Di proiezione ce n'era una a sera e veniva ripetuta due-tre volte per settimana. Prima delle otto di sera gli spettatori si affollavano davanti alla porta del locale, e quando questa si apriva, la folla si riversava davanti la nicchia del botteghino.

Non mancavano i diverbi e neppure lo scaldarsi dei litiganti che precede la zuffa. le donne arrivavano sempre in compagnia di un familiare dell'altro sesso. I ragazzi non erano esclusi, ma ammessi solo in compagnia di un adulto. Il cinema di don Guglielmo ascese a Cinema Impero alla fine della fine della guerra in Abissinia e la consegna della corona imperiale al Re e alla Regina d'Italia. ma credo che tale ascesa non importasse alla gente. Quello che costituì una novità importante per il paese si dovette all'installazione di un altoparlante che diffondeva canzoni napoletane ad alto volume e per tutto il corso principale. La gente veniva avvertita per godersi una serata al cinema e per chi poteva era una specie di dovere e un modo piacevole di utilizzare il tempo libero alla fine della giornata lavorativa e della cena, o il letto, se si era cenato prima. In verità i tempi stavano cambiando, si usciva dalla crisi del 1933, inflazionando la spesa in opere pubbliche. i lavori pubblici occupavano manodopera prima disoccupata, e facevano circolare il danaro. La domanda di biglietti convinse don Guglielmo a mettere su un locale all'aperto, funzionante nei mesi estivi e molto più capiente del vecchio teatro Albanese. Il prezzo dei biglietti venne contenuto per stimolare la domanda. Anche i ceti meno fortunati come i giovani contadini e braccianti agricoli, poterono soddisfare la loro sopita domanda di spettacolo. Il cinema di Don Guglielmo si può dire che finì con la guerra, sebbene bisogni registrare che il suo massimo boom si verificò dopo il 1945 con i film strappalacrime. Venne surclassato in quegli anni dalla costruzione del Cinema Nuovo, e dopo del Cinema Apollo. Ma a conclusione si può dire che don Guglielmo svolse a Siderno un'opera di integrazione sociale e di risveglio culturale, quali pochi paesi della Jonica registrarono, più proficua di molti leader politi e riformatori sociali.













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