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Antologia inversa

Il nostro passato feudale*

di Nicola Zitara

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Siderno, 27 Gennaio 2005

Parliamo di un tempo in cui, delle Marine Joniche dove siamo nati e viviamo, c’era la sola Roccella, mentre i centri più importanti esistenti nell’area  che si stende dalla fiumara Novito alla fiumara Precariti erano Castelvetere, oggi Caulonia (borgo antico) e Grotteria. Si trattava di due feudi continui, che limitavano, a nord, con le terre di Stilo e Stignano, e a Sud con le terre di Gerace e di Ardore (borgo antico).

Premessa. Siamo nel 1534. L’America è stata scoperta da quarantatré anni. Spagna e Portogallo già depredano quella parte del continente che adesso chiamiamo America Latina, mentre l’Inghilterra e le Città Anseatiche si accingono a depredare la Spagna e il Portogallo, con l’ausilio di corsari,  banchieri e grandi esportatori di grano polacco. L’Italia centrosettentrionale è in pieno Rinascimento. Genova, Firenze e Venezia finanziano i grandi monarchi d’Europa. Invece il Sud italiano vive in pieno feudalesimo. 

Su questo punto bisogna capirci, perché, a stare agli storici unitari, sembrerebbe che il Meridione stagnasse in una situazione di ritardo storico per colpa propria, mentre invece era la vittima del sistema europeo. Come ho molte volte scritto su “la Riviera”, a partire dalle Crociate e dal Regno angioino  il Meridione si è asserragliato in collina e si è chiuso ai traffici mediterranei, in quanto era divenuto, fisicamente e culturalmente, il confine  dell’Europa cattolica-romana e franco-germanica verso l’Oriente arabo.

In precedenza, nel corso dei lunghi secoli delle invasioni barbariche e della formazione dell’Impero franco-germanico (600 – 1100 d.C.), cui si deve l’organizzazione feudale, il Sud italiano era rimasto legato all’Oriente greco-bizantino e arabo, dove vigevano ancora il sistema di mercato, il lavoro libero e la cultura scientifica e umanistica ereditata dalla Grecia classica e da Roma imperiale. Dove non si parlava arabo, si parlava greco. I riti religiosi (Chiesa d’Oriente), la liturgia, le festività e il modo di viverle erano orientali.

Colture  come il limone, l’arancio, la canna da zucchero,  diffusamente praticate, erano il prolungamento di produzioni orientali. L’artigianato serico era diffuso, mentre era quasi ignoto nell’Europa restante. (E qui mi compiaccio d’introdurre un ricordo personale, che è storicamente molto significativo.

Quando ero ragazzo -  fino al 1948/1950 - le “maddamme gioisane”, come le definivamo a Siderno, portavano abiti di seta molto ricchi. Erano un anticaglia. Andando avanti negli anni e imparata qualcosa circa la moda femminile nel tempo, non ho dubbi a definire l’abito delle gioiosane un’eredità bizantina sopravvissuta per mille anni; una tipologia di abigliamento che peraltro sopravvive – stranamente -  nei paramenti ecclesiastici).    

Tra il 900 e il 1150 dopo Cristo, le forze militari del sistema barbarico scacciarono gli Arabi e i Bizantini dall’Italia. A quel punto,  però, all’Europa barbarica e alla Chiesa Romana non bastò fare del Sud una terra di frontiera stesa tra gli Arabi e la Cristianità, ma si volle strappare le popolazioni meridionali da quella  forma di amicizia e integrazione che esse avevano con gli Arabi e con le altre popolazioni del Mediterraneo Orientale.

Gli ultimi difensori di civiltà meridionale (singolare persino nell’ambito del Mediterraneo) furono Federico II e suo figlio Manfredi, la cui opera la Chiesa di Roma riuscì a sconfiggere e distruggere con l’ausilio dei Comuni toscopadani (per capirci, guelfi e ghibellini non erano quei sentimentaloni di cui si legge nei nostri testi scolastici).

Della ferocia in cui si esibì la Chiesa Romana per sradicare dal Sud la Chiesa d’Oriente e i Monaci Basiliani, in Italia si sa poco o niente, in omaggio alla solita nostrana ipocrisia. Ma gli storici francesi e anglosassoni ne hanno detto a chiare lettere, e ne stanno parlando attualmente, con alquanti particolari, gli storici greci e turchi.  

Ciò premesso, veniamo al Sud feudale. Con un libro che sicuramente ha richiesto la fatica di molti anni, Enzo Naymo, dell’Università di Messina, si è messo sulla strada degli storici di peso. La poderosa ricerca riguarda le condizioni giuridiche e socioeconomiche dei feudi di Castelvetere e Grotteria e delle Terre di Motta Gioiosa e Motta Sideroni, contigue a Grotteria e da poco assurte a identità feudali specifiche, sebbene ancora nel 1534 appartenenti allo stesso signore feudale. 

Naymo, che su questa pista si muove credo da un decennio, ha cercato e trovato un inventario dei possedimenti e diritti signorili redatto in quell’anno, su richiesta dello stesso feudatario e ordinato dal vicerè spagnolo di Napoli, don Pedro da Toledo.

L’inventario (al tempo detto “platea”) è ovviamente scritto in latino  ed è accuratissimo, anzi minuzioso. Il funzionario reale che lo compilò non era soltanto preciso, ma possedeva anche una gran competenza giuridica ed economica. Il notaio in sottordine, a cui si deve il testo di 240 pagine in doppia facciata di carta pergamena (cioè 480 pagine secondo il nostro modo di contarle) doveva, anche lui, possedere una notevole familiarità con gli inventari e un’invidiabile chiarezza.

In quegli anni, il marchese Giovanni Battisca Carafa stava tentando di riconquistare alquante proprietà e parecchi diritti feudali che suo padre, Vincenzo, aveva trascurato di esercitare o aveva del tutto elargiti  ai vassalli. Vincenzo Carafa era stato un gran guerriero e aveva generosamente aiutato, in termini militari e in termini economici (60.000 ducati), l’imperatore Carlo V. Quale compenso, l’Imperatore gli aveva conferito i due feudi, ma non gli aveva restituito i ducati.

Cosicché, a causa della generosità del padre e dell’avarizia dell’Imperatore, Giovanni Battista Carafa si ritrovava indebitato per 20 mila ducati, evidentemente una cifra colossale per quel tempo. 

Nell’operazione (precedente e successiva al 1534) di riordino economico del patrimonio feudale, egli forse esagerò; molto più probabilmente il governo spagnolo colse l’occasione per togliersi di torno  un potente barone e un creditore insoddisfatto, cosicché approfittando delle accuse che le popolazioni di Castelvetere e di Grotteria muovevano al feudatario,  lo fece incarcerare e nel 1552 lo mandò al patibolo.

Non ho letto la platea che Naymo pubblica integralmente. Sarebbe stato troppo per uno che s’interessa alle malefatte dell’Italia unita a partire dal 1860 e anche molto faticoso per uno che il latino lo traduce sì, ma solo con l’aiuto del vocabolario. Ho letto invece con grandissimo interesse le 115 pagine in cui Naymo riassume i molti aspetti che la platea cinquecentesca mette in luce.

Per prima cosa emerge ciò che i giuristi napoletani dell’età borbonica ben sapevano: cioè che la versione meridionale del feudalesimo, se debole e incompleta sul piano politico e militare, era del tutto un fiasco sul piano dei rapporti di classe e vacillava in quanto a contenuti economici.

Sicuramente vassalli e sudditi appaiono non  molto pieghevoli verso il feudatario. Inoltre l’assetto feudale era minoritario rispetto alle proprietà di tipo privato  (il diritto pieno ed esclusivo sulla terra e le altre cose, che veniva dal diritto greco-romano). Insomma  un assetto feudale parecchio zoppicante.

Infatti il potente barone godeva di diritti   feudali su circa il cinque per cento di tutte le terre a lui sottoposte e aveva proprietà private (dette burgensatiche, cioè borghesi) su un altro tre/quatro per cento circa. Certo era titolare di altri diritti, che erano giudiziari e tributari, ma in termini economici mi par d’aver capito che non superassero i tre/quattrocento ducati all’anno.

Insomma, feudalmente parlando, una specie di bancarotta.

Ma queste cose le sapevamo già per analogia con altri feudi dell’epoca. Ciò che invece la platea mette in luce abbastanza chiaramente, e per la prima volta, è lo stato dell’economia nella nostra zona.

A pagina XLIV (leggi 44) Naymo presenta una tabella, da lui stesso elaborata in base ai dati della platea, circa le colture dei beni dati in enfiteusi, L’enfiteusi è un antico contatto con cui il padrone di un fondo lo concede per un canone annuale, di solito modico, a un coltivatore che ne sviluppa le colture. A distanza di più decenni, se il padrone vuole riavere il fondo, deve pagare le migliorie.

All’opposto, l’enfiteuta può fare suo il fondo pagando il valore del canone moltiplicato  di solito per 20. Insomma, siamao di fronte a un assetto feudale in cui ha largo spazio un negozio di tipo privatistico. Le enfiteusi concesse a Grotteria, Gioiosa e Siderno riguardano  complessivamente 1277 tomolate (127 ettari e 7 are).

E’interessante la suddivisione per colture. Le terre arative, con 139 tomolate, costituiscono il dato più elevato. L’ulivo si stende appena su 30 tomolate, la vite su 114, gli orti su 86. Sembrerebbe che siamo al limite dell’agricoltura di sussistenza, ma forse non è così. La cosa merita un approfondimento, in quanto altrove si legge che sulla sinistra del Torbido, credo nell’attuale Marina di Gioiosa, si praticano due colture oggi completamente scomparse, ma al tempo non certo di sussistenza.

C’è infatti un giardino con 1300 piante di sicomòro (forse una varietà di fico, di cui ho notizia libresche), e un altro giardino in cui si produce la “cannammela”, suppongo la canna da zucchero (non ancora trapiantata nei Caraibi). Sulla sponda sinistra  del Novito, nell’attuale Siderno quindi, è registrata, poi, la presenza di una vasta terra recintata, in parte feudale, in parte burgensatica, chiusa da un cancello.

Si chiama Li Culturi. E così si chiamava ancora al tempo del padre di mia madre e confinava con Randazzo. Peraltro, anche al tempo del marchese decapitato,  Randazzo era un fondo recintato e chiuso da un cancello (siamo al semaforo di Via Amendola, alle Sbarre di Siderno,  il quale cancello  – se la memoria non mi tradisce – al tempo della mia giovinezza portava il segno dalle armi di una qualche famiglia nobiliare (non so se i Faletti, che ne erano i proprietari, o di altra famiglia).

Insomma, forse le cose economiche non erano messe tanto male come comunemente crediamo. 

Ho fatto soltanto qualche esempio di un racconto dovizioso di notizie, che si stende per circa 500 pagine. In un sidernaro tipico come il sottoscritto, ha destato grande interesse l’elenco dei cognomi registrati nella platea. Andiamo da Adamo e Aglioti a  Zappia e Zavaglia. Dunque, niente è cambiato! I cognomi sono raccolti in 24 pagine, per un totale a occhio e croce di 5000 mila casati. Ma, come il lettore avrà già capito, l’aspetto più  curato da Naymo è l’individuazione, la localizzazione e la comparazione, tra il passato e l’attualità, dei luoghi citati nella platea Carafa. Il commissario regio, che si chiamava don Pietro de Hispania, doveva essere un camminatore instancabile. Camminò dappertutto e vide ogni appezzamento di terra e ogni casolare dell’esteso patrimonio feudale.

Una passeggiata per 1.800 ettari che intramezzavano un territorio circa quindici volte maggiore; diciamo un 30.000 ettari, 3.000 chilometri quadrati, un decimo di tutta la provincia reggina. Naymo l’ho ha pedinato passo passo. Dove, cinque secoli fa, de Hespania aveva messo piede, c’è andato anche lui, rilevando toponimi, sentieri, confini, torrenti, corsi d’acqua, pietre confinarie, ruderi di palazzi, di case, di casali, di molini.

Credo che nel frattempo sia divenuto un così buon camminatore che potrebbe affrontare la maratona di New York. Il risultato di questo andare su e giù per paesi e contrade è una carta topografica del territorio 1:50.000 (un centimetro sulla carta, 500 metri nella realtà), che indica le migliaia di località menzionate  nella platea, comparandole  con l’odierna topografia. Insomma un lavoro da certosino.

Ho parlato di un prodotto, ma ho anche tracciato il profilo di quel che è il lavoro dello storico. La ricerca di Naymo è un punto fermo per la storia della nostra zona.

Chi studierà fatti ed eventi precedenti il 1534 e chi studierà quel che è avvenuto dopo, troverà un riferimento certo nei luoghi e nei nomi fissati nella platea Carafa e nella tavola topografica elaborata da Naymo. Comunque questo libro va studiato dagli insegnanti della nostra zona, a tutti i livelli, dalle elementari al liceo, i quali sono addottorati splendidamente in tutte le fanfaluche propalate su Cavour, Garibaldi e Vittorio Emanuele II, ma sanno poco o niente (e non per colpa loro) della nostra storia. In conclusione, un libro che è una miniera da sfruttare.   

                                                    
Nicola Zitara

* Vincenzo Naymo, Uno stato feudale nella Calabria del Cinquecento – La platea di Giovanni Battista Carafa Marchese di Castelvetere e Conte di Grotteria (1534),   Corab 2004, pagg. CXIV + 552, Euro 50,00 




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