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La patria

di Mario Nirta

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Siderno, 12 febbraio 2005

Quel che resta del mio nonno paterno Francesco è tutto lì: un libretto insanguinato gelosamente custodito da mia madre nel cassetto del comodino di mio padre, rimasto intatto da quando anche lui se n’è andato, ed una piastrina. Riuscito a tornare dall’America più povero di quando n’era partito, ed era stata una sovrumana impresa, il nonno, a sentire quell’autentico galantuomo d’altri tempi che era lo zio Sebastiano Trifala, era generoso e buono, con una spiccata propensione all’allegria.

E doveva, aggiungo io, possedere anche una buona dose d’ironia a dedurlo dai fumetti da lui disegnati sul libretto, alcuni coperti dal suo sangue ormai sbiadito, i quali rappresentano un impacciato soldatino rigorosamente, come scritto da lui stesso, “sullattenti”, davanti ad un corpulento superiore.

I sanguinari governanti dell’epoca convinsero, lui e tanti altri sventurati come lui, a rimpatriare, ammonendoli che se non l’avessero fatto, non avrebbero più rivisto le famiglie.

Come si vede, la patria, per i poveretti e gli ingenui è sempre la stessa: una maledetta imbrogliona.

Quando i Fascisti, a distanza di quasi vent’anni, su pressioni e tangenti dell’industria nordica, decisero un’altra mattanza, mio padre ci rimise mezzo piede in Albania - della quale sino al momento non aveva nemmeno sospettato l’esistenza – che gli compensarono con poche lire ogni due mesi e con l’obbligo d’informare, ogni anno, gli organi competenti che la mutilazione persisteva: speravano forse nella ricrescita del piede per negargli anche quel misero indennizzo.

Lo zio materno, invece, ferito di striscio a Montecassino, e “curato” insieme ad altri trecento ragazzi come lui con bende avvelenate da un colonnello medico tedesco, poi suicida, morì in un letto d’ospedale di Roma a vent’anni mentre una suora riprendeva la nonna per le troppe coccole dispensate a quel figlio che si stava spegnendo. Lo zio era rimasto mentre era ancora nel grembo materno.  Portava il nome di suo padre, defunto anche lui per le ferite riportate nella prima guerra.

Questa per me è la patria: un’idra di Lerna che ha disseminato l’esistenza della mia famiglia di dolori e lutti, senza niente in cambio. Questa per me è la patria: un pretesto col quale rendere inevitabili le guerre che i ricchi impongono per incrementare le loro prebende, ed i poveri poi devono combattere rimettendoci, oltre alla vita, anche quel poco che hanno. E, se qualcuno la pensa diversamente, non me ne frega un accidente.

Per esaltare i martiri, la categoria più imbecille del mondo, i furbacchioni imbottiti di risorgimentale retorica, concionavano che “chi per la patria muor, vissuto è assai!” E concordo perché un cretino disposto a morire specie per un acconto di patria come la nostra, evidentemente è vissuto assai, anzi troppo. E, per immolarsi, si vede che s’è stancato della vita. Diversamente non la sprecherebbe per un’entità astratta che, quando si materializza, è spesso nemica.

Poi, tra l’altro, la nostra patria è spuria: infatti non ha una madre, ma solo dei padri, di cui sarebbe stato meglio fosse rimasta orfana, ai quali, nel momento cruciale, prudevano le corna. Garibaldi, sposata la diciottenne contessina Raimondi, appena uscito dalla chiesa, fu informato da un bigliettino che la sposina era abbondantemente incinta di un bambino di cui lui sapeva benissimo di non essere il padre. La contessa Castiglione offriva generosamente per la patria il suo posteriore a tutti tranne che al cugino conte di Cavour che si macerava.

La “Bela Rosin”, amante in carica di Vittorio Emanuele II, sembra che non disdegnasse la compagnia di altri baldi giovanotti. Non Napoleone III, gli Inglesi ed il capitalismo fecero l’Italia, ma, secondo alcuni libri, fu quest’accozzaglia di cornuti a farla. Ed allora quale meraviglia se è un bordello?!

Ora, il nostro Presidente della Repubblica, insieme ad alcuni politici di spicco, invece di occuparsi di cose serie, o proprio perché non hanno alcuna voglia d’occuparsene, ad ogni piè sospinto insistono a sproloquiare di patria. Giusto loro, i nostri capi, che non appena gli fai boom con la bocca pretendono almeno due o tre divisioni di scorta, e che al sicuro in stanze ovattate e dietro pregiate scrivanie, con un fregio di penna, mandano i nostri ragazzi a morire in Iraq. In missione di pace, si dice. 

E va bene. Però se uno si presenta in casa nostra con missili, bazooka, bombe, carri armati, altri simili ordigni e, per salvare la faccia, una giratubi per allacciare l’acqua, non è fuor di luogo sospettare che vi giunga con intenzioni poco pacifiche.

I sacri confini naturali, le anime dei nostri morti, il Carso, per il quale tanti nostri ragazzi morirono senza nemmeno sapere di che “carso” si trattasse, il Piave, il cuore oltre l’ostacolo, Fratelli d’Italia e tutto l’altro ciarpame escogitato dal potere per guadagnarsi l’applauso dei gonzi, a me fanno pena. Ricordo Oscar Luigi Scalfaro, al quale assegno l’oscar dell’antipatia – si pensi che, lasciata la Presidenza, pretendeva due macchine blu, come se avesse due culi – il quale, quando la Lega anni addietro scherzava di voler la scissione dell’Italia in due tronconi, non perdeva occasione per rassicurarci che lui, nemmeno fosse una bella donna insidiata da un bruto, non ci stava.

La gente, che se ne strabatteva del fatto che lui ci stesse o meno, pensava soltanto che, se messa in grado di decidere, Bossi già da diverso tempo, avrebbe marcito in un manicomio. Poi arrivò Berlusconi e lo rese credibile, Bossi, non Scalfaro: l’impresa superava le umane possibilità.

Adesso Ciampi, evidentemente l’età gioca brutti tiri anche ad un razionale come lui, pretende che si canti Fratelli d’Italia alla minima occasione. Ed io rido pensando a Gianni Mosca - un grande umorista che non si capisce in base a quale malaugurato disguido di cromosomi abbia generato un figlio non particolarmente brillante come Maurizio – che, già nella copertina del suo splendido “La storia d’Italia in duecento vignette”, illustra i funerali di Remo patrocinati da Romolo. Il quale, al capobanda che gli chiede cosa suonare, risponde deciso: “Fratelli d’Italia!” Ecco chi sono effettivamente i fratelli d’Italia: quelli che si uccidono a vicenda. E non mi sembra il caso d’incoraggiare un seguito.

Mi perdoni, Presidente, se lo suoni e se lo canti lei l’inno, magari insieme a Berlusconi, Prodi e gli altri notabili che, con la scusa della politica, vivono a nostre spese. Noi Italiani, piuttosto che di retorica e sceneggiate varie, che ci fanno prima disperare e poi ridere amaramente, avremmo bisogno più di pace e giustizia, di sanità e di treni meno singhiozzanti che di cantate. Lasci fottere l’Iraq e si adoperi per portare la pace a Napoli.

E se a differenza di Baghdad in Campania non c’è petrolio, in compenso c’è abbastanza da ricostruire. Presidente, contrariamente a quel che scriveva Mameli, l’Italia non s’è desta per niente. Se l’avesse fatto, tanti di coloro che l’hanno eletta, a quest’ora, lastricherebbero con le loro anime le strade dell’inferno. Inoltre, il nostro inno, si domanda “Dov’è la vittoria?"

 Ci creda, Presidente, vorremmo saperlo anche noi visto che da sempre n’abbiamo sentito parlare, ma non l’abbiamo mai vista, a meno che Mameli, profeticamente, non si riferisse a quella dei mondiali di calcio del 1982. Noi altre non ne ricordiamo. E sembra che anche quella sia dovuta alla testa di un calciatore: l’unica funzionante in Italia. Eppure, a vedere strade, monumenti, larghi, piazze, vie e vicoli, non c’è stata scaramuccia in cui non abbiamo trionfato.

Hanno tentato di spacciarci per trionfo persino la batosta della seconda guerra mondiale: l’ha vinta la Resistenza, col secondario contributo, ovviamente, degli Alleati che, chissà perché, c’imposero la resa incondizionata.

Smettiamola con la retorica ed i monumenti ai caduti ed erigiamone qualcuno, sebbene a presente memoria, a quanti, resistendo all’impiedi, impediscono a questo nostro disastrato Paese di crollare definitivamente. Lei, Presidente, è al disopra delle parti. Ma mi creda, non è un gran merito essendo le “parti” abbondantemente al disotto non solo di lei, ma di tutti. Lei ha avallato la guerra di Bush, Blair e Berlusconi perché Saddam Hussein aveva le armi chimiche.

 E va bene, le posso anche concedere che Bush vi abbia carpito la buona fede, che tradotto in altre parole significa che, se non eravate d’accordo, vi ha fatto fessi, ma, poi, quando si è appurato che tali ordigni erano un’invenzione, perché insistere? Perché morissero altri ragazzi ed il potere desse fiato alle trombe delle celebrazioni con annesse passerelle e lacrime per carpire consensi?

Vede Presidente, io spero che in Italia non si trovi mai il petrolio, altrimenti corriamo il rischio che il nostro padrone americano si ricordi di qualche fuciletto elargitoci intorno agli anni quaranta, lo spacci per arma chimica, e ci dichiari la sua brava guerricciola quotidiana.

Ovviamente, una patria che si rispetti dev’essere zeppa, intrisa d’eroi per consentire ai tromboni di regime di osannarli, infiammare la plebe e spingerla a sacrificarsi per loro. Io non ho alcun rispetto per gli eroi e penso che molti di loro non lo siano per niente o almeno sono morti senza nemmeno sapere di esserlo. La fase più cretina della nostra storia fu il Risorgimento che ne è disseminato essendo proprio essi il concime della retorica.

Sventurato il popolo che ne ha bisogno,  scriveva Bertolt Brecht. In tal caso, nessun popolo è più sventurato del nostro che di eroi ne conta a migliaia, di ogni taglia, per tutte le fogge e per qualsiasi evenienza perché essi, che non hanno mai le rotelle completamente a posto, allignano soprattutto tra gli sconfitti.

E proprio per questo nessuno ne ha più di noi che le abbiamo sempre buscate e se qualche guerra abbiamo vinto fu solo perché ce la vinsero gli altri. Gli Svizzeri, per esempio, che di eroi non ne hanno, perché da popolo serio non ne hanno bisogno, per reperirne uno appena appena credibile, han dovuto inventarsi Guglielmo Tell che si guadagnò una discreta fama centrando mele sulle teste dei bambini.

La Calabria, che se non ne fu proprio all’oscuro partecipò alla larghissima al processo risorgimentale, da un po’ di tempo a questa parte, ha riscoperto i Martiri di Gerace. E, nel loro nome, le varie associazioni cercano di sbarcare il lunario alle spalle dei fessi celebrandoli ogni momento. Attirati dall’onorario, convergono professoroni dai luoghi più impensati d’Italia a spiegarci dov’è Gerace, chi erano quei cinque poveri ragazzi che, probabilmente, non sapevano nemmeno quello che facevano, il motivo per cui dobbiamo onorarli, insomma il solito, ben rumunerato bla,bla,bla di regime.

E Pantalone, che ormai è l’unico in Italia a farlo, paga. I professoroni ripiegano i fogli coi quali hanno molestato un’assonnata platea e li ripongono per una successiva occasione che, ormai è scontato, si proporrà a breve termine.

Io, al cospetto dei miei lettori, mi dichiaro un martire dei martiri di Gerace. Non ce la faccio più. Da Bianco a Caulonia, non c’è paesino che non li celebri. Ricordo, con dispiacere, quando ho dovuto dire di no, e penso che sia stata la prima ed ultima volta, persino all’amico Pino Italiano, che reputo uno dei relatori più interessanti, colti e seri:. Però nemmeno l’amicizia più disinteressata e consolidata mi convincerà ad assistere mai a celebrazioni del genere.

Se poi, come Pino ricorda, c’è in concomitanza una semifinale europea di calcio quale Olanda - Italia, allora è facile che non risponda nemmeno al telefono. Comunque gli dissi che i Martiri di Gerace, essendo ben cinque, gli potevano pure bastare: io non avevo nessun’intenzione di diventarne il sesto.

               

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