L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Storia e storielle

di Nicola Zitara

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Il presidente della regione Lazio vorrebbe che i libri di storia fossero depurati delle fesserie che contengono a proposito del fascismo e della resistenza al fascismo. In verità, non solo i libri per le scuole elementari, medie e medie superiori sono intrisi di un'assurda esaltazione della Resistenza, ma anche le opere dei massimi storiografi italiani del dopoguerra grondano di una cultura pseudogramsciana che fa venire il vomito agli autentici marxisti.

Andiamo per ordine.

La Resistenza non è un sogno ma un fatto. Potrebbe essere la motivazione ideale che unisce il paese, il comune sentire (per plagiare Bossi) degli italiani, se gli italiani non fossero fatti da un popolo con due società.

A prescindere da ciò, la Resistenza fu l'opera di un'eroica minoranza, e non un fatto di popolo, come si pretendeva subito dopo l'evento in Emilia e dintorni, per un evidente convenienza municipale. Gli otto o nove decimi dei partigiani che il 25 aprile del 1945 invasero le strade delle città settentrionali portando al collo un fazzoletto rosso, non avevano mai sparato un colpo di fucile, e meno che mai a un tedesco. Molti di loro, il giorno prima (il 24 aprile), indossavano ancora la camicia nera, e l'indossavano con qualche arroganza.

Anche ai ragazzi va detto questa verità, in modo che sappiano di che pasta erano fatti i loro nonni.

I ragazzi dovrebbero sapere anche che la retorica guerresca, in Italia, è stata sempre un'arlecchinata, a partire dalla cosiddetta unità. Serviva a tenere unito il paese ricorrendo a un alibi retorico, mentre chi governava usava due pesi e due misure. Qualche esempio. Nel corso della seconda guerra d'indipendenza morirono più francesi che piemontesi, ma i libri di storia si guardano bene dal mettere in luce il fatto che fu Napoleone e non i Savoia a battere gli austriaci.

Dopo la battaglia di Calatafimi, i mille di Garibaldi divennero più di ventimila. Nei decenni successivi, nei paesi e città d'Italia i garibaldini si trovavano a ogni angolo di strada. Ancora qualche tempo dopo, ventimila famiglie custodivano religiosamente la camicia rossa che era stata del nonno. Ma di quei ventimila solo un decimo aveva combattuto e rischiato la pelle per l'Italia una. Però a mostrare il pennacchio erano dieci volte tanti.

L'uso del pennacchio, questa volta veramente una penna, si ripeté con gli alpini dopo la Grande Guerra. In percentuale il contributo di sangue che a essa diedero i meridionali fu (purtroppo) più alto. Però non erano così muli da farsene un vanto, in un paese che li disprezzava deliberatamente, al fine di sfruttarli e omettere di ben governarli.

Ma c'è una sceneggiata che tutti possono rivedere attraverso i filmati dell'epoca. Milano, la città più fascista d'Italia, che si sveglia antifascista appena caduto il fascismo e fa ludibrio del cadavere del suo idolo.

In Italia non c'è solo la mafia, antico e nuovo male del Sud, alquanto comodo a chi il Sud deve sfruttare, ma ci sono anche, e diffusissimi, i voltagabbana (cosa di cui si occupò efficacemente un patriota, Giuseppe Giusti). Perché mai i giovani dovrebbero ignorarlo? Perché debbono ignorare che con la mafia non trescò solo qualche democristiano, ma tutti i partiti politici, l'amministrazione dello Stato e la magistratura?

Non so al Nord, ma certamente al Sud il fascismo operò un vero risanamento dell'idea che la gente aveva della politica. Al Sud i Comitati di Liberazione Nazionale rispolverarono il notabilato politico giolittiano, con tutta la corruzione e il marciume di cui esso era intriso. Perciò la caduta del fascismo non fu, per il Sud, una LIBERAZIONE ma la riapertura della rete fognaria con cui era stato governato in precedenza.

Ma questo non si scrive, né per i ragazzi, né per gli adulti.

L'insegnamento lasciato da Gramsci nei suoi Quaderni è stato ribollito su ordine di Togliatti, in modo che i comunisti apparissero i continuatori non tanto di Mazzini quanto di Cavour. La nazione di Togliatti è la stessa della nazione dei Savoia, di Giolitti, dei Perrone, del Corriere della Sera, degli Agnelli, degli Einaudi.

Gramsci (e credo anche il suo amico Gobetti) vedeva una nazione ancora da costruire, e non la nazione sabauda in appresso rifritta dagli storici botteghisti del dopoguerra. Si vedano Il Sud nella storia (badate!) d'Italia, di Rosario Villari e quell'altra cosa sconcia che porta come titolo Il mito del buongoverno, opera di Massimo Salvadori, neppure comunista.

Detto questo, è da chiedere (oltre che da chiedersi): Storace è d'accordo perché si riscriva la storia dell'Italia unita, la quale così come viene scritta per i ragazzi e per i giovani universitari è solo una puttanata antimeridionale?

Circa la falsificazione della storia meridionale, essa scala i secoli e i millenni, e arriva ai Greci e ai Romani. Non solo nei libri scolastici, ma in tutti i libri di storia che non siano stati scritti da stranieri, il Meridione è una nebulosa con poco corpo e senza anima.

Dove è scritto che la civiltà italiana è nata molto prima di Roma? Dove è scritto che gli italici lottarono contro la barbarie romana fino a farsi massacrare? In quale capitolo o pagina dei testi scolastici e dei manuali universitari è stato mai scritto che la colonizzazione romana fu, per il Sud, un regresso epocale? Che da questa condizione il Sud uscì soltanto per l'impulso dato dagli Arabi alla rinascita d'Europa? Che l'Italia comunale non nacque dalla testa di Giove o dalle gonadi di Alboino, ma dal contatto ravvicinato con il Sud arabo e bizantino, da cui imparò a scrivere e a fare di conto (Grottaferrata, Montecassino)?

In tutte le trattazioni relative all'età medievale e moderna, la diversa storia del Sud è presentata come un'anomalia della vera storia d'Italia, perché non si osa dire che l'Italia ebbe due storie. Ora, io chiedo a Storace: sei d'accordo che i ragazzi del Sud sappiano di Ludovico il Moro, di Francesco Sforza, del Conte Biancamano, dei Foscari, dei Medici, degli Estensi, e non sappiano del parlamento siciliano, dei sedili napoletani, della centralità europea di Napoli nell'arte della lana e della seta, della loro distruzione ad opera degli stranieri invocati in Italia da Firenze, degli arrendamenti ceduti a usurai fiorentini e genovesi, della fiscalità angioina, aragonese, spagnola, della fondazione di uno stato nazionale ad opera di Carlo III e di Ferdinando IV, della loro opera rivoluzionaria? O ti basta che imparino che i comunisti italiani si battevano per il Comintern quando la Decima Mas si batteva per Hitler?

Nicola Zitara

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