L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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© 2000 Nicola Zitara



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MESSAGGIO --- 18 giugno 2000  --- Risposta di Zitara

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comment: problema fondamentale : il "senso di appartenenza", nelle nostre terre meridionali,è, da sempre putroppo, riferito all' area circoscritta del paese, quando non della frazione. Il vantaggio che il Nord ha in una prospettiva indipendista, è anche questo.


Esiste al Nord, mi sembra, un senso di comunità "su più vasta base territoriale", almeno con riferimento ad una compatta area regionale.


P. es. in Campania : chi riuscirà mai a coinvolgere in un medesimo progetto concreto, non 1 ma 1000 napoletani, contestualmente a non 1 ma 1000 casertani, beneventani, aversani, irpini ...


anche al Nord le etnie sono più incerte di quanto i leghisti vogliano credere e far credere, ma al Nord in realtà a far da collante è l' intenzione di escludere i meridionali dal benessere


raggiunto (in gran parte a spese dei meridionali).


La mancanza di un vero comune sentire tra i popoli meridionali è pure alla base della debolezza del Sud.


Questa capillare frammentazione del senso di appartenenza, lo limita all' interno di unità teritoriali minime, spesso coincidenti con i singoli paesi, quasi mai con la provincia o la regione.
Guarda caso, avviene così anche nella spartizione del territorio da parte della delinquenza organizzata.


L' unica chance viene dal momdo della scuola.


E' essenziale cointeressare alla discussione della problematica autonomistica larghi strati di educatori.
I giovani parcheggiati nelle nostre scuole sono come ammalati che hanno il diritto di sapere di quale morte stanno per morire.
Com' è ovvio, ogni riscossa è mpossibile senza consapevolezza.
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Il comune dissentire

L'amico rileva - giustamente - che nel Meridione scarseggia il comune sentire, cosa che poi fa una nazione. Due meridionali assieme non fanno una società, ma una cosca, o come si dice nel linguaggio 'ndranghitistico, una 'ndrina. Quattro meridionali assieme non fanno una società in nome collettivo, ma due 'ndrine, per giunta antagoniste l'una all'altra.


Nell'autunno del 1860, decine di migliaia di contadini- soldati si accalcarono sotto le mura di Gaeta perché volevano combattere l'ultima battaglia con il loro re, che ai loro occhi rappresentava la libertà nella loro terra, il Regno, quella napoletanità che oggi abbiamo tutti perduto. E' significativo che ciò sia avvenuto uno o due mesi dopo che gli ammiragli e i capitani napoletani, che pure avevano giurato al re fedeltà fino alla morte, avevano venduto - stipulando il negozio fellone proprio sotto le finestre del palazzo che il re abitava - se stessi e l'intera flotta, che pure era tanto forte da poter facilmente affondare quelle sabauda, per poche decine di migliaia di lire e un posto in carriera.


Purtroppo, la nostra aristocrazia era composta essenzialmente dai discendenti degli usurai venuti da Genova e da Firenze a lucrare sugli arrendamenti regi e feudali. I grandi si sentivano sopra lo Stato e i medi e piccoli lo riconoscevano sono quando si trattava di scroccare qualcosa. Solo il popolo era patriota. A partire dai Vespri siciliani, la storia del popolino meridionale è punteggiata da ricorrenti sollevazioni: antifrancesi, antispagnole, la guerra per bande contro i Napoleonidi e contro i sabaudi. Ma i contadini e il popolino delle città, pur essendo patriotticamente motivati, politicamente erano plebe. Non avevano l'idea di Stato (come peraltro dovunque in Europa prima della rivoluzione industriale, solo che altrove le aristocrazie non venivano dall'usura; caso esemplare la Svizzera dove l'aristocrazia aveva un fare diremmo oggi democratico, ma anche in Sardegna le cose stavano meglio che a Napoli e in Sicilia).


Se gli aristocratici meridionali avessero avuto il sentire di Tommaso Campanella e di Masaniello, il nostro paese sarebbe diverso. In settecento anni di storia coloniale, l'aristocrazia sudica ha dato un solo patriota, Fabrizio Ruffo. Purtroppo era anche un uomo incline alla modestia (e forse troppo ubbidiente al papa), così non buttò a mare, e l'avrebbe ben potuto fare, Horacio Nelson e gli Hamilton, non incastrò come era giusto, Ferdinando e non rispedì in Austria Maria Carolina. Poteva essere un Cromwell e invece (lui che aveva salvato la patria) si fece cacciare da Napoli e accettò d'esser abbassato al ruolo d'ambasciatore. Insomma sprecò l'occasione storica che egli stesso aveva costruito.



Siamo una non nazione. L'unico impegno profuso con metodo e serietà dallo Stato nazionale italiano nel Meridione, da quando il Nord ha conquistato il Sud, è stato di squalificarlo nella capacità produttiva e nell'immagine. I padani, per svilupparsi, volevano un popolo di iloti, e lo hanno avuto. Hanno regalato ai ricchi le terre della Chiesa e il Demanio pubblico, hanno prezzolato i politicanti, hanno scatenato il clientelismo, hanno inaugurato il notabilato, hanno escogitato l'assistenzialismo, hanno governato contemporaneamente con carabinieri e con la mafia. Con i partiti nazionali e i sindacati nazionali hanno falsificato lo scontro politico. Et cetera.


Il Meridione è oggi un paese che si identifica solo per negazione. I meridionali sono italiani negati dalla stessa Italia. Affinché dal negativo passiamo al positivo, dobbiamo negare la negazione, cioè l'Italia. La quale non è stato e non è il nostro paese, la nostra patria. Dobbiamo erigere una statua a Fabrizio Ruffo e porla in Piazza Ferrovia, a Napoli, al posto di quel coglione di Garibaldi. Dobbiamo cambiare il nome a tutte le strade che s'intitolino ai Savoia e ai ministri (fra cui molti meridionali) che scorticarono in mille modi il popolo meridionale. Non dico dobbiamo suscitare l'odio per i settentrionali, che in fondo la loro storia la conoscono anche meno di quanto noi conosciamo la nostra, ma bisogna spazzare il mito nazionale a partire da Cavour e Garibaldi fino a Giuliano Amato, a Enrico Cuccia, alla Juventus e alla Ferrari.


L'obiettivo non è la rivalutazione dei Borbone. Questo lo faranno loro, lo stanno già facendo. Chi non ricorda le nobili incazzature di Federico Zeri? Chi non avverte che Bassolino si struscia sui ricordi di quei dinasti? Persino Ciampi lo fa. No, la procedura è un'altra: i meridionali debbono sapere finalmente su quali razzie piemontesi e nordiste, operate dello Stato, della Banca, dell'Industria, è stata edificata l'Italia degli altri. Su quali costi vivi, a carico del popolo meridionale, va avanti prosperosamente; si europeizza e si eurizza.


Un romano, in un momento di onestà intellettuale, disse del Sud dei suoi tempi, duemila anni fa: "Latifundia Italiam perdidere". Cioè lo scrocco dei senatori romani, che avevano cacciato i coloni dai loro poderi e messo gli schiavi al loro posto, ha rovinato il Sud (Italiam), ha portato a perdizione la più grande civiltà economica e culturale che il mondo avesse mai avuto prima d'allora; grande rispetto alla stessa Grecia; culla economica e culturale di quella Roma che la rapinava (Graecia capta ferum vincitorem cepit).


Cambiate le dimensioni in senso quantitativo e qualitativo, lo stesso è avvenuto e avviene con l'Italia unita. Purtroppo contro i barbari romani e i loro figli legittimi e spuri, ci siamo dimostrati imbelli. Torniamo in noi stessi come popolo, imparando quella storia unitaria che grida vendetta. Pensate per esempio alle due tratte ferroviarie Napoli-Reggio e Bari-Reggio. Nei libri di storia quella ferrovia è qualificata come un progresso. In realtà si trattò - e si tratta ancora - di due trivelle affondate nel cuore del paese napoletano, che ai napoletani non servivano. Noi le pagammo, ma esse servivano solo a portare i bersaglieri sui fronti di guerra civile che si aprivano o minacciavano di aprirsi al Sud; servivano a costruire la fortuna di un nullatenente nordista, di un grande intrallazzista, molto amato da Cavour (Bastogi). Ripeto, le pagammo, però esse distrussero le attività allora ancora vivaci di dodicimila velieri e ovviamente il futuro della cantieristica napoletana e siciliana, in sostanza il corpo centrale di quella borghesia attiva di cui il professor Gal-asso (piglia tutto) e i suoi accoliti che insegnano storia nelle università napoletane e siciliane avvertono il difetto (ma perché non si pigliano un po' di bicarbonato!). In verità la storia patria, quella che si legge sui libri degli storiografi italiani, è una sequela di falsità e omissioni. Pensate, per fare solo un altro esempio, che tra il 1868 e il 1890, il governo del re Savoia dovette ricostruire interamente la flotta distrutta dagli austriaci nella battaglia Lissa. Voleva farlo a Sampierdarena, ma gli ingegneri (per esempio il milanese Giuseppe Colombo) chiarirono che solo a Castellammare c'erano attrezzature e maestranze capaci di simile impresa. Da Castellammmare uscì la flotta più moderna del modo. Bene Castellammare fu subito liquidata e l'Italia s'impegno a costruire La Spezia. Un borgo di 3000 abitanti, già al censimento del 1901 ne contava più di centomila.


Questa è l'Italia. Liquidare il Sud economicamente e asservirlo culturalmente al Nord era un chiaro progetto del Cavour, che egli stesso mise in opera e che fu portato a una prima conclusione dalla Destra Storica. Fu poi proseguito da Depretis, Cairoli, Crispi, specialmente Giolitti; poi ancora da Mussolini, De Gasperi, Einaudi. Forse Fanfani e i socialisti nenniani avevano l'idea di cambiare rotta, ma la Confindustria e i sindacati, avallati da Togliatti, Longo, Berlinguer, La Malfa e De Martino, li bloccarono.


Se crediamo che negare la negazione porta, oltre che algebricamente, anche politicamente a un numero positivo, allora questo dobbiamo fare: sfrondare lo scettro ai regnatori per mostrare di che lacrime grondi e di che sangue lo Stato nazionale italiano. Le lacrime nostre - quelle della mia generazione, che partì per il mondo umiliandosi a dire che ci dava un tozzo di pane era bello, intelligente, buono e generoso; quello dei padri che in centinaia di migliaia - forse un milione - morirono o rimasero invalidi per difendere la libertà di Milano e Venezia minacciate dall'Austria; quella dei nonni, che piansero sulle loro ricchezze travolte, sui loro poderi inariditi, sui loro arnesi da lavoro resi inutili, davanti alle loro mense, su cui il pane non si vedeva più; che continuarono a piangere nelle stive dei vapori che li portavano in America, e che non smisero di piangere una volta arrivati a Buenos Aires a New York; infine quelle che piangiamo sui nostri figli e nipoti, senza più volto, felicità, speranza.


E' questa l'Italia. Eterna, immodificabile. Francischiello lo sapeva già nel 1860 (non vi lasceranno gli occhi per piangere). Quando tutti i meridionali lo impareremo, allora saremo un popolo. Perché la viltà maggiore dell'Italia è stata ed è quella di mentirci.


Nicola Zitara



MESSAGGIO --- 2 luglio 2000  --- Risposta di Zitara


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comment: Sei borboniano o giacobino ?


Mentre a Napoli litigavano capricciosamente i novelli "sanfedisti" ed i loro compagni di giochi "giacobini", il Sor Umberto ed il Compar Formigoni attendevano a ben più concreti affari.


Beninteso, anch' io mi riconosco nella necessità di considerare il Regno perduto come il


riferimento ideale più prossimo della nostra rivendicazione autonomistica. Ovvio, se no che


cosa ri - vendicheremmo ?


Ma la storia della nazione meridionale è intimamente tragica.


A questo canone fatale riconduco anche il tradimento perpetrato dalla aristocrazia napoletana proprio nei confronti della più illuminata monarchia d' Europa.


Non so se la mia vita di meridionale, oggi, avrebbe potuto essere migliore riuscendo la


rivoluzione del '99.


Nemmeno una vita di studio mi porterebbe ad una risposta certa.


Non è questo che mi interessa.


Quello che temo, piuttosto, è che stia avvenendo una sorta di spaccatura all' interno dell'


autonomismo meridionale, nella quale si dà del "giacobino" a qualcuno intendendo "ulivista", e ci si proclama "sanfedisti" magari come variante di "polisti".


Con buona pace delle emergenze dello oggi, che affliggono la mia vita di meridionale molto più delle gesta di Championnet (si chiamava così ?)


Vedranno mai i miei occhi stanchi una azione politica dei Meridionali consapevole e versata


lucidamente nell' oggi ?


Quella sì che farebbe paura.


Per questo io sogno di vedere statistiche, previsioni, studi econometrici e commenti puntuali delle iniziative antimeridionali che la Lega propugna nel parlamento italiano.


E dopo si vada pure in pizzeria con la coccarda sul petto, ciascuno scegliendo il colore che


gli si intona.


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Non sono giacobino


Al principio della mia personale separazione dall'italianità (politica ma non culturale), diciamo trent'anni fa, anch'io dovetti propormi il quesito.


Intanto preciso: non sono giacobino, ma marxista. Ho cominciato (1944, avevo diciassett'anni) con l'essere iscritto al PSI. Venti anni dopo, responsabile di una federazione del PSIUP, mi resi conto che la sinistra italiana, al Sud, non faceva sul serio. La sinistrità era solo una pagliacciata per beccare voti. Nelle vulgata extraparlamentare non era una novità, ma passava come critica alla socialdemocrazia.


La mia posizione era diversa. Non criticavo la socialdemocrazia, che all'interno dei paesi sviluppati può essere una versione dignitosa della pratica socialista, ma la doppiezza. Insomma il fatto che secondo Gramsci gli operai dei Consigli di fabbrica, instaurando il socialismo a Torino avrebbero redento i contadini meridionali.


Prima di tutto, gli operai difendevano il loro interesse soltanto, in secondo luogo si beccavano il voto dei contadini per far meglio i propri interessi pratici.


Sono rimasto marxista, uno dei pochi marxisti che cinquant'anni fa non erano anche comunisti, leninisti e bolschechi. Ma sono un marxista meridionale. Sicuramente internazionalista, ma altrettanto sicuramente convinto che il comunismo dei beni finisce per non essere più comunismo, perché diventa dittatura dei furbi che sostengono il regime, e che il comunismo delle patrie non significa che tutte le formazioni sociali sono identiche e possono entrare tutte in un calderone. Al contrario, all'internazionalismo ideale politico deve corrispondere l'autonomia (la libertà) di ciascuna formazione sociale di governare da sé la propria economia.


Il primo problema del popolo meridionale è che tutti arrivino a produrre e a guadagnare (quello che chiamano occupazione). In Baviera o in Carinzia avranno un problema opposto. Dico a caso: processi selvaggi di arricchimento capitalistico. Sud italiano, la Baviera e tutti gli altri devono avere un tavolo comune di decisioni quadro, ma poi ogni formazione socio-economica si gestisce i problemi propri.


L'esempio spiega anche che personalmente ritengo superato lo Stato nazionale, in cui nazionale è una qualificazione posticcia, in quanto lo Stato è stata una creazione feudale, e come tale continua a comportarsi, con regioni regie e regioni infeudate.


E allora i Borboni che ci azzeccano?


L'uomo non è solo natura, ma anche storia. Ogni formazione sociale è il prodotto unico di un ecosistema a cui natura e produzione hanno dato nel tempo una identità. La cultura padanista imperversante nelle università e case editrici unitarie ha degradato in volgarità la nostra identità storica. Il peperoncino rosso, la pasta e fagioli, la pizza, i capelli neri, il pescespada, i battenti al Venerdì Santo, il folclore popolare e popolaresco sono un camuffamento, corrispondono alla negazione della nostra identità storica, una cosa che l'Italia ha fortemente voluto e vuole.


In questo quadro di operazioni falsamente colte e falsamente culturali, i Borbone sono l'ultimo istante in cui siamo stati liberi di essere noi stessi. Fabrizio Ruffo è il nostro eroe. Le schiere di Santa Fé sono la nostra epopea. La canzone napoletana è l'appassionato rimpianto del nostro essere stati.


Storicamente parlando, poi, i Borbone ebbero il merito di portare il Napoletano e la Sicilia fuori dalla schiavitù spagnola e genovese. Promossero i commerci e lo sviluppo delle colture mediterranee, che poi tanta ricchezza avrebbero portato all'Italia unita (padana). Avviarono una politica industriale. Certo non eccelsero in materia di liberalismo, certo si fecero usare dall'Austria e dall'Inghilterra. Ma l'Italia-una non si fece usare dai nemici della Francia, che pure aveva dato il suo sangue per fare l'Italia? E poi non portò il popolo italiano a due guerre disastrose, a dei meschini tradimenti dell'onore nazionale?


Per questi motivi, non credo d'essere in contraddizione quando sono contemporaneamente un rivoluzionario sociale e un meridionale che ama essere parte sua nazione.


Quanto all'ulivismo e al polismo, credo che ci sia o che ci potrebbe essere. Gli italiani, specialmente i meridionali, vengono da 2600 anni di storia politica. Perciò sono scettici, a volta cinici, quasi sempre pagnottisti. Badano all'oggi.


Scelgono solo nei grandi momenti, negli accadimenti capaci di cambiare veramente il corso della storia. Credo che siamo a un passaggio del genere. Mentre le due precedenti crisi di sovrappolazione (indotte dal malgoverno italiano) si dissolsero nell'emigrazione, la crisi presente potrebbe avere un dissolvimento solo se ci trasformeremo in marocchini.


Non so se ci piegheremo. Per ogni evenienza è opportuno un progetto alternativo. E magari un nucleo rivoluzionario.


Intanto l'Italia procede a separarci, a ri-trasformarci in marocchini.


Io sto facendo ciò che la mia personale coscienza mi suggerisce. Il resto, dicevano i vecchi di una volta: come vuole Dio.



MESSAGGIO --- 3 luglio 2000  --- Risposta di Zitara


name:


comment: Ho letto con interesse i testi pubblicati in questo sito e concordo con la vostra


impostazione del problema autonomistico.


Anche lo scambio di messaggi sin qui avvenuto ha confermato questa impressione di sintonia.


Vorrei ancora sapere, però, quale rapporto intrattenete (se lo intrattenete)con la lega sud di Vestuto.


E cosa pensate di lui e del suo movimento.


So che ad una manifestazione tenutasi in Napoli qualche tempo fa ("L' Italia che non c'è


più")hanno partecipato sia Nicola Zitara che il leader dei leghisti meridionali.


Questo certo di per sè non significa nulla.


Ho letto diversi articoli di Vestuto.


Nell' ultimo che ho letto, pubblicato sul quotidiano ufficiale della Lega "La Padania", egli, descrivendo al solito Napoli come piace ai leghisti, giungeva tra l' altro ad affermare che nella città, poco prima delle ultime elezioni qualche candidato (a lui non simpatico)avrebbe effettuato una distribuzione di generi alimentari nei quartieri popolari.


Non so che mi ricorda 'sta storiella ...


Quello che penso io di Vestuto, del meridionale Vestuto, e della lega sud mi astengo dal dirlo espressamente per eleganza, avendo già scelto di non firmarmi.


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Come uomo del Sud


Conosco Vestuto e sono stato suo ospite in occasione di una manifestazione da lui indetta. Mi pare d'avere capito che i suoi progetti politici sono molto modesti. Pertanto c'è una forte stonatura fra la bandiera che sventola e le cose per cui la sventola.


Che abbia legami con i bossisti è assolutamente evidente. Che ciò sia un errore è altrettanto evidente.


Come uomo del Sud non lo faccio peggiore di altri. Dopo aver perduto la nostra identità culturale e nazionale, i meridionali siamo tremendamente esposti al pericolo di aggrapparci incongruamente alle idee e ai progetti altrui, a cose e fatti che non ci riguardano. Vincenzo Cuoco, chiamo tale mancanza di ancoraggio "rivoluzione passiva". Sulla sua scia possiamo dire che Vestuto è un meridionalista passivo.



 

MESSAGGIO --- del 1° dicembre 2000  --- Risposta di Zitara


> name: Francesco XXXXXXXi

> comment: Chi vi scrive è un ragazzo romano di 20 anni;da indipendentista di sinistra o per meglio dire da convinto sostenitore di un indipendentismo rivoluzionario quale strumento di liberazione nazionale e sociale,non posso che portarvi la mia piu' convinta solidarietà.Mi chiedo e soprattutto chiedo a voi quale ruolo può avere Roma in questa battaglia di liberazione dal giogo centralista e dal dominio della grande borghesia padana;spero che in nome dell'antica solidarietà tra i nostri popoli,entrambi vittime di un'invasione colonialista avvenuta contro stati sovrani in piena violazione di ogni diritto internazionale(anche se certamente non rimpiango lo stato teocratico!),si possa lottare insieme per l'indipendenza di tutto il centro-sud(Roma potrebbe essere una città libera federata ad un autonomo stato meridionale).In attesa di vostre notizie e commenti vi invio fraterni saluti.Grazie per l'attenzione,Francesco

> how: Motore di ricerca

> answer: Si

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Caro Francesco,


sicuramente le dispiacerà sentire che la mia opinione è molta diversa dalla Sua. Gli intrallazzisti torinesi, genovesi e fiorentini, da cui nacque il cosiddetto capitalismo padano, dopo il trasferimento della capitale da Firenze a Roma, si sedettero a un tavolo con i principi romani, i quali logicamente parlavano anche per conto dei cardinali, e si accordarono a tenere la Città esente da industrie. In cambio essa sarebbe stata il teatro della più sfrenata speculazione edilizia, cosa che in effetti ci fu, e le spese furono caricate sulle spalle di tutta la nazione. Sull'argomento esistono parecchie analisi, specialmente di urbanisti (Benevolo, Zevi) e fra gli storici (per es. Paolo Alatri).

Da tempo, la classe politica meridionale ha posto la tenda del comando a Roma. Né era possibile una cosa diversa, perché il Sud aveva una sola Città, Napoli, e l'unità l'ha sterilizzata. Dalla postazione romana, la borghesia meridionale attira alle sue male arti una parte della classe politica del Centro e del Settentrione, al fine di tenere saldamente nelle mani della massoneria e della curia il potere, mentre lei scrocca soldi all'intero popolo italiano. In sostanza, su questo punto, do ragione a Bossi.

Ovviamente la bassa burocrazia e il popolo romano sono ridotti alla condizione di proletariato straccione, né più né meno che il popolo meridionale. Però, se il proletariato è universale quanto il padronato, oggi come oggi, il massimo che può fare è di ricostruire il proprio paese e di portarlo alla libertà. Solo un'azione vincente al centro dell'impero, cioè a New York, Boston, San Francisco, potrebbe far cambiare l'intero mondo in un solo giorno.

Gli interessi del proletariato romano e del proletariato meridionale non coincidono, ed è meglio non fare confusioni per adesso. In un futuro, che non potrò vedere per legge di natura, l'angolo visuale potrebbe essere diverso. Penso, comunque, che Mussolini avesse ragione quando avviò Roma sulla via dell'industria cinematografica. La prova si è avuta dopo la caduta del fascismo, tra il 1945 e il 1970, allorché il cinema italiano riuscì a compiere una rivoluzione di valenza mondiale. Ricordo questo perché la via giusta per la crescita della Città non mi pare possa essere quella antica dei pellegrinaggi.

O comunque, non solo questa. E non solo il turismo. Mi pare che Roma - storicamente la prima capitale (nel senso imperiale e nel senso rinascimentale e papale) d'Europa - possa far valere il suo peso europeo. Ma per farlo deve liberarsi sia del Sud sia del Nord. Oggi è vista come un fardello da entrambe le parti, ma è l'opposto: il fatto d'essere capitale d'Italia è stato negativo proprio per Roma, sia a livello culturale sia a livello produttivo. Secondo me, se non avesse avuto dietro una nazione concorrente con la Francia e la Germania, qual era l'Italia, alla costituzione del MEC la capitale d'Europa non sarebbe stata Bruxelles.

Ma Roma ha un altro handicap, rispetto al suo ruolo di madre d'Europa, nella sua composizione sociale fortemente caratterizzata dalla piccola e piccolissima borghesia impiegatizia, più meridionale che europea. Io credo (ma naturalmente posso sbagliarmi) che un giovane romano dovrebbe battersi per la dilatazione degli orizzonti professionali e culturali di questa borghesia, che è destinata dal luogo stesso in cui vive a essere una classe di produttori di servizi. Milano e Trieste lo stanno facendo da tempo, mentre Roma ancora non ha cominciato. Credo, insomma, che una cosa sia riempire scartoffie e che cosa ben diversa sarebbe produrre organizzazione per un continente molto variegato, qual è l'Europa.

Se l'Europa comunitaria continuerà il suo cammino, gli Stati nazionali dovranno scomparire e lasciare il posto a macroregioni autonome. Però le regioni italiane sono troppo piccole perché una sola dia luogo a una formazione sociale autonoma. Lazio, Abruzzi e Marche, e forse anche Toscana, Umbria e Romagna, fino a Bologna, dovrebbero formare la macroregione dell'Italia centroappanninica.

Il destino del Sud è diverso. Si tratta di una componente dell'area mediterranea orientale, che ha il suo epicentro a Cipro o a Creta. Anche come ponte tra l'Oriente e l'Europa, il Sud è l'ultima stazione dell'Oriente prima d'entrare in Europa, ma non l'ultima stazione dell'Europa per entrare in Oriente. Finché l'Oriente è rimasto vitale, la funzione di ultima stazione d'Europa la svolsero Genova e Venezia. Palermo, Amalfi, Napoli, Bari erano invece Oriente che si proiettava verso l'Europa. L'Europa è per noi meridionali un'imposizione; un carattere posticcio, come fu la romanità al tempo di Roma imperiale. L'europeismo del Sud italiano è una sciacquatura di bocca per deputati, sindaci e giornalisti volutamente ignoranti. Il Sud non deve guardare all'Europa, ma vivere, nel bene e nel male, la sua vita mediterranea, con gli altri popoli di questo mare.

Il fatto che tanto Roma quanto il Sud debbano recuperare il loro ruolo, stravolto dall'occupazione padana, non può confonderci le idee. Centroitaliani e italiani del Sud possiamo allearci per combattere una concezione dell'essere e del produrre contraria a entrambi. Ma Roma deve farlo per cambiare la sua propria casa, riportandola alle regole che essa stessa ha dettato nei millenni, mentre noi dobbiamo uscire da questa casa, che non è la nostra.

Cordialmente Nicola Zitara


 

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