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In Sicilia tre agricoltori in sciopero della fame
La rivolta di Chlihat Entra in vigore accordo UE-MAROCCO
Accordo UE-MAROCCO (Parte 1) Accordo UE-MAROCCO (Parte 2)

Accordo UE-MAROCCO (Parte 1)

di Angelo D'Ambra

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6 Marzo 2012


Il 16 febbraio 2012 il Parlamento europeo ha approvato un accordo col Marocco che danneggerà nel breve periodo l’economia mediterranea, indi quella meridionale, e nel medio periodo sconquasserà la stessa economia marocchina. Si sono convenute misure di liberalizzazione dei prodotti agricoli e della pesca in base alle quale i prodotti agricoli marocchini, ortaggi, fiori e pesce, potranno entrare entro i confini dell’UE senza pagare dazi. La liberalizzazione immediata riguarda il 55% dei dazi sui prodotti agricoli e della pesca dell’UE, mentre il Marocco dovrà procedere ad una liberalizzazione spalmata su dieci anni del 70% dei dazi sui prodotti agricoli e della pesca europei, contro l’attuale 1%. La scelta dell’UE è caduta sul Marocco perché il paese ha una struttura produttiva caratterizzata da una filiera ortofrutticola specializzata nell’export di agrumi e pomodoro. L’accordo fatto con l’intento apparente di contribuire a risolvere i problemi sociali ed economici del Marocco permetterà ai Paesi del Centro Europa di ottenere ortaggi e fiori a basso prezzo, quindi con enormi risparmi, ma penalizza il commercio degli agricoltori e dei pescatori meridionali che subiranno un crollo netto degli utili di fronte alla concorrenza marocchina che non segue le medesime direttive in materia di scambi commerciali e tutela dei consumatori imposte agli operatori agricoli e ittici meridionali dall’UE con conseguente aumento dei costi di produzione. L’arancia siciliana che oggi costa la miseria di 7 centesimi si troverà a competere con un’arancia marocchina che ne costerà 5 o 6. Il Marocco in cambio dovrà abbattere nel giro di 10 anni le sue barriere doganali e farsi invadere dalle merci industriali mittel-europee.

La genesi di tale accordo è ben descritta da Nicola Zitara nelle sue più vecchie pubblicazioni. La grandezza di un intellettuale è, del resto, evidente proprio quando a distanza di trenta o quarant’anni le sue analisi restano attuali; in Unità d’Italia. Nascita di una colonia, Zitara recupera la teoria internazionale della divisione del lavoro e ci spiega come ogni Paese, attraverso il suo originale percorso storico, finisce con lo specializzarsi in una produzione specifica. Nel caso delle colonia la specializzazione non risponderà alle esigenze del benessere della sua gente, ma alle esigenze dei dominatori, dei colonizzatori. Ciò è valso anche per il Meridione che, industrializzato sino al 1861, si è dovuto reinventare agricolo nel sistema di colonialismo interno tosco-padano. Il colonialismo è, in definitiva, il prodotto politico dell’organizzazione economica capitalistica; esso condensa le cause e i tratti della divisione del lavoro e l’origine dello sviluppo capitalistico stesso. Quando i conquistatori europei varcarono i confini continentali trasformarono le terre di mezzo mondo in latifondi e vi istaurarono economie finalizzate a rispondere alla domanda della “madre patria”. Questo “modello di sviluppo” in funzione della domanda che proveniva dalle nazioni ricche, rendeva la colonia incapace di un autonomo percorso politico e sociale. Il Brasile, per esempio, prosperò con l’esportazione di zucchero fino al 1635 poi progressivamente andò specializzandosi nel produrre caffè; l’Africa esportò prima schiavi per le piantagioni, poi visse un processo di specializzazione (cui corrispose la diffusione della moneta e del lavoro salariato, ovvero l’espansione coloniale europea) che fece del Kenya il principale esportatore di mais, caffè e sisal, l’Uganda esportò il cotone, il Gabon il legno, l’Africa equatoriale l’avorio e il caucciù, la Rhodesia del Nord il rame. Si tratta, dunque, di  coltivazione finalizzata non al soddisfacimento dei bisogni alimentari della popolazione ma all’economia d’esportazione. Intorno alla metà del Novecento, la comunità internazionale volle vedere nello sfruttamento monoculturale della terra l’origine della fame e delle malattie del Terzo Mondo e per combattere questi effetti insisté nel liberalizzare le colture. Il vero risultato che si volle ottenere fu il consolidamento dei rapporti di forza: oggi i Paesi africani producono grosso modo le stesse merci, le stesse di quelli mediterranei e dunque del Meridione. Ciò in un sistema globale. in cui la merce è internazionale, vuol dire deprezzamento.

L’abbandono della monocultura, lungi dal divenire premessa di sviluppo, ha generato nuova miseria, ha accresciuto l’impoverimento col ribasso dei prezzi delle produzioni agricole. Si sono diffuse le stesse colture con l’intento di fare abbassare i prezzi a tutto vantaggio delle metropoli imperialiste. Leggiamo nel capitolo IV del citato Unità d’Italia. Nascita di una colonia: “mettendo uno contro l’altro i paesi produttori e stimolando una permanente sovrapproduzione, i prezzi dei prodotti agricoli coloniali e delle materie prime perdono quota nel rapporto di scambio con i beni industriali”. L’opposizione a questo accordo la nostra gente l’ha delegata allo stato italiano, si è affidata al lupo (che nella migliore delle ipotesi promuoverà un rigurgito sciovinista). A noi pochi l’onere di alzare la voce.


SENATO APPROVA MOZIONE GRANDE SUD SU ACCORDO UE-MAROCCO - 10/05/2012








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