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In Sicilia tre agricoltori in sciopero della fame
La rivolta di Chlihat Entra in vigore accordo UE-MAROCCO
Accordo UE-MAROCCO (Parte 1) Accordo UE-MAROCCO (Parte 2)

Accordo UE-MAROCCO (Parte 2)

di Angelo D'Ambra

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24 Marzo 2012


“Il processo a base mondiale di divisione internazionale del lavoro, iniziato agli albori del secolo XIX e giunto a compimento già ai primi decenni del presente secolo, il gioco degli scambi internazionali (dagli sciocchi e dai prevenuti considerato libero, ma tutt’altro che libero) assegnò al Mezzogiorno d’Italia un preciso ruolo politico - economico: di assicurare, assieme ad altri paesi dell’area mediterranea, ai paesi sviluppati del centro - Europa alcuni consumi alimentari, cioè l’olio, il vino e gli agrumi. Da tale specializzazione il Mezzogiorno ci ha ricavato ciò che, per esempio, il Brasile ricava dal caffè o Ceylon dal the: la miseria e la subordinazione politica”, così scriveva Zitara in Il Proletariato esterno e presagiva: “E’ probabile che il Mezzogiorno s’impegnerà anche per l’avvenire a produrre sempre più e sempre meglio vino, olio e agrumi, come il Brasile più caffè e l’Arabia Saudita più petrolio, ma che, non diversamente dal caffè e dal petrolio, le sue produzioni varranno sempre di meno nel quadro degli scambi mondiali”.

In effetti, le relazioni intrecciate tra le aree di sviluppo e le aree di sottosviluppo sono assai complesse, generano nuovi rapporti di subalternità e scalfiscono di continuo gli equilibri economici e sociali. Gli impulsi delle dinamiche economiche sull’organizzazione della politica guidano questi cambiamenti spesso senza mai emergere in superficie. Il risultato è la svalutazione continua delle produzioni. Il recente accordo tra UE e Marocco rinnova la logica del giogo coloniale con le nuove sembianze del land grabbing, l’accaparramento di terra coltivabile su scala mondiale. A pochi è noto infatti che l’UE nel 1999 ha stanziato circa 51 milioni di dirham a sostegno di un programma di privatizzazioni in Marocco che ha coinvolto imprese statali e terre demaniali. Dal 2009 il governo di Rabat ha completamente abbandonato la gestione diretta delle sue terre agricole per affidarle ad imprenditori privati con contratti pluridecennali. A distanza di pochi mesi, preso vigore il flusso di transazioni fondiarie e raggiunta oggi una sostanziale immobilità del mercato terriero marocchino, l’UE è passata a concertare l’accordo col governo nordafricano in modo da tutelare l’investimento dei suoi grandi imprenditori. In altre parole a trarre giovamento dalle nuove misure pattuite col Marocco sono proprio le compagnie multinazionali europee (dunque anche quelle settentrionali e perché no anche imprenditori meridionali) che hanno acquistato i terreni coltivabili marocchini (o sono pronti a farlo visto che nella provincia marocchina di Guelmin sono in vendita 700.000 ettari) e adesso intendono affermare le loro produzioni sottocosto sul mercato UE per aumentare i loro profitti altrimenti limitati dal protezionismo comunitario.

Il land grabbing sta divorando l’Africa. Il 50% delle terre coltivabili del Madagascar, per esempio, è di proprietà della Daewoo Logistics, una multinazionale sudcoreana che ha concretizzato il suo acquisto nel novembre 2008 dopo diverse annate segnate da una vorticosa impennata dei prezzi di grano, riso e soia sul mercato internazionale. La restante parte dei terreni dell’isola è sostanzialmente nelle mani di una multinazionale mineraria canadese, la Sherritt International Corporation. Più in generale si stima che dal 2000 ad oggi le multinazionali si siano accaparrate una fetta d’Africa pari a circa otto volte il territorio della Gran Bretagna. Tra le multinazionali italiane l’Eni ha acquistato 180.000 ettari in Congo, Green Waves 250.000 in Benin e l’Agroils di Firenze 250.000 ettari in Senegal, Camerun, Ghana e proprio nel Marocco. La logica che muove queste azioni nel mercato fondiario africano è la solita: tenere sotto controllo i prezzi dei prodotti agricoli, ma anche incrementare la produzione di biocarburanti (pare infatti che il 37% delle negoziazioni abbiano come finalità la produzione di biocarburanti, l’11,3% quello di promuovere produzioni agricole e l’8,2% quello di ottenere legno ed estrazioni minerarie). L’impatto sociale e ambientale di queste politiche è folle: le produzioni agricole assorbono circa il 70% del consumo idrico e per coltivare 1 kg di pomodoro in Marocco si necessita di 100 litri di acqua, mentre in Europa ne bastano 10.

L’Ue quindi salvaguarda la sua dinamica di crescita con l’organizzazione parallela, nelle sue periferie e in Marocco, della produzione di merci identiche con produttività ineguali a svantaggio delle aree periferiche e a tutto vantaggio del centro che in realtà gestisce la stessa produzione concorrenziale marocchina.

Probabilmente il Marocco non vivrà la rivolta popolare che il 26 ottobre del 2011 in Senegal ha impedito che 20.000 ettari finissero nelle mani della italiana Senethanol per la produzione di biocarburanti. Probabilmente neppure il Sud vivrà qualcosa di pur lontanamente simile. Non sappiamo oggi chi siano gli imprenditori europei che hanno acquistato terre coltivabili in Marocco e che hanno ottenuto l’Accordo, segnaliamo però che quando il progetto di vendita delle terre demaniali marocchine fu presentato in Italia alla Confagricoltura i vertici di questa organizzazione, oggi in prima fila tra chi si lagna, così commentarono: ”la disponibilità di terreni agricoli in un Paese vicino, con un mercato aperto, un livello di sicurezza buono e fondamenta economiche sostanzialmente sane, è particolarmente stimolante per le imprese agricole italiane, che negli ultimi due anni hanno guardato agli investimenti diretti all’estero con notevole cautela, condizionati anche in questo caso dalla pesante crisi economica”. Non esiste cretino che sia silenzioso ad una festa.


SENATO APPROVA MOZIONE GRANDE SUD SU ACCORDO UE-MAROCCO - 10/05/2012








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