L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Inanissima pars Italiae

di Angelo D’Ambra

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6 aprile 2013


Con la sovrastruttura che sempre tende a conformarsi ai rapporti di produzione, tutto è diventato una landa desolata in cui solo lo stillicidio di miliardi filtrati attraverso impalcature burocratiche e labirinti di appalti e clientele ha impedito le esplosioni sociali. Come lo sviluppo passa inevitabilmente per agenti e strutture dello sviluppo, così il colonialismo si alimenta tramite agenti e strutture del sottosviluppo. In questo ambito si inserisce la corruzione come fattore di intermediazione e controllo ed il potere, centro propulsore della corruzione, come monopolio delle intermediazioni.

Siamo nel cuore del Mediterraneo, potremmo essere il centro di uno dei grandi snodi dell’economia internazionale; Molise, Abruzzo e Puglia tendono la mano ai Balcani, Sicilia e Calabria alla costa africana, Napoli e Salerno volgono il loro sguardo alla penisola iberica, mentre la Basilicata rappresenterebbe la regione chiave per la viabilità interregionale con Taranto e Gioia Tauro hub di transhipment dal potenziale inesplorato, ma la questione non risulta essere di grande “appeal”. Non si tratta di insufficienza di fondi a disposizione, di confronti spinosi tra ipotesi favorevoli e contrariare, si tratta di completo disinteresse del mondo accademico e politico.

Fra il 2005 e il 2011 Gioia Tauro ha perso il 10% della propria quota di mercato mentre Port Said, Malta e Valencia l’hanno aumentata del 134%, del 79%, del 66%. I porti del Maghereb hanno incrementato la propria quota di mercato dal 18% al 30% a discapito dei porti di Gioia Tauro e Taranto, che sono passati dal 28% al 16%. I nostri porti fanno rumore solo per inquinamento e ‘ndrangheta. Una volta si diceva sull’agricoltura, qualcuno ipotizzava sull’industria chimica, nel frattempo sapevamo che si stavano costruendo le infrastrutture per il de-collo industriale (ma il collo ce l’avevano tagliato da tempo) mentre nell’entroterra erano i centri commerciali a dover essere il volano dello sviluppo. 

Ci si risveglia tutti sudaticci, la mano sulla fronte, un attimo per aprire gli occhi appiccicati e ci ritroviamo con l’agricoltura a pezzi, l’industria abortita, le infrastrutture mai nate ed i centri commerciali che svettano in quello che ormai non è più entroterra: è sottoterra. La separazione in se non è la soluzione, è una premessa non sufficiente ma necessaria. Bisogna costruire la separazione giorno per giorno, tessere una fitta intelaiatura di rapporti sociali perché più difficile sarà sbarazzarsi delle strutture e degli agenti del colonialismo quando essi si vestiranno di macroregionalismo e furore nazionalista meridionale.


















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