L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Sul Manifesto di Di Giacomo

Angelo D’Ambra


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6 settembre 2012

Dividiamo il tempo di vita del capitalismo in almeno due momenti a noi noti. Il primo è quello della lunga preparazione: scoperta delle Americhe, grande affluenza di oro, ampliamento dei mercati. Una parentesi mercantilista che con la spoliazione delle periferie segna la nascita dell’accumulazione capitalistica e lancia lo sviluppo tecnologico e la rivoluzione industriale. La seconda fase, compressa tra Ottocento e inizio nuovo secolo, è quella del successo del capitalismo (tra numerosi tentativi di ribellione nelle periferie, probabile presagio della terza fase di declino) con l’affermazione del polo imperialista anglo-americano. La vicenda delle Due Sicilie si scandisce in questo quadro generale, a cavallo tra la prima e la seconda fase: le Due Sicilie conquistate diventano periferia, la loro spoliazione permette il salto economico del “centro”, in questo caso l’area tosco-padana, ed esse vivono gli effetti deleteri dell’accumulazione: sfruttamento e diniego socio-culturale. La conquista piemontese avviene nel secolo in cui inglesi e statunitensi si dividono il Mediterraneo e segue per importanza la vittoria su Napoleone e le guerre barbaresche nei piani dell’imperialismo anglo-americano.


Per chi scrive la questione meridionale non è una sorta di blocco psicologico dei meridionali (tesi della minorità), non è il risultato degli orientamenti dei loro consumi (tesi dei comprasuddisti), non è l’esito della privatizzazione dei sistemi bancari (tesi dei signoraggisti), non è il problema del crimine (tesi Saviano), tantomeno è questione linguistica o etnica (tesi nazionalista) o disagio di un popolo cattolico che non riesce ad integrarsi in una Europa liberale (tesi tradizionalista). Alcune di queste citate tesi pongono l’accento su elementi conseguenti alla questione meridionale, scambiandoli per la questione stessa, altre semplicemente sono delle finte tesi. La questione meridionale è gestione del sottosviluppo.


Lo Statuto siciliano è il frutto di un temporaneo indebolimento del capitalismo italiano travolto dalla guerra; nel giro di pochi anni il sistema, supportato dalla borghesia nostrana, ha saputo imbrigliare i movimenti sociali e politici confezionando Statuto, Riforma Agraria e Cassa del Mezzogiorno, presentandoli come conquiste progressiste e facendo apparire come vittorie delle vere e proprie gabbie costruite per meglio amministrare la colonia e le sue esplosive condizioni sociali. Come le lotte contadine sono state frenate con la riforma agraria ed il Piano verde, così l’indipendenza siciliana è stata ingabbiata entro le sbarre di un’apparente autonomia. Chi ha guidato e continua a guidare quei movimenti bada ed ha badato solo a fare affari con lo stato occupante, a gestire appalti, sussidi e clientele, a contrattare i termini di un “magna magna” che avrebbe invece potuto incrinarsi dando la terra ai contadini e che potrebbe spezzarsi con la separazione.

Va da sé che per borghesia non intendiamo il senso etimologico del termine (borghese = abitante del borgo), né quello sociologico (borghese = mercante), né quello marxiano (borghese = possessore dei mezzi di produzione); intendiamo col termine borghesia un ceto parassitario che vive di rendita e appalti, corrotto e corruttore, che è depositario da sempre della gestione della colonia. Il meridionalismo (a cominciare da Fortunato per finire a Dorso e Compagna) è stato una delle espressioni politiche di questa borghesia, incarnando progetti di carriere politiche o accademiche. Se il separatismo siciliano addirittura si affidò al lupo, al polo imperialista anglo-americano, tale deficienza fu tutt’altro che casuale: fu dovuta al fatto che la guida del movimento era costituita appunto da una borghesia isolana famelica che sognava di governare lo sfruttamento capitalistico prima senza i freni legislativi della monarchia borbonica e poi senza quella sanguisuga del capitale tosco-padano.


Il meridionalismo, in ogni sua sfaccettatura, propugna in definitiva la riorganizzazione dell’economia italiana in modo da favorire una certa borghesia meridionale (anche se sulla carta preferisce parlare più populisticamente di “favorire il Sud”, come se questo fosse privo di ceti dagli interessi contrastanti). Di Giacomo addirittura sognava la riattivazione della possibilità di emissione per i banchi di Napoli e Sicilia con la restituzione dell’originaria riserva aurea. Riflettiamo su quanto leggiamo: ”Riattivazione per i Banchi di Napoli e di Sicilia della loro secolare tradizione di Istituti di Emissione, soppressa dal fascismo”. C’è tutta l’inconsistenza del meridionalismo. Forse Di Giacomo intendeva ridare al Sud il potere di battere moneta e finanziare le proprie imprese, ma le sue parole sono decisamente poco chiare. Se il nostro obbiettivo è controllare il credito, la formulazione così posta da Di Giacomo è incomprensibile (i nostri banchi hanno emesso moneta fino al 1926 senza problemi e senza risolvere la questione meridionale). Che il banco di Napoli possa emettere moneta, a noi poco importa. Ci chiediamo infatti come sia possibile controllare il credito senza aver preso possesso delle banche. Giacché possiamo parlare di controllo del credito soltanto nei riguardi di una cosa che è nostra perché è saldamente nelle nostre mani, se un banco privato o anche pubblico (dove per pubblico intendiamo italiano) chiamato di Napoli o di Sicilia emette moneta non può interessarci più della porcata della banca di Tremonti. Allo stesso modo la banca centrale regionale siciliana di cui parla Costa dove sta? Facciamo chiacchiere? La banca di Sicilia è oggi di Unicredit e l’art. 40 dello Statuto siciliano sottopone il controllo valutario allo Stato (oggi nell’UE) e non alla regione.

Abbiamo bisogno di un istituto di emissione nostro, ma per avere qualcosa di suo il Sud deve organizzarsi in stato, conoscere una classe egemone e darsi un indirizzo politico … e chiaramente la classe egemone non può essere la collusa borghesia dell’on. Cosimo Trombetta e l’indirizzo politico non può essere che quello rispondente agli interessi dell’egemonia: il socialismo di mercato tra piccoli produttori e il protezionismo.


La nostra è una economia di consumi. Alla concentrazione del potere economico nelle mani di pochi grandi proprietari meridionali corrisponde un tipo di distribuzione del prodotto che ha i tratti parassitari. Potremmo anche noi forse chiamarla “rentier economy”, una economia che vive della rendita derivante dal possesso delle risorse naturali, siano essi i latifondi o il petrolio, o - aggiungo io - derivante anche dalla gestione degli immobili. Questa classe di rentier (latifondisti, palazzinari e le stesse regioni, amministrate spesso dagli stessi rentier, che decretano lo sfruttamento petrolifero, etc.), fa soldi non con la produzione, ma col possesso e dunque monopolizza l’economia senza essere produttiva. La produzione non ha più importanza, tutto diventa incentrato sui consumi. Il programma di questa borghesia meridionale collima perfettamente con quello della borghesia settentrionale: fare aumentare i consumi, senza far aumentare la capacità produttiva del Sud perché l’aumento dei consumi garantisce rendita alla borghesia meridionale e mercato a quella settentrionale, lì dove la crescita della produttività al Sud indebolirebbe i rentier meridionali e i consumi di beni settentrionali. Rinvigorire la spesa pubblica nelle regioni meridionali significa soltanto far crescere l’intrallazzo della classe politica, che è, storicamente, la mediatrice al Sud degli interessi del Nord. Non è un caso se il programma di Di Giacomo su rendita e produttività non metta bocca. Il meridionalismo è l’espressione politica che rivendica un nuovo interventismo statale al Sud a supporto dei consumi.


Tuttavia non possiamo buttare via il bambino con i panni sporchi; il manifesto di Di Giacomo resta il programma politico più avanzato del meridionalismo, l’esposizione più chiara di un progetto autonomistico, deleterio quanto l’ambiente culturale e politico che l’ha generato. Non so se Aprile sia un buon interprete del pensiero di Zitara, mi pare in verità che reciti uno spartito assai diverso. Chi propugna la necessità di uno Stato meridionale, però può scegliere la rivendicazione dello Statuto siciliano esteso a tutto il Sud per provare ad aprire una vertenza condivisa da un ambiente anche solo leggermente più ampio nel quale introdursi e fare propaganda. Dubito comunque che il programma di Aprile (o del cosiddetto neo-meridionalismo) possa essere più avanzato di quello di Di Giacomo redatto in un clima di lotte sociali accese e più difficile sarà l’entrismo dei separatisti nelle organizzazioni meridionaliste se più arretrato è il programma di queste ultime. Resta dunque per il separatismo il vuoto di rivendicazioni transitorie che facciano da ponte tra la situazione odierna e quella finale. Il problema non è di facile risoluzione e merita la valutazione attenta delle analisi sul proletariato esterno di Zitara. Ciò nell’illusione di conquistare la separazione e non di subirla ad opera del Nord, ma anche subitala, questa visione di insieme resterà fondamentale per distinguere chi sta con la borghesia e le sue forze armate legali e illegali. Bisogna porsi il problema dell’azione per evitare il settarismo (e recuperare la dimensione internazionale del colonialismo interno per evitare i deliri etnici di imbarazzanti nazionalismi napolitani o siciliani).











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