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Due Sicilie
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Lettera a Terra e Liberazione

di Angelo D’Ambra

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22 Gennaio 2012


In questo momento gli occhi di chi lotta per l’emancipazione dei popoli sono puntati sulla Sicilia nonostante le informazioni sulla rivolta in atto siano scarne e ancora di più lo sono quelle sulla partecipazione dei separatisti.

E’ fuori d’ogni dubbio che il movimento siciliano abbia forti chiaroscuri, ma ciò non può impedirne un’analisi dialettica. A chi si appella alla mafia, ai fascisti e a questo o quel partito per catalogare il movimento occorre rispondere pertanto che un movimento non è un blocco monolitico, esso è sempre composto di settori, classi, ceti, raggruppamenti ostili o concorrenti, in qualche caso a loro volta permeati da sottocorrenti in antagonismo che esprimono istanze diverse. Nel contesto coloniale un movimento è, oltretutto, sempre sotto l’influenza di un altro popolo anch’esso diviso in classi e gruppi antagonisti. Se la protesta siciliana ha sino ad ora espresso una direzione precisa, non si dimentichi, dunque, che la direzione non è l’espressione dell’intero movimento, ma il prodotto della lotta tra i diversi raggruppamenti, nonché dell’azione di forze esterne; la direzione non è mai un mero riflesso di un movimento composito o il prodotto di una sua libera creazione, la direzione si forgia in un lungo processo di frizioni tra classi e strati ed esprime alla fine il settore egemone. Diremo a costoro che a lungo un movimento può tollerare anche una direzione poco rappresentativa, giacché sostituirla con una nuova non è da improvvisare; affermeremo che se la direzione non è separatista, allora non ci sarà rivoluzione, ma l’ennesimo inganno unitarista; sarà l’occasione per richiamare gli inconcludenti alla responsabilità di costruire la prospettiva separatista.

Il movimento siciliano è nato attorno ai proprietari di aziende agricole e di trasporto, ne esprime le istanze economiche grette, come abbiamo potuto vedere dal resoconto dell’incontro con Lombardo del 20/01/2012, ma è riuscito ad espandersi a settori piuttosto consistenti della popolazione isolana. Essa esprime un’elevata combattività ma rivendicazioni confuse per cui l’unico settore egemone continua ad essere quello fondatore.

Il separatismo siciliano ha il merito di non cadere dal cielo, di non essere nuovo in Sicilia, ma perché le sue direttive si facciano strada ha bisogno di quadri e struttura. Escludere dal calcolo tutto questo (l’analisi dialettica dei movimenti di protesta come la questione partito) significa semplicemente ricadere nel più puro movimentismo (quello fine a se stesso e dunque casinista, parolaio e illuso/riformista) e ignorare la rivoluzione. A noi non può interessare l’apologia dei Forconi, a noi interessa l’egemonia sul movimento. Questa questione non è semplicemente una faccenda di “rapporti di forza”, né la vittoria è ideologica: lo sviluppo della rivoluzione consiste anzi nel fatto che proprio i rapporti di forza cambiano continuamente travolgendo le parole d’ordine e le rivendicazioni, riformulandole e superandole sotto la pressione del partito (separatista) e dei mutamenti che si producono quotidianamente per via dall’attrazione che questo esercita sui vari strati in lotta.

La spinta vitale è dunque il partito e salutiamo la partecipazione di Terra e Liberazione alle mobilitazioni. Ci sono buone ragioni per pensare che gli indipendentisti siciliani non si siano limitati ad un ruolo ausiliario, in che misura però essi abbiano in corso una lotta per strappare la direzione (o incidere su essa) lo ignoro, ma resta questo il punto centrale della vicenda in atto.

E’ persino ipotizzabile che proprio i settori guida della protesta diventino l’avanguardia militante della smobilitazione (o controrivoluzione). Per la verità la mia è qualcosa in più di una ipotesi. Se analizziamo il loro programma emerge il carattere corporativistico e concertativo della protesta (cosa che voi stessi notate), un programma arretrato che la mobilitazione ha già superato dal momento che in piazza nei fatti la gente ha posto un interrogativo rivoluzionario: di chi è la Sicilia (il suo petrolio, le sue terre, le sue strade …)? Presentare quel programma vuol dire di già presentare la smobilitazione, vuol dire che la controrivoluzione è già all’opera. Oltretutto, la notizia sopraggiunta di dirottare la lotta su Roma è un evidente colpo della controrivoluzione da non avallare. Che si mantengano i presidi!, deve essere la posizione separatista pena una capitolazione alla prospettiva concertativa dei Forconi.

La capacità dei separatisti di distanziarsi dalla direzione di trasportatori e agrari diventa la questione strategica, ogni altra omologazione acritica è una resa dinanzi a settori sociali che intendono non svincolarsi dall’abbraccio dello stato unitario. In questo contesto, il partito separatista non è chiamato solo “ad andare oltre”, a proporre rivendicazioni più radicali; il partito separatista è chiamato a mettere in pratica tutto quello che si vuole ottenere: i comitati di sciopero devono divenire permanenti, dei veri e propri comitati di contropotere sul territorio. Non possiamo essere interessati neppure a tenere unito il movimento su una piattaforma arretrata (“i Vampiri sono a casa nostra”, scrivete).

Se è una rivoluzione, come ci si dice, ci si comporti come se si fosse in una rivoluzione e non ci si accodi alla controrivoluzione; se invece la situazione non è rivoluzionaria, come invece penso giacché nulla si è intaccato della maglia del potere, spetta al partito far evolvere la situazione senza tempo da perdere. Le rivoluzioni bisogna farle quando esistono le condizioni favorevoli e siccome la storia ce le offre di rado, bisogna saper sfruttare i momenti di massima tensione.

Ci rendiamo conto che le forze disponibili sono esigue rispetto ai compiti, ma la dimensione numerica non può incidere sui princìpi che sono alla base della strategia: se fette consistenti del movimento non sono disposte a seguirci sul programma separatista, si resti saldi sui princìpi, si continui a propagandare, non li si accompagni al suicidio.

Angelo D’Ambra










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