L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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Nessun partito italiano ha risposte che ci interessino

Angelo D'Ambra


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6 Giugno 2012
Su Compagna e gli operai di Grottaminarda e Casavatore

“Ci sono oggi situazioni che mi gridano dentro: il Ministro delle Partecipazioni Statali alla Commissione della camera ha detto l’altro giorno che il rallentamento degli interventi delle partecipazioni statali nel Mezzogiorno è dipeso, in larga misura, dalla necessità di operare svariati salvataggi di aziende situate al Nord, venutesi a trovare in difficoltà con l’aggravarsi della crisi industriale (…). Aride Rossi mi è buon testimone: io ho resistito per mesi al tavolo della cosiddetta Vertenza-Campania. I consigli di fabbrica mi chiedevano l’intervento delle partecipazioni statali per le nostre affezionate clienti, Angus, Richardon e Merrel, e General Instrument (…). Ho resistito sia perché condivido la linea del nostro partito nei confronti della politica dei salvataggi, linea negativa: e ho resistito perché c’è un’indicazione del Parlamento (…). Ma che cosa debbo dire poi di fronte alla tracotanza dei sindacati del Nord? Che cosa devo dire quando apprendo, all’indomani stesso della chiusura (…) di un accordo al tavolo della vertenza-Fiat, per cui gli ulteriori ampliamenti della produzione di autobus si sarebbero fatti a Grottaminarda e non a Cameri, in Piemonte, la FLM ha chiesto l’intervento della Fiat, o delle partecipazioni statali (Alfa Romeo), per produrre gli autobus a Lambrate? (...) Oggi ho letto di un ultimatum della Regione Piemonte al Governo: “l’altro momento dello stato”, come Gualtieri definisce la Regione, con un ultimatum avanza la richiesta perentoria di un intervento pubblico per la Singer … Ma allora come si giustificherebbe che non si salva prima la Angus di Casavatore?... Io devo dichiarare la mia indignazione per il facile appello al salvataggio nel Nord, e per l’indifferenza nei confronti della sorte di aziende che nel Sud sono lasciate in agonia. O niente salvataggi; oppure prima salvataggi nel Sud e soltanto poi nel Nord: ma con le conseguenze che si possono facilmente immaginare sia nel Sud che nel Nord (…). Nessuno dei repubblicani meridionali presenti ritengo sarà tra quelli che si assoceranno quando prima o poi qualcuno nel Sud proporrà una Borbonia da contrapporre alla Padania di Fanti e di Golfari. Anzi, ci batteremo come ci siamo già battuti contro il separatismo siciliano e contro il laurismo napoletano. Ma … sempre in condizioni di maggiore difficoltà, di fronte a questi fenomeni, a questi sintomi di decomposizione dell’Italia” (F. Compagna, Il Mezzogiorno nella crisi, pp. 149-154).

Sincera e spassionata è la riflessione di Compagna, chissà quante contraddizioni gli gridavano dentro. L’esponente meridionalista del Partito Repubblicano invocava un’equità di giudizio nelle scelte di allocazione delle risorse economiche impossibile da osservare per lo stato italiano e, dinanzi all’ennesimo traumatico palesarsi del carattere nordista e coloniale del governo di cui faceva parte, continuava a giurare fedeltà all’Italia e a dileggiare la sua terra. A Compagna non fu mai chiaro che Sud e Nord erano contrapposti su un piano politico e non meramente intenzionale, non fu mai chiaro che il divario tra le aree non era dovuto a scelte sbagliate, ma a obiettivi precisi. Si illuse che esistesse un unico Paese con un’unica volontà ed unici interessi, forse gli convenne pensarlo e credervi fino all’ultimo, certamente non convenne crederci agli operai della Angus, della Richardon e Merrel, della General Instrument e a quelli dei nostri giorni.


Su Sud rivoluzionario e Nord riformista

Proprio nei partiti della sinistra che sostennero (e sostengono) prospettive di cambiamento radicale, le differenze tra Nord e Sud emersero con maggiore stridore, uno su tutti il PCI. In Russia la strategia comunista si era adattata alle condizioni arretrate del paese; il modello leninista di partito d’avanguardia era un adeguamento del marxismo ad una società con forme di capitalismo ancora non pienamente sviluppate ed una ridotta massa di operai dell’industria. Per i paesi occidentali invece i comunisti optavano per una strategia riformista di lunga permeazione del tessuto sociale capitalistico. Non fu casuale allora la rottura del 1922 nella direzione del Partito Comunista tra la componente torinese, quella di Gramsci e Togliatti, che puntava a trasformare lo stato capitalistico dall’interno (egemonia), e la componente napoletana di Bordiga, che invece riprendeva la linea leninista di conquista dello Stato come passo iniziale per il socialismo (S. G. Tarrow, Partito Comunista e contadini nel Mezzogiorno, p. 39): “La validità strategica della via italiana al socialismo in una società avanzata come l’Italia settentrionale è dimostrata dalla sua debolezza strategica in una società arretrata come quella meridionale” (Ibidem, p. 59.). A Torino strategia, teoria ed organizzazione comunista assorbivano le influenze di un contesto sociale ed economico avulso a quello meridionale: “Se fossero state previste due strategie fondamentalmente diverse per il Nord e per il Sud, il partito avrebbe messo a repentaglio la sua stessa integrità in quanto partito leninista; e d’altro canto, se la strategia prevista per la Valle Padana e per le città industriale del Nord fosse stata applicata meccanicamente al Sud, ne sarebbero conseguite certe sconfitte politiche. I dirigenti del partito furono restii ad operare una scelta …” (Ibidem, p. 8).

La stessa inconscia spaccatura era emersa nella seconda metà dell’Ottocento tra il socialismo del lombardo Turati e quello del cassinese Labriola (in un Meridione che già prima preferiva Bakunin a Marx) e si rinnovò sul terreno sindacale a Napoli nel 1944 quando il comunista di sinistra Enrico Russo, esule ed ex-combattente nelle fila del POUM, a capo della CGL (Confederazione Generale del Lavoro), avversò la linea riformista del PCI e della CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro) sulla base non solo di un programma di lotta rivoluzionaria che rigettava ogni compatibilità di sorta (dall’unità antifascista a quella democratica), ma anche di una diversa struttura organizzativa. Il sindacato di Russo ripristinò infatti le vecchie leghe di mestiere (barbieri, carrettieri, venditori ambulanti etc.), la CGIL riorganizzò invece i lavoratori dipendenti, operai e impiegati, su base settoriale con la formula che ancora oggi conosciamo (Vd. G. Chianese, Sindacato e Mezzogiorno…), un modello che rende egemoniche sull’attività confederale le istanze dei più folti settori operai, quelli settentrionali.


Su infrastrutture, 35 ore e contenimento salariale

Il serpente che strangola il Sud ha la testa a Torino e si avvolge in una spirale soffocante attorno alla Campania, alla Puglia, alla Basilicata, alla Sicilia, alla Calabria col suo corpo viscido fatto di finanziamenti, sgravi, sussidi, clientele, cattedrali nel deserto e indotti mummificati. La sinistra italiana non ha alcuna risposta per il Mezzogiorno, nessun partito italiano ha risposte che il Mezzogiorno possa accettare.

Ai giorni nostri Torino ha deciso che lo sviluppo del Mezzogiorno non è più questione d’industria o di consumi, ma di infrastrutture e tutta la sinistra da Vendola a De Magistris giù a parlare dell’importanza di ponti, strade e ferrovie. Sembra di essere ritornati agli anni Cinquanta! Le infrastrutture meridionali sono al centro del dibattito politico italiano da sempre. In esse si vede di volta in volta il fattore necessario a rendere competitivo il Sud nell’attrazione dei capitali esteri o quello propedeutico allo sviluppo del tessuto produttivo locale. Noi vi vediamo la speculazione e la profittabilità del capitale padano. Appare evidente che il Mezzogiorno soffre anche un problema infrastrutturale (il 28%, per lo più concentrato nelle aree portuali, contro il 48% settentrionale), ma mancano studi e statistiche che evidenzino la reale correlazione tra sviluppo infrastrutturale e produttività e con certezza si sa che al Nord non è che siano nate prima le infrastrutture e poi i siti produttivi. Al tempo stesso non si capisce chi debba costruire le infrastrutture e la sensazione che si ha è che l’abbandono dell’intervento straordinario sia stato dettato esclusivamente da un debito pubblico cresciuto a dismisura, senza alcun progetto alternativo, tanto è che risuonano echi di intervento straordinario nei Dps (nati nel 1997) e nella nuova politica regionale promossa dal Ministero del Tesoro che attribuisce il grosso delle risorse per lo sviluppo ai livelli di governo regionali, confermando la volontà di alimentare il sistema clientelare meridionale e di usare agevolazioni e finanziamenti per “dare soldi” senza incidere sulla qualità e la capacità produttiva. L’UE benedice tale politica elargendo con facilità e senza controlli fondi FAS utilizzati per altre finalità, dalle sovvenzioni alle multe per le quote latte agli ammortizzatori sociali in deroga, all’Expo di Milano, al ripianamento dei bilanci di comuni in dissesto.

“Lavorare tutti lavorare meno” è la sola proposta finita in parlamento che si pone ufficialmente l’obbiettivo di voler creare maggiore occupazione nel Sud, ma in effetti si muove lungo la tradizione della sinistra italiana schiava del capitalismo padano. Ammesso che una riduzione a 35 o anche a 30 ore possa essere attuata, non avremo più lavoro al Sud, ma l’emigrazione di massa triplicata verso il Nord, lì dove ci sono le industrie.

La sinistra liberale invece punta a ridurre il costo del lavoro per rendere competitive le aree meridionali nell’attrarre investimenti, ma è appena il caso di ricordare che il costo del lavoro è sempre stato più basso al Sud che al Nord grazie alle gabbie salariali, gli sgravi contributivi, la fiscalizzazione degli oneri sociali e lo scarso peso contrattuale del sindacato. Oltretutto, nel periodo in cui grazie alle gabbie salariali la manodopera costava pochissimo, c’è stata l’emigrazione di 5 milioni e mezzo di meridionali. Oggi al Sud manca il doppio livello di contrattazione salariale previsto dagli accordi del 1993 e i lavoratori meridionali ricevono solo i minimi salariali senza alcuna voce aggiuntiva pagata in azienda (ciò si traduce in un distacco che va dal 10 al 17% con i salari del Nord, dati ufficiali). Siamo in una gabbia con dei padroncini che litigano su quali cure darci per permetterci di adempiere meglio al nostro dovere di schiavi. Nessun partito italiano ha risposte che ci interessino.









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