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Aldo  Dramis

Se torneremo ti dirò di me

(Un garofano rosso)

Fratello carissimo,
prima di noi,
anni e anni,
prima che le divinità
campestri scolpite dall'ulivo
avessero il fuoco
alle calcagne,
zio Costa bevitore di vino,
intriso di creta,
tozzo e violento
viveva nella valle rigogliosa.

Allora era tutto
acqua e foglia
e Costa tendeva
lacci alle bestie
e di notte errava
come porco selvaggio
nella guazza.
Ora è spoglia la valle
e Costa dorme
come i ghiri
ai piedi dell'ulivo selvatico,
col torace irto di peli.
Ora ladruncoli da nulla
vi si aggirano
e la strada
ha distrutto il verde.

Lontano da qua,
chi sa per quanti
scogli tocchi il mare,
chi sa per quanti
nidi destati dal vento,
per quante case
chiuse dal dolore
e viottoli scoscesi
aperti dall'uomo,
a piedi troverò
la mia terra.
Chi sa quanti tramonti
attenderò e quante
albe negate al cieco,
per arrivare.


Fino all'orizzonte
aprirò gli occhi
a filo sulle cime
e troverò il mio mare.
Anche le case più distanti
troverò, scolpite nell'occhio
dall'infanzia,
e la terra nuda, franosa,
i canaloni
a strapiombo fino a valle
ed ogni bosco
ed ogni mandria.
Lì mia zia
ha visto i defunti
far festa e battere le mani,
lì s'è impennata
la bestia
per l'ombra di fantasmi
dispettosi.
E m'ha insegnato
il linguaggio coi morti
e il modo scurrile
di scacciarli,
e m'ha detto di lupi
e di briganti,
di funghi e d'erbe.


Mio fratello
avrà la chitarra
attaccata ai viticci
e la sua voce triste,
avrà ancora
specchiati sulla fronte
tre fili di paglia,
così lo ricordo,
e una luna più rossa
dei tramonti.
Tutto amo
ed è dolore star lontano.
E' dolore non parlare
al contadino
dei suoi figli,
della casa e della
zolla faticosa,
pioggia e del vento.
E' dolore non destarsi
all'alba
e uscire col fucile
tra i boschi
a carponi sul muschio.

E' dolore
negare tabacco ai passanti
o il fico e l'uva,
rinunciare al tono
dell'anfora piena
goccia a goccia,
rinunciare
al rigogolo spavaldo
e alla biscia d'acqua
chiazzata di giallo.
E' dolore
non crescere pulcini
e attendere
che canti il maschio
e conoscerne la voce.
E' dolore
non attizzare le stoppie
e i falò in segno di pace
perché risponda
tutta la montagna
con fuochi modesti
accesi ai bimbi,
accesi alla speranza.

Ogni canto ricordo
ed ogni luogo
dove l'eco risponda,
ogni ragazza ricordo
al primo specchio dell'acqua,
al primo andare
all'agonia, miseria e fame,
nel giro di poco.

Ed ora siamo distanti e pieni
di ansia in città civili, né più
sosteremo a ponente a
scoprire farfalle, né più il
sole brillerà sul fico,
né la nonna
racconterà
favole antiche
alla prima neve:
" coltello mannaia,
dove sei?
- Dietro il ceppo.
- Ceppo dove sei?
- L'ha preso il fuoco.
- Fuoco, dove sei?
- L'ha spento il fiume.
- Fiume, dove sei?
- L'ha bevuto il bue.
- Bue, dove sei?
- Sull'aia col miglio.
- Miglio, dove sei?
- L'ha beccato l'uccello.
- Uccello, dove sei?
- E' sulla spina.
- Spina, dove sei?
- La capra l'ha colta.
- Capra, dove sei?
- L'ha mangiata il lupo.
- Lupo dove sei?
- E' andato in chiesa,
- è uscito senza camicia,
è andato in piazza,
l'han colpito coi
rifiuti del lino".
Se torneremo
ti dirò di me
e di te dirai
con voce sommessa
sdraiati sulla paglia,
se torneremo
attizzerò il fuoco io
stesso alle stoppie rumorose e
imprecherò alla civetta
cagione di male
e ballerò sull'aia
fino all'alba.


Attenderò l'acqua d'autunno
e il fiume giallo
a straripar furioso
e la rana
scacciata di casa
umida e saltellante.
Attenderò la terra molle,
il cespuglio bagnato
e il fungo venuto alla luce.
Se canta il tordo veloce
sbucato dal gelo,
riappendi la chitarra,
sarà ora di andare.


* Tratta da "OLTRE EBOLI: LA POESIA" la condizione poetica tra società e cultura merisionale 1945-1978 - Lacaita Editore, 1979

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Ed ora

Ed ora siamo distanti           
e pieni di ansia                                          
in città civili,                    
né più sosteremo                                        
a ponente                               
a scoprire le farfalle,                               
né più il sole                            
brillerà sul fico,                                     
né la nonna                          
racconterà                                              
favole antiche                   
alla prima neve [...]        

 

 

Il mare nella conchiglia

Al bambino della montagna
hanno dato una conchiglia
come dono della fiera.
La pianura ha le sue vie,
l’aria fosca
e cento macchie,
la marina è come un manto
tutta piena di mistero
che rimbomba nell’orecchio
dalle spire del regalo.

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La notte del fratello


Ci sarà ancora
quel vento
e lo stormo nero
degli uccelli sui rami,
quel frastuono,
i tuoi capelli sciolti,
amica e madre,
ci sarà ancora ogni cosa
nello spazio immoto,
arreso al vento amaro
della solitudine.

 

 

Preferito dal poeta è lo spazio dell’infanzia che esprime un senso di libertà: «La mia libertà / è solo un sogno / legato agli anni / della prima infanzia». In questa concezione ideale lo spazio assume anche colore e vitalità, tramutandosi in giallo, rosa, azzurro, per poi sfociare nell’infinito.

Angelo Manitta











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