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Michele Parrella




Basilicata

ad Alberto Jacoviello

E le frane, i gelsi lungo la strada.
Bianco e nero il cielo, i binari, i ponti,
e le dighe, le ceste, i muli.

Non v'è luogo più scelto della sala
del consiglio di un comune basilisco
per dire del leader che ancora ci parla

alzando gli occhi dai fogli di Yalta,
mentre i corvi volano via dai muri
gentilizi che sono muri senza calce.

mondo non è ancora tutto nostro,
ma tutto il mondo era già nostro
quando ci riunimmo in queste terre,

identificando i fiumi di pietre,
i latifondi che altrove chiamano orizzonti
e caddero i giornalieri accanto ai picchetti

caddero all'alba tra le rosse
bandiere su guanciali neri di terra
che morte non era nel sogno

ma vita. Un muro
di pietrisco e di calce
si è alzato in questi anni.

Un muro di chiodi acuminati;
un altro muro bianco del Sud
un altro muro nero del Sud.
Se vi arrampicate sciacalli e nuovi
mazzieri, lascerete le carni a brandelli,
vi mangeremo il cuore.

Un muro si è alzato in questi anni,
un muro per unire non per dividere;
un muro di laboriosi fidanzamenti.

La sala del consiglio del comune
basilisco, oggi è appena in luce.
Pare un tribunale.

E il tribunale dei pezzenti,
dei filosofi contadini, quelli
che non alzano le forche

ma trascinano gli astri
nelle pozzanghere e mandano
una falce luminosa sulla luna.

(1964)

Lucania persa

Respirano i nostri morti
nelle pietre dei conventi.

Oh le ginestre umiliate,
terra mia gettata sopra il letto delle serve,
la serva battuta e persa.
Oh la chitarra spezzata alla ringhiera
i poeti non ti possono alzare,
sono semenze gettate nella ruota
che macina i pezzenti.

Lucania teatro perso
le marionette si aggrappano a noi,
non ce la facciamo più
a cucire gli arlecchini
appesi alle monete.

Solo i fanciulli restano a te
i tuoi figli carcerati e persi,
madre mia coi capezzoli rotti
la tua voce è dilaniata e persa.

('95)

 

Non ci sono più i poveri
a Eschilo Tarquini

Non ci sono più i poveri
se ai poveri rimasti
non è la povertà uno scudo,

se qualcuno fruga negli stracci
per trafiggere a caso
l'uomo ch'è avanzato

alle rapine, ai crolli.

Non ci sono più i poveri
se ai poveri rimasti
non è la pietà uno scampo,

se qualcuno dà fuoco
al tumulo di stracci,
e alle grida non risponde

che il fuoco, il crepitio,
il sordo genuflettersi
delle sagome nell'ombra.

(1979)

 

Laurenzana
a Filippo e Lucilla

Qui sono nato.
Qui ritornerò.

Ma come un aquilone
ho attraversato il Serrapotamo,
la Camastra, il Basento.

Come un aquilone
ho attraversato gli Alburni, il Tànagro,
il Sele, gli acquedotti, il Tevere.

Come un aquilone
sono passato sull'Appennino,
la valle dei padani, il Brennero.

E al mattino, simile
a un aquilone dal filo
infinito, ho sorvolato l'Europa,

azzurra come il Vulturino.

(I° maggio 1989)

 

Il padre lo voleva medico come lui, ma Michele nacque e morì poeta. Nei primi anni cinquanta si trasferì a Roma, ove visse fino alla morte. Ebbe numerosi amici e a questi molti uomini noti e illustri quali: Leonardo Sinisgalli, Antonello Trombadori, Renato Guttuso, Giulio Stolfi, Irene Papas, Rocco Scotellaro, Giovanni Russo, Giuliano Ferrara, Mario Trufelli, Giulio Mazzocchi, Enrico Berlinguer, Paolo Bufalini, Ignazio Silone, Tommaso Pedio, Vito Riviello, Alberto Jacoviello, Lucio Tufano, Rocco Falciano ecc.

La sua poesia, mai inficiata dal pensiero politico, viene consegnata ai posteri densa di dolenti richiami verso la sua terra di Lucania e colma di struggenti echi d'amore universale.

 

Per noi la Patria ha più vasti confini perché sappiamo cos'è una siepe. (M. Parrella - poeta lucano)












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